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Il figlio della paura (prima parte)

Fino al ventuno novembre dell'anno scorso, ovvero dodici mesi fa, mi ero sempre considerato una per-sona pragmatica deridendo tutti coloro che affermavano la veridicità delle credenze popolari. Con aria seccata li marchiavo come creduloni o, peggio, infantili imbonitori, a loro volta imboniti, di quelle che ri-tenevo fossero lugubri fiabe strategicamente raccontate dalle nonne per tenere buoni i nipotini testar-di e capricciosi. A volte erano gli strumenti scherzosi a disposizione dei fantasisti con i quali venivano intrattenuti amici e parenti davanti a un camino acceso, d'inverno, e con un fiasco di buon vino a portata di mano. In questo caso, come nell'altro, c'era l'indubbia coscienza di raccontare ciò che si sapeva real-mente fossero: futili racconti. In entrambi i casi si otteneva il medesimo risultato, quello di attirare l'attenzione, dei bimbi nel primo, affinché stessero calmi e buoni, e dei grandi nel secondo, affinché non si annoiassero.
Ciò che accadde quel giorno va oltre ogni comprensione umana e ne rimasi profondamente turbato. Per mesi e mesi mi sono sempre chiesto se è realmente accaduto oppure se sono stato vittima di uno scher-zo della mente. Eppure ogni qualvolta tento di convincermi di questo mi basta aprire il secondo cassetto della scrivania, guardarci dentro e riprovare le stesse emozioni di quel giorno.
Ricordo perfettamente quel grigio pomeriggio di inizio inverno avvolto in una fitta e fredda nebbia. Avevo litigato con mia moglie per l'educazione dei bambini, chiaramente sulla mia incapacità ad educarli, secondo lei, e tanto mi aveva innervosito parecchio. Non era certamente la prima volta che ciò accadeva e, comunque, loro, i pargoli, sapevano benissimo trarre tutti i vantaggi possibili dai nostri litigi per farsi coccolare di più e, di conseguenza, viziare più di quanto già lo fossero.
Al termine della discussione pranzammo in un'atmosfera di guerra fredda e ciò mi fece anticipare l'uscita di casa rinunciando al pomeridiano sonnellino, particolare, questo, che mi venne più volte in men-te nei giorni seguenti, quando cercai disperatamente di darmi una spiegazione raziocinante su quanto, poi, accadde.
Dunque, uscito di casa senza neanche aver preso il caffé mi diressi senza esitazioni allo studio. Ah, dimenticavo, oltre che scrittore dilettante, esercito la libera professione di geometra. Lo studio si tro-va al secondo piano di un fabbricato alla periferia di Montepiano, il mio paese, dove occupa parte della mansarda. In verità trattasi di un monolocale di una trentina di metri quadri a cui si accede salendo due rampe di scale interne ed una esterna al fabbricato. Gli unici vantaggi che offre tale dislocazione sono l'assoluta quiete del rione e l'ampia finestratura di cui è dotato.
Entrato nello studio mi spogliai del pesante giaccone di lana, accesi la stufa a gas metano e la radio, perennemente sintonizzata sul terzo programma della Rai, l'unico a trasmettere con maggior frequenza la musica sinfonica. Infine, stravaccato sulla poltrona a rotelle, con le mani in tasca e i piedi poggiati sul bordo della scrivania, decisi di starmene senza far niente in attesa che sfumasse il malumore.
Erano da poco passate le quindici e trenta e stavo già assaporando la silenziosa calma che regnava nel-lo studio, facilitata da uno stabat mater trasmesso e, anche, dal pessimo tempo che induceva i buoni cristiani a starsene in casa al calduccio, quando mi parve di sentire alcuni colpi discretamente e ferma-mente bussati al portone d'ingresso, sulla strada. Essendo lontano dal citofono mi allungai sulla poltrona e pigiai il pulsante elettrico di apertura situato sotto un bordo della scrivania.

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4 commenti:

  • Paola B. R. il 14/06/2010 18:49
    La lettura è intrigante e quello con cui è partito il vecchietto desta tanta curiosità ma, forse avrà dato noia solo a me, le descrizioni sono anche troppo infinite e a lungo andare annoiano, però... sono curiosa di come andrà a finire!!!!
    Ciao alla prossima!!!
  • Anonimo il 14/06/2010 13:03
    Michele, ho appena inviato la prima parte di un acconto che parla di un anziano e di un mistero, che accingendomi a leggere il tuo racconto mi accorgo che parla di un anziano e di un mistero... Ma le similitudini finiscono qui!
    Tu hai detto di accettare la critica, e critica sia: Ottime descrizioni, introduzione del lettore al mistero con studiata lentezza, creazione sapiente della giusta atmosfera... Tutto positivo dunque? No c'è un appunto da fare: Non scrivi racconti, ma mini romanzi!
    Ottimo, Michele!
    Ciao.
  • Michele Rotunno il 14/06/2010 12:08
    vedrai,,, vedrai,,,,!
  • Guido Ingenito il 14/06/2010 01:57
    la cosa che più mi ha spiazzato è il monologo finale (iniziale?) del vecchietto. Mi chiedo: dove vuole andare a parare? La domanda è sufficiente per spiegarti la suspence che mi ha trasmesso. Ottima stesura senza errori di alcun tempo. Lettura davvero gradevole Michele!

    Buonanotte
    Guido

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