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Città

Novembre. Ormai eravamo in pieno autunno. Le ultime foglie tremavano sugli alberi in attesa del colpo di vento che le avrebbe spazzate via. Gialle e malate, non potevano far altro che aspettare. Dal cielo di un grigio chiaro sulla città non si capiva poi molto. Di mattina presto, quando ancora il caos delle macchine era sottile, si intravedeva una leggera foschia. Polveri. Smog. Di colpo, la vide per quello che era. Una totale perdita di tempo. Di quelle che non ti passano più e lo sai che dovresti fuggirle. Poteva forse biasimarla?
Durante la sua giornata, disegnava. A volte si chiedeva se un paesaggio potesse mai essere rappresentato a dovere da una disegno, anche il più preciso e perfetto. No, è evidente. Ti sfuggono i colori e i profumi, ciò che disegni è una mera proiezione mentale di quello che vorresti in realtà vedere. Quel giorno in particolare camminò per tutta la città alla ricerca di un oggetto che potesse rappresentare a dovere. Senza mezzi termini attraversò ogni angolo, fermandosi di tanto in tanto a scattare qualche foto con la sua macchinetta digitale. L'occhio dimentica in fretta quello che vede, la prima impressione del momento viene spesso sopraffatta da pensieri futili e senza veridicità. Attraversò il parco giochi, dove le mamme e le nonne portavano i bambini per ritagliarsi un pezzo di verde in quel grigiore. Quand'era bambina pensava che tutto quello che aveva non sarebbe mai finito e non sarebbe mai passato. Sentiva di non aver fretta e si addormentava rimandando a domani le parole e i fatti, avrebbe avuto tutto il tempo del mondo per fare con calma. Ecco il tenero egocentrismo dei bambini, credere che tutto ruoti intorno a loro. Le figure materne e paterne le vediamo semplicemente come destinate ad esserci, sempre. Come persone che sono nostre perchè ci appartengono, ci hanno dato la Vita. Non solo fisicamente.
Aveva già realizzato un ritratto di sua madre, una donna sui 60 anni ma che ne dimostrava meno. L'aveva immortalata in una sera invernale dell'anno precedente quando, cullata dal calore del caminetto acceso, si era appisolata sul suo lavoro a maglia. Era adagiata dolcemente su una poltrona reclinabile e si reggeva la testa inclinata verso sinistra con una mano, mentre con l'altra stringeva il tessuto sul grembo. Lei entrò nel salotto pensando di trovarla sveglia ma quando la vide ne rimase sorpresa. La luce che proveniva dal fuoco, illuminando il viso della donna, la rendeva una figura quasi eterea. Così, silenziosamente, prese il suo blocco dei disegni e iniziò a schizzare i contorni e i lineamenti, come rapita da un'improvvisa ispirazione. Quando terminò l'opera, sorrise. Le coprì le gambe con una coperta di lana e si allontanò adagio, così come era arrivata.
Era quello il tenore che si aspettava di trovare, qualcosa che l'emozionasse fino al punto di non capirci più niente e seguire solo la matita che, come posseduta, avanzava sul foglio bianco.
Attraversò la periferia, il centro città, passò nei bar e nelle piazze.
Il sole fece capolino da uno spiraglio creatosi per l'occasione in mezzo a due grosse nubi. Lei strizzò gli occhi e lentamente abbassò lo sguardo per fare in modo che si abituassero a quell'inaspettata luce. Fu così che, sul ponte che attraversava il fiume, li vide.
Era perfezione, si sentì scuotere da una forza inverosimile, tanto che fece in tempo solo ad aprire il blocco dei disegni e ad afferrare la matita, tanto ne rimase folgorata. Come se in quel momento, il sole non avesse fatto altro che mettere in evidenza qualcosa che in realtà già c'era ma che l'occhio umano faticava a riconoscere tra le ombre e le forme della consuetudine.
Vide affacciati a fissare il corso del fiume un uomo e una donna, simboli di fedeltà che noncuranti dei capelli bianchi, si stringevano le mani. Si guardavano e ridevano, complici. Non avevano paura, lei lo sentiva. E nel suo primo schizzo, li rappresentò così. LIBERI.

 

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