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All'ombra del vecchio gelso

Amavo ascoltare i suoni delle more del grande gelso cresciuto accanto alla casa. Mentre camminavo scricchiolavano sotto i miei piedi e potevo vederle oltre il velluto dei miei pantaloncini ridursi morbidamente a una poltiglia colorata. La nonna avrebbe ritrovato presto sul pavimento di cucina i segni inconfondibili del mio passaggio ma in qualche angolo della mia infanzia anche il venire rimproverato da lei rappresentava un sottile piacere. Una piccola prova d'amore.

Se stavi in silenzio sotto il gelso, chiudevi gli occhi e scioglievi i rumori del trattore nel campo e degli uccelli sui fili della luce in un neutro sottofondo, potevi sentire le more cadere. Quel caratteristico suono prendeva vita così, dal nulla, senza alcun apparente motivo, con un lievissimo stormire di due o tre foglie che, subito sotto il punto da cui si era staccato il frutto, vibravano lievemente ma percettibilmente al suo passaggio. Dopo qualche frazione di secondo che sembrava un secolo ecco il "tump frrrrr!". Perché quando la mora raggiungeva terra, se era abbastanza matura e succosa, si depositava con forza sui piccoli ciottoli chiari spostandone qualcuno e producendo un caratteristico rumore. Se invece, cosa non così infrequente, cadeva su un'altra mora già finita a terra il rumore era più lieve, a volte impalpabile e ti lasciava lì, ad aspettare, come un viaggiatore che ha perso l'ultimo treno.

La cosa che ricordo meglio, è strano, era l'odore, quel forte e pungente odore, che portava la fresca aria della campagna dopo ogni pioggia e non si trattava di un odore comune. Anzi, mai sentito altrove. Voglio dire che mai, davvero mai, mi è capitato di sentirlo come lo sentivo in quel caro fazzoletto di toscana. Non so se davvero non lo si possa udire altrove oppure se semplicemente i nostri ricettori olfattivi, invecchiando, non siano più in grado di percepire allo stesso modo gli odori. Altre volte, in altre vite, dopo una pioggia, una sola nota olfattiva ha riportato la mia mente sotto il gelso e l'ha sfidata senza successo a ritrovare le altre note di una sinfonia ormai scomparsa per sempre ma vivida come un arcobaleno dentro di me.
Era molto riconoscibile, era l'odore di casa mia.
Ma sull'ascia sporca che avevo in mano non sentivo l'odore del mio sangue.

Quegli anni sono così lontani per me che questa sferragliante metropolitana in cui mi siedo stanco potrebbe essere quella vecchia panchina di pietra ed i cartoncini pubblicitari che oscillano dai sostegni di metallo le foglie del mio caro gelso. Mancano solo le more, che non colorano più le mie scarpe.

Un altro viaggio, altri volti, altri luoghi per cercare di perdere me stesso nella vastità del mondo. Un anno a Parigi, sei mesi a Berlino, due anni a Praga, quattro mesi ad Anversa. Quando finirà?

Le stazioni scorrono sotto i miei occhi una dopo l'altra. Le osservo distanti, inesorabili e giudicanti come i grani di un rosario senza crociera, mai dedicato ad alcun santo, mai sfregato da mani supplici.

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