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Il mio Signore mi cercava

Il mio Signore mi cercava.
Da lunghissimi giorni non lo vedevo, vagavo per la campagna senza incontrare nessuno. Per la prima volta dalla mia fanciullezza non pensavo più al lavoro, che non avevo mai amato, fonte di tutti i miei guai.
Per quanto lavorassi duro, la mia fatica non era mai riconosciuta, mai apprezzata e questo mi faceva stare male.
Ma forse era una prova, e io non l'avevo capita, non l'avevo superata.
Una volta provavo conforto a vagare libero per i campi, per le foreste, per le pianure, come un cervo, un muflone, un cinghiale.
Mi illudevo di essere libero, di poter governare il mio destino... che beffa!
Non fu mai cosi.
Ero appena in grado di governare un gregge di capre.
Non lo vedevo più il mio gregge... ma ci pensavo ancora?
A quest'ora avrei dovuto mungerle le mie capre, ci avrebbe pensato qualcun altro, io stavo fuggendo.
Il mio Signore mi cercava.
Conoscevo quei posti, ma ora mi sembravano così nuovi, ostili.
L'erba sulla riva del fiume, le foglie dei canneti, staffilavano le mie gambe nude e mi facevano male.
La terra sollevava polvere lungo il sentiero di rovi e il sole mi arroventava la gola e mi appannava gli occhi, ma erano anche lacrime calde sul mio viso.
L'ombra fresca dei declivi e delle piante maestose non mi accoglieva benevola e refrigerante, sentivo brividi nel corpo.
Le caverne invitanti dei dirupi sopra i fiumi, non mi accoglievano più con la loro ombrosa frescura, sudavo e tremavo rintanandomi dentro di loro, come se mi volessero scacciare.
L'aria non mi era di conforto, sembrava misurare il mio respiro, indecisa se farmi ancora vivere e io sapevo il perché... lo sapevo.
Non osavo bere nel fiume, nonostante l'arsura: sapevo che l'acqua gelida non mi sarebbe stata di conforto, e non volevo vedere l'immagine del mio viso riflesso sull'acqua.
Anche le tane che mi erano congeniali mi rifiutavano, la terra stessa sembrava disgustata dal fatto che io la calpestassi.
Il mio Signore non aveva bisogno di cercarmi, sapevo anche questo, ma fingevo, per pietà e orrore verso me stesso, che così non fosse.
Volevo trovare uno scampo, alla fine, davanti a una nuova vallata dei miei tormenti, mi resi conto che il mio Signore mi aveva trovato.
Feci come ero abituato a fare fin da fanciullo : mi prostrai al suolo, ma ora strinsi la terra con i pugni, morsicai la polvere con stridore di denti, sentii un urlo disumano.
Ero io che piangevo e bagnavo la terra di lacrime.
Sentivo la mano del mio Signore su di me.
Mi resi conto, nonostante la mia condanna si apprestasse, di provare conforto, per quella attenzione, di averla sempre avuta e di non averla mai gradita.
Avevo voluto avere di più. Volevo essere unico, volevo essere solo io... al cospetto del mio Signore! Volevo semplicemente che il mio Signore mi amasse più di mio fratello.
La voce del mio Signore, infinita, addolorata, inesorabile, dalle profondità dei suoi giardini nell'universo, si rivolse solo a me in quel momento:
«Cosa hai fatto... Cosa hai fatto Caino..! »

 

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1 commenti:

  • Michele Rotunno il 04/10/2010 21:47
    Complimenti, davvero una bella fantasia. Anche non eccessivamente lungo da tediare.
    Piaciuto moltissimo.

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