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Un viaggio tutto mio

Ricordo la prima volta che da bambina salii su di un treno, da qualche tempo avevo pensato a un viaggio tutto mio in compagnia di mio padre.
Quel sabato pioveva, minuscole gocce bizzose e fresche cadevano come petali, il cielo era velato un poco ombrato dalle soffici e gonfie nuvole, ma il mio cuore era martellante di gioia per quel breve viaggio che, seppur breve, avrebbe regalato ai miei pensieri, la voglia di assaporare ogni cosa d'istanti focalizzati nella testa e nell'anima.
Ero con mio padre e mi stava portando a Firenze, due giorni da trascorrere, io e Lui, lontani da mia madre. Alla stazione Termini la gente si accalcava attorno ai binari, sembravano tante formiche che, con il loro carico di bagagli, andavano cercando il proprio treno che li avrebbe portati alla loro destinazione finale. Me ne stavo sul marciapiede della stazione, chiusa nel mio aderente cappottino bianco con un basco in testa, da dove spuntavano le immancabili treccine. Avevo pianto mentre mia madre me le faceva, ma papà mi aveva sussurrato in un orecchio, senza farsi sentire da mamma.
- A Firenze te li sciolgo-.
Fra tutta quella gente camminavo con il nasino all'insù aggrappata alla forte mano di mio padre il quale, al contrario di tutti gli altri, andava spedito e con passo sicuro, con la certezza di chi sa quale sia la destinazione da raggiungere. Saliti che fummo in treno, andai a sedermi accanto al finestrino e per tutto il viaggio sono rimasta con il nasino incollato al vetro a scrutare il paesaggio che veloce scorreva sotto i miei occhi. Osservavo la campagna circostante, deformata dalle goccioline di acqua che scorrevano sul vetro, come attraverso una lente d'ingrandimento. Il paesaggio pianeggiante fu presto sostituito da quello collinare primo e montuoso dopo; gli Appennini. Ben presto cominciarono le gallerie io non capivo il perché all'improvviso la campagna scompariva, il mio papà mi spiegò che per attraversare le montagne, il treno era costretto a passare sotto di esse, servendosi appunto delle gallerie.
Quando il convoglio ferroviario entro nella stazione di Santa Maria Novella mi parve che il mondo fosse tutto lì racchiuso in una manciata di pensieri, che volevano ora vivere il loro tempo, subito, senza aspettare altri attimi. Lì, ad attenderci, vi era un magnifico sole che aveva conquistato il posto della noiosa pioggerellina che ci aveva accompagnato per quasi tutto il viaggio.
Firenze, meravigliosa Firenze, incastonata come una gemma in una pianura attraversata dall'Arno, circondata da morbide colline, dove il vento autunnale non riesce a penetrare e dove si respira sempre un'aria primaverile. Bella, indiscutibilmente romantica e splendida città d'arte.
Un amico di papà venne a prenderci alla stazione e prima di condurci in albergo ci porto al Forte di San Giorgio per farci ammirare la città che si stendeva sotto di noi. Mentre osservavo sotto i miei piedi quella splendida città, adagiata come una perla nel suo scrigno, una folata di vento leggero sollevò il mio basco e una cascata di lunghi capelli biondi come il grano sembrò liberarsi in volo, guardai mio padre, ero felice. (il mio papà sul treno aveva compiuto il miracolo, le odiose treccine erano sparite).
Il tempo lentamente passò, l'amico di papà ci accompagnò in albergo e dopo cena andai subito a letto, il giorno dopo ci attendeva una lunga giornata d'arte della quale, in verità, ricordo poco, ho memoria solo dell'immensa gioia di avere avuto mio padre tutto per me.

 

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2 commenti:

  • ignazio de michele il 13/02/2014 07:54
    stesura semplice e delicata come la stagione Vitae raccontata. piaciuta!
  • Michele Rotunno il 07/08/2010 13:15
    Ottimo racconto. Purezza narrativa e sentimentale. Lettura gradevole.
    Brava.

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