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Fuga

Non so come mi trovai in quel bosco silenzioso, eppure poche ore prima ero in un aeroporto insieme a mia nipote, forse dovevamo partire per la Sicilia o forse eravamo appena sbarcate. Non riuscivo a collegare questi due fatti, comunque ormai ero lì e la sera stava sopraggiungendo, avrei dovuto organizzarmi: cercare un sentiero per raggiungere un luogo abitato dove pernottare per poi rientrare a casa. Quel luogo magico, verde cupo, m'incuteva timore, dopo anni mi trovavo sola in un luogo sconosciuto, ma cominciavo a sentirmi a mio agio. In passato avevo sofferto di attacchi di panico e temevo che a momenti potesse ripresentarsi, come avrei potuto affrontarlo da sola nel bosco? Intanto camminavo sulla terra umida, affioravano felci e muschi, magari sotto le foglie c' erano anche dei funghi, non ne avevo mai raccolto uno in vita mia per pigrizia o per timore, un'esistenza volata in fretta che mi tornava in mente con forza inaspettata. Mi vedevo bambina con una mela in mano, i capelli scarmigliati con due codine sciolte, la faccia tirata in una smorfia di rabbia; di quella foto mia mamma diceva che ero di cattivo umore perché non volevo che la scattassero; potevo avere quattro anni. Adesso mi sentivo come in quella foto, minacciata e irritata, non sapevo orientarmi in mezzo a quei tronchi tutti dritti uguali. E ricordavo il mio percorso notturno, quella sera d' estate a Montepulciano, in cui non c' era luce nelle strade ed ero appena uscita dalla Rocca dove si tenevano le prove per il mimodramma a cui partecipavo. Sola, nel buio più totale, avanzavo tastando il muro lungo la strada, il cofano di un'auto posteggiata e poi la mani nel vuoto, un senso di terrore mi sovrastava, ma anche la vergogna di perdere il controllo e di mettermi a urlare aiuto. Raggiunsi non so come la mia auto e mi dissi che mai più avrei rivissuto una tale esperienza, ed ora cosa mi aspettava? Ma perché ero lì? Continuavo a pensare forzatamente per riordinare i miei ricordi recenti, niente. E mi tornava in mente l' ultima cena di classe con le mie compagne dell' istituto magistrale Gino Capponi di Firenze. Ci trovavamo in un agriturismo sopra Calenzano in un pomeriggio di maggio, all' aperto in una grande veranda chiusa da tende svolazzanti che non rimanevano ferme a lungo ed il vento ci sorvolava ogni tanto creando confusione. Eravamo ancora lì dopo trentacinque anni a fare il solito chiasso come in classe durante la ricreazione e Stefania sorrideva con un viso sereno come la ricordavo. Ma ora in quel bosco cosa ci facevo? Sentivo che l' ansia cominciava a salire insieme all' affanno dovuto alla salita che stavo affrontando. E se il mio cuore avesse ceduto? Nessun soccorso, nessuno a cui dire le mie ultime parole in vita. Ma non avevo sempre detto a tutti che avrei voluto morire così sola e camminando? Sì, però in una strada affollata sotto gli occhi dei passanti, insomma un'uscita di scena come in teatro. E come l' avevo amato il teatro, anche il suo odore mi piaceva:quel misto di legno di palcoscenico e di rinchiuso, di tappezzeria vecchia e di sipario consunto, insomma il mio mondo perché era fuori da tutto. Lì potevo sognare con la musica e danzare con il corpo. Sentivo che era il mio elemento e non l' avrei mai lasciato, eppure lo abbandonai per correre in Sicilia a rincorrere un altro sogno:l' amore. Ora che ci pensavo, ma io da quanto tempo non ero più innamorata? Forse dieci o quindici anni, non ricordavo bene. Sapevo solo che l' anno prima mi era parso di essermi innamorata, ad Ischia in un villaggio di vacanza dove ricostruivamo il nostro sè con esperienze collettive, facevamo un percorso di rilascio emotivo ed io speravo di riuscire a gestire le mie emozioni negative e a contenerle e forse per un po' è stato così , ma poi un giorno non ho retto, mentre ero in acqua, tra le braccia di un terapeuta che mi cullava tra lo scrosciare della piscina e la musica d' ambiente, è sopraggiunto il mostro:l' attacco di panico. E pianto e poi urla e poi" non voglio più vivere" e poi il soccorso sempre al femminile e la camomilla e le gocce per calmarmi, due ore di sofferenza profonda per niente, perché? Ma dovevo preoccuparmi di cercare un riparo, era troppo buio e non vedevo quasi niente, forse lì c'era qualcosa. Quella grotta poteva andare bene, la terra era asciutta e mi pareva riparata dal vento che cominciava a essere sempre più freddo. Come potevo restare lì sola di notte? Non avevo scelta se continuavo rischiavo di cadere chissà dove. Dovevo controllare la mia paura e pensare a tutti quei bambini smarriti che ce l'avevano fatta a sopravvivere per più giorni e notti e ai sequestrati legati e maltrattati. Io ero in condizioni migliori, ma cominciavo ad avere fame e sete e sentivo un gran freddo.

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4 commenti:

  • marilena il 22/09/2010 14:25
    grazie ci penserò, a rileggerci
  • Giovanni Barletta il 21/09/2010 21:25
    Mi dai una grande responsabilità. Un seguito mi tenta, ma il racconto è già bilanciato così. Forse vale la pena continuarlo se hai in mente uno svolgimento che sorprenda, che dia al racconto una nuova o più completa chiave di lettura.
    A presto
  • marilena il 21/09/2010 19:10
    grazie GIOVANNI, vorrei un tuo consiglio, pensi lo debba continuare o basta così. Fammi sapere, buona scrittura
  • Giovanni Barletta il 20/09/2010 19:31
    Strana atmosfera, strani personaggi con la paura /voglia di perdersi.
    L'ho letto con piacere

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