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I ricordi non vanno di fretta

Ho visto l'inverno che bussava alla porta spodestando l'autunno, l'ho visto nelle prime castagne arrosto e nell'odore di camini accesi che saliva dalla piazza giù al parcheggio fin su le stradine del vecchio paese.
- Sono solo 30 km, una mezzoretta e si è lì - così mi dice sempre il marito ma poi la strada stretta, qualche "ape" con vecchi attrezzi e i limiti di velocità ci impongono sempre i soliti 50 - 60 minuti per arrivare fin su al casolare del mio vecchio amico.
Quando si arriva in vista del paese, ci accoglie un panorama di alte colline, quasi una corona, con le case che scivolano sul profilo montagnoso e si stendono in filari paralleli: salendo salendo si arriva al borgo, molto piccolo a dire il vero, medievale. Qui case basse e piccole botteghe come se il tempo avesse altri ritmi.
Fuori i cortili o solo fuori la porta di casa piccole ceste con castagne ed olive verdi sono messe per la vendita al minuto per i pochi turisti che, già avvolti nei loro giacconi e guance arrossate dai primi freddi, chiedono puntualmente ogni anno come e cosa farci con quelle ulive verde acerbo.
E la memoria va, da sola come bimba capricciosa, a stuzzicare quei giorni in cui qualcuno disse:
- sono verdi come le ulive di ottobre i tuoi occhi, le ulive acerbe anzi occhi verde-monello...-
Quanti sorrisi complici allora, senza malizia, senza furbizia ma solo tanta amicizia!
Per farmi arrabbiare ancor più aggiungesti:
- e le ulive verdi diventano dolci con tanta acqua calda... e tu come fai a diventare dolce, ti metto a bollire nel tino delle bottiglie di pomodoro?-
Ti piaceva molto stuzzicarmi per avere ripostine salaci e tutto finiva in risate e cartocci di castagne! Da quando avevo cinque anni fino al 1967 che ne avevo sedici, ogni anno si veniva in paese per la vendita delle castagne delle terre dei nonni e ti ritrovavo sempre lì, all'inizio del paese e ce la facevamo a piedi fino a su il borgo parlando in fretta per non perdere tempo e per riempire l'anima di tanto affetto ritrovato.
Il 20 giugno del '67 morì all'improvviso mio padre e non venimmo più.
Ci trasferimmo in una grande città per studiare e trovare lavoro.
Ma non ci siamo persi di vista né di animo, le lettere ci hanno parlato di noi, le parole hanno fatto catena per unirci ancora.
Ti sei sposato per primo, avevi più anni di me, io ti ho seguito dopo un bel po'.
È arrivato l'autunno anche per noi, siamo andati in pensione e al tempo delle castagne e delle ulive verdi ci siamo trasferiti a pochi chilometri dal vecchio paese e non vedo l'ora di farmi due passi con te, ma lentamente ora, tanto i nostri ricordi non vanno di fretta...

 

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7 commenti:

  • fernanda battagliese il 02/09/2012 18:28
    grazie per le vostre parole, non credevo potessero piacere le mie parole che in fondo sono quasi una pagina di diario. Grazie!
  • Andrea (le tre Botti) il 02/09/2012 15:40
    Non vanno di fretta ;brava! Sicuramente è per questo che si restano appesi. Piaciuta
  • Anonimo il 01/09/2012 15:48
    Hai raccontato come fosse un attimo un'intera vita, quasi, piena di sentimento mai assopito. Il titolo come la chiusa... è vero si, i ricordi, quelli vitali, essenziali, vanno gustati e mai di fretta. Bravissima!
  • Aedo il 22/09/2011 23:22
    Un racconto molto intenso, che scava nella memoria. Brava!
    Ignazio
  • Anonimo il 20/09/2010 16:23
    Bellissimo!!!! Dolcemente malinconico!!
  • Michele Rotunno il 20/09/2010 15:20
    Bellissimo racconto con finale strepitoso.
  • Anonimo il 19/09/2010 12:28
    Questa ondata di ricordi velata di malinconia mi è piaciuta molto.

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