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Piastrina

Non ho mai conosciuto mio padre. Beninteso so chi è, quale sia il suo nome e la sua immagine, ma non l'ho mai conosciuto. Ho cinquant'anni e sono nato nell'autunno del 42, sì in autunno quando dai rami degli alberi cominciano a cadere le prime foglie secche e, quando come una di esse, anche lui è caduto dall'albero della vita. Aveva solo venticinque anni, la metà degli anni che ho io adesso. Di lui si sa solo che si è spento nel gelo della steppa russa, durante la ritirata, e di lui, oggi, oltre al ricordo di mia madre e di pochi altri famigliari, restano poche e ingiallite fotografie.
Guardo quelle immagini con immensa tenerezza. Vedo il viso di un giovane all'apparenza ancora immaturo, ma non abbastanza da vestire una divisa e per morire con un fucile in mano. Chissà cosa avrà pensato nei momenti precedenti la sua fine, avrà avuto il tempo di pensare alla donna che lasciava lontano? Avrà saputo almeno di essere diventato padre? O avrà solo maledetto quella morsa di gelo che, avvolgendolo, lo inghiottiva per sempre?
Vedo il suo sguardo nella foto, sembra smarrito, è diretto verso un punto imprecisato, forse suggerito dal fotografo. La sua espressione è seria, di circostanza, magari tesa a non deluderlo. Oltre gli occhi spicca la magrezza del volto, liscio, appena rasato, e due baffetti ben curati che risaltano sul pallore delle guance. Rivolto la foto e leggo la data scritta con bella grafia: Roma, "26/IX/1940". È sicuramente stata scattata in caserma, forse appena dopo il richiamo alle armi.
Dal contenitore estraggo le altre foto che completano il ricordo di lui. Sono una dozzina in tutto e un paio riguardano la sua vita militare. In una è ancora solo, immortalato davanti una garitta con l'elmetto in testa e un moschetto tra le mani, nell'altra è insieme a dei commilitoni in una posa poco militaresca. Sembrano tutti felici e contenti. Mi chiedo quanti di loro, oggi, gli fanno compagnia.
Le altre foto ritraggono l'aspetto borghese. In una è a torso nudo, con un fazzoletto annodato sulla testa e un piccone tra le mani, impugnato con maggior sicurezza e familiarità del moschetto. Il volto è sorridente, più disteso e naturale. Lo sfondo raffigura un cantiere edile, uno dei tanti in cui ha lavorato come operaio. Accosto questa foto alla prima, non posso non riflettere che in entrambe è ritratto in divisa. In fondo, sempre di due guerre si tratta, cambiano solo le armi. Le altre foto lo vedono ora su una bicicletta, ora con dei coetanei davanti un'osteria con in mano dei bicchieri colmi di vino. Nelle rimanenti è con la mamma in abiti nuziali e in viaggio di nozze a Venezia.
Erano anni che non curiosavo in questo cassetto del comò dove, dentro una scatola metallica, giacciono questi pochi ricordi. Sto per rimettere a posto le foto quando lo sguardo cade su un oggetto metallico. È una lamella di ferro con sopra stampigliati dei numeri, la sua piastrina di riconoscimento, unico oggetto pervenuto alla famiglia tra quanto avesse addosso nel momento della morte. La osservo commosso poi la ripongo nella scatola insieme alle foto.

Trascorro la maggior parte del tempo stando seduta su una vecchia poltroncina in legno dall'imbottitura consumata, posta in adiacenza del balconcino alla romana nel grande tinello della casa di mio figlio. Questa è una posizione strategica in quanto, con il solo movimento del capo, mi consente di guardare nella sottostante strada. Non è che mi interessi molto ciò che accade fuori ma cos'altro posso fare per occupare il tempo? Ho settantadue anni e me li porto pesantemente. Non è solo la pesantezza del corpo che mi opprime ma tutto il bagaglio della vita trascorsa. Nella solitudine della casa arranco tra una stanza e l'altra aspettando che arrivi l'ora in cui si anima per la contemporanea presenza di tutti i componenti della famiglia. Questa non è poi affatto numerosa. Me compresa, siamo in quattro. C'è mio figlio Giancarlo, di cinquant'anni, che si appresta lentamente a ricalcare le mie orme, quindi Angela, mia nuora di quarantotto anni, che ostinatamente cerca di nascondere con inutili e dispendiose applicazioni cosmetiche la realtà imposta dagli anni. Infine c'è Guido, di venticinque anni, l'unico che francamente non riesco a comprendere, non tanto per la differenza di anni che ci separa ma per tutto un insieme di cose e considerazioni che mi sfuggono. Speravo fosse il più vivace della famiglia, i suoi venticinque anni dovrebbero imporglielo, invece lo vedo apatico e annoiato e mi chiedo invano cosa mai lo fa essere così. Il fatto, poi, di non capirlo mi addolora profondamente. Nei suoi riguardi, oltre la nonna, mi sento anche madre. Quando nacque suo padre avevo solo ventidue anni e si era in tempo di guerra. Ero sola perché Alberto, mio marito, si trovava sul fronte russo da dove, buon'anima, non sarebbe più tornato. Poco più di una ragazzina e con un figlio da mantenere e non potendo nemmeno contare su gli uomini della mia famiglia, anch'essi presi in pari difficoltà, scoprii i gomiti e mi detti da fare per guadagnarmi la vita. Giancarlo venne così accudito, per i primi anni, da mia madre e, qualche volta, da mia sorella maggiore. Alla nascita di Guido, Giancarlo aveva venticinque anni ed era tutto immerso nel lavoro di rappresentante farmaceutico. Angela, mia nuora, era stata appena assunta come dattilografa in uno studio notarile ed io, benché lavorassi come bidella presso la scuola elementare mi prendevo cura del bambino, così come aveva fatto anni prima mia madre con Giancarlo. Del piccolo si prendeva cura anche Giovanni, mio marito, il mio secondo marito. Benché invalido di guerra e dovesse camminare poggiandosi alle stampelle, se ne occupava volentieri.

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8 commenti:

  • antonio monteleone il 31/05/2010 20:48
    bel racconto Michele
    un occhio critico sulla società di oggi... che corre dietro a ideali di bellezza.. famiglie che non sono famiglie e giovani persi dentro se stessi. Perchè oggi come oggi non è nemmeno facile insegnarla sta strada, alla prossima.
    Antonio
  • Anonimo il 27/05/2010 22:10
    Bello... mi sono goduto tantissimo il monologo finale, toccante. Complimenti!
  • Michele Rotunno il 27/05/2010 17:37
    Ragazzi, taglio Web?, questa è stata solo una provagenerale. In effetti ho fatto i salti mortali per farla rientrare. Grazie di cuore per i commenti.
  • Guido Ingenito il 27/05/2010 17:31
    michele scrivi molto bene e non è la prima volta! adoro il cambio di punti di vista soprattutto se fatto bene e tu ci sei riuscito. Peccato che la lunghezza esorti molti lettori a evitare di leggere la tua storia perchè val la pena, come tutte le altre. molto bella, piaciutissima. finale davvero apprezzabile

    Guido
  • Anonimo il 27/05/2010 11:34
    Lungo ma ben leggibile, schietto, a tratti crudo. Bello! Ciao Michele.
  • lucietta vo il 26/05/2010 22:25
    in effetti è abbastanza lungo, sarebbe da stampare altrimenti si rischia di leggerlo troppo di corsa e perdere alcuni passaggi.
    Bello e scorrevole
  • Anonimo il 26/05/2010 19:58
    Concordo con Giacomo... sul web è meglio pubblicare per blocchi se il racconto è così lungo... scrittura iperrealista, forse fin troppo quando hai dato vita a quella sequela di ca...
    E'anche sorprendente che gli autori siano così plastici. A me non permettono neanche "FIG.."
    Piaciuto per la sua corrosiva dialettica
  • Anonimo il 26/05/2010 18:19
    Un gran bel racconto che ha diversi pregi. Certo per il taglio web solo un eroe poteva pubblicare un racconto così lungo... ma veniamo ai pregi: intanto è scritto benissimo, e non è poco. Anzi, forse è la cosa più importante. Poi c'è una grande abilità dell'autore nel cambiare lo stile di scrittura a seconda del personaggio. C'è filosofia di vita, c'è verismo, c'è la vita reale così com'è. I personaggi sembrano veri... poco importa se lo sono veramente, in parte o per niente. L'effeto è quello. Poi lo trovo molto originale questo modo di cambiare di colpo scena ed interprete. Mi ricorda il teatro... tutto questo si poteva anche dire con un semplice aggettivo:Bello! Ma, essendo stato l'autore molto prolisso perchè non potevo farlo anch'io che di natura sono logorroico e grafomane?

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