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Il tempo che cambia

Ricorreva l'anno 1994, mi trovai al parco Candlester in California, preciso che in quel periodo i trichechi del parco erano già in calore provocando orribili suoni gutturali e odori nauseabondi emessi dal retto nasale.
Per darvi una idea del parco, basti pensare che nella grotta posta vicino ai trichechi, vi erano gelosamente custodite in sicurezza due balenotteri non registrati.
Quell'anno, ricordo bene, causa un guasto al sistema fognario del parco, finii presto di lavorare. Da diversi mesi ci venne vietato (direi anche giustamente) di buttare a mare gli scarichi tossici degli animali, in particolar modo i solventi che usavamo per rendere lucido il manto dei coccodrilli.
Quella sera uscii dallo spogliatoio (ancora colmo di zanzare data l'acqua stagnante nel pozzo accanto) verso le 18:00, presi l'auto, una berlina rossa cabrio e mi lanciai a forte velocità verso la grande cancellata dell'ingresso, pensando tra me "se non apre in tempo stasera lo sfondo".
Di solito Giusilda, un trans del posto, grande lavoratore, ma raccomandato dal direttore del parco, riusciva ad aprire quel maledetto cancello quel minimo perche io potessi uscire, ma quella sera lo spalancò, come se volesse ringraziarmi del gelato bigusto offertogli dal mio amico Marx.
Mi proiettai sulla strada bagnata della California, spingendo al massimo sull'acceleratore e tralasciando nella mente qualsiasi desiderio che mi facesse rallentare, non frenai neanche a cospetto di una simpatica vecchietta rumena che con le sue ossicine fragili si apprestava ad attraversare la strada di "Oliver Blate" sulla 34 esima. Le sfrecciai davanti con dispetto, ma non la colpii, la salvò in tempo un testimone di geova che con scatto felino la sottrasse alla strada.
Pensai tra me "Eccomi finalmente, altri 5 minuti e sono a casa, proprio dopo questa curva, sono stanchissimo, ho voglia di pomodori e ketchup in cipolla tonnata maleodorante ah ah".
Accelerai ancora e in prossimità della curva girai con scatto lo sterzo dell'auto, senza pensarci mi trovai il sole in faccia e per qualche secondo non vidi nulla, sentii però un forte colpo e qualcosa sobbalzarmi davanti agli occhi. Frenai di scatto, intorbidito e gelido, come avessi visto un fantasma, con il respiro affannato; mi voltai.
Non avrei mai voluto vedere quella scena, dentro di mè non avrei mai voluto sentirmi così lontano dalla gente. A terra, sull'asfalto bagnato da quella pioggia incessante di quel freddo inverno, c'èra una marmotta sud africana in vacanza, nello specifico un marmonet naku naku.
Il pianto della gente si alzava tra il frastuono del traffico, riempiendo di umanità quel tratto di strada che dista qualche metro da casa mia.
Nei giorni seguenti non portai più l'auto, preferii camminare a piedi scalzi, indossando una tonaca e gustando un cappuccino, preferii essere un uomo qualunque, tra la gente che abbaia e tra le auto che corrono per le città della California.

 

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6 commenti:

  • Anonimo il 11/02/2011 11:09
    Davvero carino. Complimenti.

    Suz
  • Anonimo il 11/07/2010 12:37
    Carino il finale. Intenso racconto letto con piacere.
  • Gè Marcia il 10/07/2010 12:31
    Grazie Giuseppe, credo che il cambiare sia parte di noi.
  • Gè Marcia il 10/07/2010 12:26
    Ciao Guido, grazie dei complimenti, no non è autobiografico, è basato in parte su una storia vera accaduta ad un mio amico. Ho reso tutto più drammatico però.
  • Guido Ingenito il 09/07/2010 20:55
    ciao Germano e benvenuto. dicci: è autobiografico questo racconto?
    il racconto è di per sè carino, hai toccato argomenti rari in questo sito. Magari avrei curato di più lo stesura, alcune volte incespichi altre volte qualche piccolo refuso rallenta la lettura.
    Tutto sommato un bel lavoro

    Guido
  • Giuseppe Tiloca il 09/07/2010 19:45
    interessante come hai descritto la semplicità di cui tutti dovremmo avere.
    Di come una persona cambia, ecco, è bellissimo.