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Il vagabondo

Qualcuno bussò alla porta. Un imponente temporale impediva di distinguere con chiarezza le figure e i suoni soccombevano sotto i colpi dei tuoni, eppure ero sicuro di aver udito tre tocchi dall'altra stanza. Stanco e indebolito dalla dura giornata di lavoro, feci finta di non avere sentito nulla e provai a riconciliarmi a Morfeo, consapevole che andare a controllare mi avrebbe fatto passare il sonno. Pochi secondi e i colpi alla porta tornarono a farsi sentire, più forti di prima. Guardai per un attimo la sveglia: erano le 2:33. "Chi diavolo può mai essere a quest'ora della notte?" pensai. La mia mente mi negava il sonno facile e ormai sveglio mi decisi a camminare verso il salotto, maledicendo chiunque avesse bussato. Indossai la vestaglia e le pantofole, umide a causa della pioggia che gocciolava dal soffitto. Mentre i miei occhi cercavano di abituarsi al buio, mi vennero in mente alcuni fatti di cronaca. Negli ultimi mesi, in questo stesso quartiere si sono registrate violenze domestiche, furti e danneggiamenti di proprietà nelle ore notturne. Questo pensiero mi mise in agitazione, vista l'ora tarda, ma cercai di non farmi prendere da una paura insensata. La mia casa era poco più di una catapecchia e ciò, da fuori, si distingueva chiaramente. Non avevo nulla da temere, chi mai avrebbe avuto interesse a svaligiare una casa simile?
Più la mia mente cercava di essere lucida però e più la mia mano tremava avvicinandosi alla maniglia della porta principale. Lungi dall'essere completamente tranquillo, aprii con uno scatto deciso la porta. "P-Per favore...". L'uomo di fronte a me barcollava. Era probabilmente un vagabondo e i vestiti che indossava, stracci completamente bagnati dalla pioggia e rotti in più punti, ne erano la conferma. Sembrava non mangiasse da giorni, il suo viso era scavato, i suoi occhi erano stanchi e vitrei, pareva quasi svuotato della sua essenza vitale. "Per favore... mi aiuti..." furono le sue ultime parole, prima di cadere a terra. Non riusciva a reggersi in piedi, le forze lo avevano abbandonato. Lo sollevai di peso e sorreggendolo per un fianco lo stesi sul mio divano. "È vecchio e malato. Non ho nulla da temere da quest'uomo", dissi tra me e me, ripensando ai turbamenti che mi disturbavano pochi istanti prima. Era solo un uomo infreddolito in cerca di un riparo, l'ultimo dei modi in cui descriverei un delinquente.
Lo coprii con una coperta di riserva che tenevo nell'armadio e andai in cucina e preparare qualcosa di caldo. Purtroppo non avevo nulla che potesse aiutarlo al meglio, ma sicuramente una tisana lo avrebbe aiutato a riprendersi dal freddo. L'acqua che bolliva era il segnale che la bevanda era ormai pronta. Presi alcuni biscotti e li appoggiai su un piattino preso dalla dispensa. Tornai in salotto e porsi all'uomo il vassoio con la tisana. "Tieni, è caldo. Non è molto, ma almeno ti riscalderai". L'uomo non si mosse. Sembrava come se la sua mente fosse da tutt'altra parte o fosse spenta. Le sue mani tremavano ancora, ma tutt'ora non saprei dire se per paura di qualcosa o per il freddo. Provai a rendere meno rigida l'atmosfera: "Non fare complimenti, per questa volta offro io!". Nessuna risposta. I secondi sembravano infiniti e il silenzio che emanava quel salotto non rese più agevole la situazione. Il mio cuore batteva più forte, potevo sentire i battiti che oscuravano i miei pensieri.

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