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So you are going to die (fine)

Non riuscì a provare altra emozione all'infuori dell'odio, odio per se stessi. Passati tre giorni ci furono i funerali. Non si presentò. Non aveva più nulla al mondo ormai, non riusciva a rifarsi una vita. La paura di essere responsabile di un'altra vita lo teneva chiuso in casa, isolato. Una mattina prese una corda, l'assicurò alla trave del soffitto e si impiccò. Rimase appeso per due ore. Non era morto. Un pomeriggio tentò di pugnalarsi al cuore. Sveni per il dolore e poco dopo era di nuovo in piedi con una profonda cicatrice nel petto. Una notte si lanciò giù dal balcone di casa. Ma anche questa volta si alzò in piedi vivo e vegeto. Ogni tentativo di farla finita risultava vano poiché entrava in contrasto con la prima regola dell'opuscolo. La conosceva bene, quante volte al mattino la ripeteva a pappagallo. Nessuno vuole morire, dopotutto il desiderio di vivere è nel profondo di ogni essere umano, è la fiamma che fa muovere il cuore, che nessuno può spegnere. Decise allora di partire, per spegnere la fiamma della vita che tentava di soffocare ma che mai si era spenta in lui. Quindici anni in giro per l'Europa. Viveva nella miseria, cercava il dolore nelle città, cercava situazioni che gli facessero ribrezzo, situazioni nelle quali le persone arrivano a desiderare la morte. Niente da fare. Non riusciva ancora a mettere fine alla sua esistenza. Quante persone ormai avevano dato la vita per lui. Quante ancora avrebbero pagato. Stufo di viaggiare tornò a casa. Stessa città, stesso palazzo. Ormai aveva deciso di arrendersi. In lui la fiamma della vita sarebbe rimasta fino al giorno in cui il buon Dio non l'avrebbe richiesta indietro. Senza chiedere nulla dalla vita si era abituato a condurre una vita tanto misera. L'unica cosa a cui teneva era il suo piccolo appartamento, poiché rappresentava un ostacolo per le orribili faccende che accadevano fuori. Ma una notte il fato ancora intervenne a suo sfavore. Erano le quattro di mattina quando qualcuno bussò bruscamente alla porta. Fermo balzò dal letto e capì cosa stava accadendo. L'edificio era in fiamme. Per fortuna l'incendio era scoppiato ai piani superiori, questo gli permise di fuggire senza imbattersi in difficoltà. Tutti gli inquilini erano in strada. Sembrava tutto finito. Ma qualcuno mancava all'appello. Una ragazza, era rimasta nell'edificio. Sembra banale, ma sentendo ciò Fermo rimase basito. Poteva mai essere questa la soluzione ai suoi problemi? Morire in un incendio? Poteva funzionare? Così rientrò nell'edificio, mentre saliva le scale sentì il gemito della ragazza bloccata. Decise allora di rimandare a dopo il suicidio e di soccorrere la donna. Entrò facilmente nell'appartamento, non era ancora stato raggiunto dalle fiamme. La giovane non voleva uscire, non gli importava nulla di morire. Fermo allora la distolse da questo suo tentativo di suicidio, gli ricordo la forza della vita. La ragazza, convinta, si apprestò ad uscire. Ma questa volta il fato non fu meschino. Mentre i due fuggivano il tetto crollò su se stesso e Fermo rimase bloccato. La donna era svenuta. Si mise ad urlare. Questa volta il suono uscì, forte. Lei riprese conoscenza, e si apprestò a chiamare soccorso. Il fuoco aveva invaso la stanza. Finalmente fermo poteva rasserenarsi, perché le lingue del rogo avvolsero la fiamma custodita nel suo cuore e la spensero, restituendogli pace in un ultimo respiro.

 

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1 commenti:

  • Guido Ingenito il 06/07/2010 14:41
    e la tua quadrilogia trovò la fine. peccato
    proprio un bel racconto. Ovvio, c'è qualche imperfezione ma continuando a leggere e scrivere andranno via. Vai a capo di tanto in tanto!

    Guido

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