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Vanilla

Le gocce scendevano lente su quel vetro, disegnando ampi cerchi e contorti sentieri. Sentiva le rotaie sferragliare con foga sotto i suoi piedi stanchi, avvolti in scarpe da ginnastica dalla suola consumata, comprati in qualche spaccio a basso costo.
Tre fermate. Mancavano tre fermate e già Vanilla sentiva un peso opprimergli il cuore, lo stomaco, la mente. Non sopportava l’idea di varcare ancora quella soglia, non reggeva il solo pensiero di dover sentire, un’altra sera, quell’odore d’incenso misto a birra e sigarette.
Due fermate. Tempo tiranno che nemmeno le lasciava la facoltà di respirare. “perché diamine non ti fermi un giorno o l’altro?! ” aveva urlato un giorno, dando un pesante pugno all’anta dell’armadio. Era rossa in viso, in quel momento, e avrebbe voluto solamente morire. “peccato non averlo fatto…” si rimpiangeva ogni giorno. Le mancava il coraggio ed era vero, aveva ragione. Era solo una stupida codarda. E anche quel giorno pioveva e sul vetro di camera sua scendevano le stesse gocce che vedeva, tempo dopo, seduta su quel sedile di plastica del metrò delle cinque e diciotto.
Una fermata. Ecco, poteva sentirli, quegli spasmi, quei crampi che le prendevano lo stomaco, quando sentiva che l’incubo era vicino. Non un’altra sera, si diceva, non un’altra discussione, non un’altra notte insonne. Si passava le mani fra i capelli oramai luridi e tentava di raccapezzarsi, di non perdersi, fra quel grigiore che oramai le apparteneva. Perché lei era grigia, grigia dentro, come qualsiasi edificio che la circondava. Oramai non era altro che un’ombra fra quei casermoni dimenticati, pieni di difetti e fatiscenti.
Ecco, scendi, è la tua fermata. Quel campanello d’allarme la risvegliava dal torpore del viaggio, quel trillo di una sveglia che sperava non funzionasse più. Prese lo zaino e via, oltre quelle porte scorrevoli, oltre quel momento di transizione. È ora di tornare alla terra ferma. Alla realtà. Dannata realtà. Non era un mistero che la odiava.
Scendeva le scale con foga, quasi temesse che qualcuno alzasse lo sguardo per posarlo sulla sua figura. Anche a costo di inciampare, piuttosto morire su quegli scalini. Come li conosceva bene. E pensare che a capodanno ci aveva dormito, fra le bottiglie vuote e le cartine stropicciate. Non era lo spinello che faceva la felicità e nemmeno quella lattina in più. C’era quel grigio in lei che non si lavava via con nessun detersivo…a lei bastava confonderlo con altro sporco. Via, sporco su sporco, macchie su macchie. Alla fine non rimaneva di lei che una confusa figura fatta di pezzi di foto, scarabocchi, pensieri buttati a caso. Ma la direzione? Già la direzione. L’aveva scordata. Sapeva quella per andare al lavoro, quella per andare dagli amici, quella per andare alla metropolitana… ma se la direzione che cercava, fosse stata quella di casa? Non era il momento di farsi quelle domande, ora doveva solo correre, sotto la pioggia, e come il solito, senza ombrello. D’altronde non le importava… non erano altro che gocce sul vetro del suo corpo.

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11 commenti:

  • Marysun... il 22/03/2010 20:35
    tristissimo.. forte, molto forte! sei bravissima
  • Anonimo il 24/11/2009 21:43
    Bel racconto, hai descritto la più povertà totale trasmettendone proprio il senso, brava!
  • IGNAZIO AMICO il 07/09/2007 16:31
    Prometti bene e puoi aspirare ad essere una buona penna, capace come sei di trasmettere forti emozioni. Bravo.
  • Matteo Bonino il 02/09/2007 14:37
    Commovente, davvero. L'ho letta con difficoltà, non pechè sia scritta male, anzi, ma perchè ti crea un'angoscia dentro. Complimenti..
  • Giorgio Carana il 07/05/2007 15:58
    Ci aspettiamo io e il mondo intero di veder fiorire dalla tua dotata penna una fiaba chè tanto di brutte storie ci inondano i media. Continua a coltivare il tuo talento. Brava
  • Adriano Di Carlo il 22/09/2006 19:44
    caro gianfranco l'età nn è sintomo d'incapacità, tantomeno di minore sensibilità. io ad esempio ho scritto la mia prima poesia a 12 anni. cryback

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