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La casa delle tenebre

Era un caldo mese di luglio a Roma, ma fredde erano le celle nei sotterranei di Castel Sant'Angelo dove ero imprigionato. L'angoscia tra le umide mura, i lamenti lontani di un uomo appena torturato... mentre nella mia cella ricordavo di come il destino beffardo mi aveva fatto imprigionare; da quegli eventi successi nell'ottobre scorso in quel borgo tra i monti Cimini: un borgo di nome Vitorchiano, arroccato sopra rocce scoscese.
Ci arrivai passando per i faggi e i castagneti che ricoprono le colline circostanti. Era tempo di castagne; sul terreno se ne trovavano molte mature, cadute dagli alberi, ricoperte dai loro ricci semiaperti e pieni di spine. Giunsi al borgo che era il crepuscolo, stavano appena chiudendo la porta delle mura fortificate. Le strade del paese erano quasi deserte. La poca gente, come capita in questi piccoli comuni, mi guardava in modo insistente.
Avevo un cugino che abitava lì, di nome Luigi Canombroso. Un tipo solitario. Da ragazzi andavamo molto d'accordo, ci interessavamo di arte e scienza. Poi ci siamo persi di vista; lui viaggiò per l'Europa e io ricercavo fenomeni occulti e forze misteriose. Ma arrivando a Vitorchiano nel mese delle castagne non pensavo a ciò che sarebbe accaduto.
Quando mi presentai alla sua porta, mi aprì con il volto coperto da un velo nero. Mi rassicurò che non aveva un male contagioso, ma qualcosa di molto diverso, forse peggiore, dovuto a malefici. Salimmo una breve scalinata per entrare nella stanza principale della casa, rischiarata da candele. Seduti su delle scure poltrone in cuoio mi disse che era un brutto momento per lui. Mi raccontò una storia successa l'anno prima, nel medesimo mese di ottobre.
Durante una delle sue passeggiate solitarie, camminando tra le colline e gli alberi di castagno, Luigi incontrò un uomo dall'aspetto deforme, che stava intagliando una zucca a immagine di un volto. L'aveva perforata con un coltello, formando due occhi tondi, un naso triangolare e una bocca dai denti appuntiti. L'uomo aveva la pelle del viso come una pergamena incartapecorita e stava in posizione piegata, ingobbito. Luigi gli fece i complimenti per il lavoro che aveva fatto a quella zucca. Il gobbo gli rispose che ne aveva molte in casa, un casolare grande abitato dalle sua padrona. Disse che la sua padrona era una nobildonna, l'ultima della famiglia che ormai aveva perso i suoi averi ed era giovane e attraente. Mio cugino si lasciò tentare seguendo l'uomo verso la casa.
Arrivarono presso il casolare, costruito in grossi blocchi di tufo. Aveva tre piani compreso il pian terreno e il profferlo, ossia una scalinata laterale che correva lungo la facciata e portava all'altezza del secondo piano. Sotto, al piano terra, c'era un grosso portone. In cima alla scalinata, nella loggia davanti alla porta d'ingresso, si vedeva una di quelle zucche intagliate dall'aspetto inquietante.
All'improvviso da dietro la casa sbucò una donna; giovane, vestita di viola con un corsetto nero legato davanti da lacci incrociati. Aveva lunghi capelli neri e nero era il cappello a larghe falde che portava in testa. Anche gli occhi erano scuri, leggermente a mandorla. Portava nel braccio sinistro un cesto di castagne appena colte. Quando vide i due uomini arrivare fece un sorriso e disse al gobbo: <<Che bel signore mi hai portato!>>

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1 commenti:

  • cesare massaini il 05/05/2011 14:49
    bello, scritto bene, accattivante e scorrevole

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