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Vento di maggio

Lunedì mattina aspettavo mentre facevo colazione l'arrivo della nuova colf. Non c'era scuola poiché era festa; da premettere che io frequentavo la scuola di arte creativa, avevo scelto io questa facoltà e mi piaceva talmente tanto che quando non potevo andarci ci rimanevo male. Dicevo che aspettavo la nuova colf, la quale mia madre cercava insistentemente. Questa inoltre si doveva occupare anche, oltre a tutte le altre mansioni, di mio fratello Donato che aveva sette anni. A volte di lui si occupava mia nonna ma ora, essendo troppo anziana, non poteva più farlo. Finalmente bussarono alla porta e io, credendo che fosse la solita befana, aprii senza badare troppo a mettermi un po' in ordine. Quando però aprii l'uscio di casa mi sentii mancare la terra sotto i piedi, perché mi trovai davanti ad un bellissimo esemplare di uomo il quale, inutile dire, era il clone del mio Liebe. Vi starete chiedendo a questo punto chi era costui ed io vi rispondo semplicemente che questo Liebe era l'uomo dei miei sogni e della mia immaginazione. Lo feci accomodare dopo che si fu presentato dicendo di chiamarsi Lowell, di essersi presentato per l'annuncio e di avere molte esperienza in questo campo. Aveva, come Liebe, una voce molto sottile e carezzevole e due occhi grandi e tristi stupendi. Questi parlò poco dopo con mia madre dandole tutte le referenze e quindi fu subito assunto. Pensai, tirando un sospiro di sollievo, <<Meno male>>, altrimenti se non lo avesse preso a lavorare gli avrei chiesto, pregandolo, di occuparsi di me. Passò una settimana ed inutile dirvi che ero sempre dov'era lui. Facevo di tutto per interessarlo a me, ma oltre il suo lavoro era un pezzo di ghiaccio. Intanto più passava il tempo e più mi innamoravo di lui; ero arrivata al punto che la scuola che tanto amavo era diventata un peso per me perché quelle ore mi tenevano lontana da lui. Un giorno mi trovavo seduta sul basso muretto fuori dalla scuola nell'ora di ricreazione; ero sola e pensando a lui piangevo. Allora mi si avvicina Dora, la mia migliore amica e dice: <<Maty', smettila di piangere e troviamo una soluzione>>. Infatti lei ormai quando i vedeva piangere già sapeva il motivo per cui piangevo poiché le avevo raccontato tutte le mie pene d'amore. <<Non c'è soluzione>> dissi io tra le lacrime. <<Le ho tentate tutte. Mi odia, capisci, mi odia!>> le urlai mentre piangevo. <<Ascolta>> continuò poi Dora <<Oggi a scuola abbiamo l'ora di argilla. Perché non costruisci qualcosa per lui. Magari un bel regalo. Vedrai gli piacerà>>. Dopo molte perplessità decisi di darle retta, feci per lui un'anfora stupenda e glie la portai a casa speranzosa. Appena a casa dissi: <<Mamma, dov'è Lowell>> e lei replicò: <<È di là con tuo fratello>>. Allora posai i libri e corsi di là. Appena lo vidi mio feci coraggio e gli dissi: <<Lowell, questo è per te, l'ho fatto a scuola>>, ma lui, alzandosi di scatto dal letto di mio fratello, avvicinandosi disse: <<Maty', non devi farmi regali, no li voglio>>. Gli risposi: <<Ma perché mi odi?>> ed egli rispose: <<Ascolta, io qui lavoro e basta, ok?>> ma io ne approfittai e gli dissi: <<La tua freddezza mi fa capire chiaramente che non mi sbaglio e che mi odi profondamente>> ma lui, risentito, disse: <<Io non ti odio e non vuoi capire>> e, detto questo, uscì dalla stanza. Regalai allora l'anfora a mia madre ma il dolore per quel rifiuto mise le radici fino a non farmi quasi più mangiare. Una sera, mentre lui preparava la cena, io giocavo con mio fratello; ad un tratto il piccolo posa il suo giocattolo e mi fa: <<<Lowell non ti vuole perché sei brutta>> ed io, indispettita, di rimando: <<Sei bello te>> poi però, pensandoci bene, dissi tra me e me: <<E già, forse ha ragione lui. Proviamo un po' ad abbellire il quadro>>. Mi rivolsi così ad un istituto di bellezza, presi un appuntamento ed andai. Mi feci fare tutto, capelli, ciglia, unghia, poi indossai un vestito nuovo ed andai a casa. Non vedevo l'ora che mi vedesse. Appena arrivata a casa gli passai sotto gli occhi, lui mi guardò e poi disse: <<Maty', ma come ti sei conciata! >>. <<Ti piaccio, Lowell?>> ma lui sentenziò: <<Ascolta. Tra un po' si mangia. Smettila di giocare a fare la signorina e vieni a tavola>>. Risposi: <<Lowell, io, io, io. . . >>. Dopo quel comportamento provavo una rabbia infinita, andai in camera mia furiosa, mi spettinai e mi struccai, quasi strappai il vestito prima di toglierlo, poi mi buttai sul letto e piansi. Dopo una buona oretta lui venne su a portarmi da mangiare e pensai che sicuramente non era partito da lui il pensiero di portarmi da mangiare, ma mia madre avrà chiesto a lui di portarmelo. Entrato in camera mia, posò il vassoio sul tavolo e disse con dolcezza: <<Mangia, altrimenti si fredda>> ed io gridai in lacrime: <<Non la voglio>>. Allora mi si sedette accanto e disse: <<Mi stai facendo soffrire molto, sai, Maty'?>>. <<Ah, io?>> dissi quasi sconcertata. <<Sì>> disse <<tu, perché non mi capisci o fai finte di non capire>>. Poi continuò: <<Ascolta, non piangere più, sei bella anche senza trucco>> ma io gli risposi: <<Sono così brutta>> e lui di rimando mi rispose: <<Le donne che si truccano sono davvero un orrore. Meglio senza. E poi quel vestito. . . Ma dai, tesoro!>>. Poi continuò: <<Su, tesoro, asciuga quegli occhi e mangia e non buttare più i soldi né per i regali per me né per queste cose>>. E, detto ciò, mi diede un bacino sulla guancia e andò via. Mi aveva consolata, allora perché mi sentito tanto male? Passarono i giorni in cui lo cercavo e lo macchinavo sempre e lui mi evitava con la solita gentilezza e dolcezza. Io gli andavo dietro e cercavo di ingelosirlo, cercavo di interessarlo a me e a ciò che facevo ma i miei tentativi andavano in fumo; per lui ero solo il vento di maggio. Ma come dicono i proverbi a volte piove sul bagnato poiché una mattina la scuola finì prima per la mancanza di un professore, e io e la mia amica del cuore prima di rincasare decidemmo di passare per i giardinetti e fermarci a prendere un cappuccino al bar, passammo vicino le panchine quando il mio cuore ebbe un colpo. Lo vidi, era fermo vicino ad un albero con una ragazza; l'istinto immediato fu di correre da lui ma fortunatamente la mia amica mi fermò dicendo: <<Aspetta, non andare>> ed io eslamai: <<Ecco perché mi ignorava, aveva la fidanzata>> e la mia amica rispose: <<Forse non te l'ha detto per non ferirti>> ed io di rimando: <<Ferirmi lui! Ssss. . .>> e Dora allora disse: <<Calmati e al posto del cappuccino prendi una camomilla>>. <<Non voglio nulla>> risposi indignata. Allora mi fu proposto da Dora di seguirli visto che si stavano allontanando. Si diressero alla stazione dei treni, lui l'accompagnò appunto al suo treno e dopo averla aiutata a salire baciandola sulla guancia aspettò che il treno partisse per andare via. Per me ogni speranza era sfumata, la mia disperazione aveva rotto gli argini, fu così che, tornata a casa, chiesi il permesso a mia madre di andare dalla zia che viveva in campagna, feci le valigie e chiamai un taxi. Lui, nel vedermi andar via, dice: <<Ma dove vai?>>. <<Parto>> e lui rispose: <<E perché mai?>> al che, stizzita, risposi: <<Così, ho voglia di sparire>> e lui <<C'entro di nuovo io, vero? r>>. <<No>> risposi con risentimento e, aprendo la porta, scappai via; ma lui, afferrandomi per un braccio, mi fermò e mi disse: <<Maty', non andartene, per favore>>, si mise ad implorarmi e quando quei grandi occhi si riempirono di lacrime io dissi: <<Che ti importa di me? Tanto tu hai la tua ragazza>> e, detto ciò, mi svincolai dalla sua mano e salendo sul taxi che mi aspettava scappai via. Per la strada, sia nel taxi che nel pullman, piansi tutte le mie lacrime, mi sentivo debole e mi girava la testa, arrivai che era quasi buio dalla zia, bussai ripetutamente alla porta ma lei non c'era. Continuai a bussare finché non vidi una signora venire verso di me che mi faceva segno con la mano e si dirigeva verso di me. Quando mi fu vicina disse che la signora era partita e che sarebbe tornata la prossima settimana. Io ero esausta, non sapevo dove andare e quindi mi incamminai lungo un pendio a passi lenti, avvolta nella mia giacca di pile. Avevo freddo, stavo male e non ricordo se fu l'erba alta o un fosso ma inciampai e caddi. Dovetti perdere i sensi perché quando mi risvegliai mi resi conto di essere dentro un convento di suore ove fui curata con amore e pazienza. Quando mi fui ristabilita definitivamente chiese alla madre superiora se potevo restare con loro per sempre, non volendo più ritornare a casa per non rivederlo e, se il caso, prendere i voti. Passò un anno da quella sera, tempo in cui avevo chiaramente messo al corrente la mia famiglia e Lowell, che non si dava pace per la mia lontananza. Naturalmente chiesi a mia madre di non dirgli nulla dei voti fino all'ultimo momento- Portavo già l'abito delle novizie e mancava poco più di una settimana alla mia definitiva promessa. In questo anno Lowell mi era venuto a trovare e capii che i miei sentimenti per lui erano ancora molto radicati, lo amavo ancora profondamente e stare lontana da lui non mi era servito a nulla; credevo di dimenticarlo ma non si può dimenticare la ragione che fa battere il tuo core. Infatti vederlo attraverso la grata mi aveva resa ancora più soffrente ma la mia unica consolazione era che lui non era mio e non lo sarebbe mai stato, apparteneva ad un'altra, una donna che me lo avrebbe tolto per sempre. Capivo anche che non avrei avuto altro amore dopo di lui, dal momento che mi aveva rapito l'anima completamente. Mancava appunto una settimana e sarei diventata suora, così la superiora mandò a chiamare il vescovo per presentarci a lui e farci un discorso. Quando fu il mio turno disse: <<Figliuola, lo sai che la tua decisione è definitiva. Sei davvero pronte per questa vita?>>. Poi continuò: <<So che lasci un grande sentimento alle tue spalle e l'abito che stai per prendere è una cosa molto seria>>. Lui continuava a parlare e a me venivano le lacrime agli occhi, poi si interruppe e disse: <<Puoi ancora tornare sui tuoi passi>> ma, pensando a Lowell e alla sua situazione, dissi: <<No, ho deciso>> e, lasciato il vescovo dopo avergli baciato l'anello, andai via. Mi rinchiusi nella mia cella e pregai, venne poi la settimana in cui dovevo prendere l'abito. Ero in chiesa, vestita con l'abito da cerimonia e stavo in file con le altre sorelle aspettando l'inizio della santa messa. Tremavo e tra le lacrime mi girai e lo vidi. Anche lui piangeva ed era disperato, non l'avevo mai visto così. Poi, venendomi vicino, disse: <<Ti pentirai tanto, Maty'>> ed io a mia volta: <<Che ti importa di me e della mia rovina? Tu hai l'altra che ti consola>>. <<Chi?>> disse lui. Ripresi: <<La ragazza che un anno fa accompagnasti al treno. Ricordi?>> e lui, dopo aver riflettuto un po', disse: <<No! E tu hai creduto fosse la mia ragazza? No, non dirlo, quella era mia sorella! Ho solo lei ed era venuta a parlarmi di cose inerenti alla mia famiglia>> ma io, di rimando, incredula risposi: <<A un altro cane con questo osso! Sotto l'albero, vero?>> e lui, prendendomi la mano, rispose: <<Era lì perché non voleva che la vedesse nessuno dopo un incidente avuto al viso>> e io, in tono più amorevole, replicai: <<Quindi sei solo?>>. <<Sì, e non sai quanto!>> e io, civettando, dissi: <<E mi ami?>> e lui: <<Sì, tanto>> poi continuò: <<Maty', non farlo, ti prego>> ma non me lo feci ripetere due volte e, chiedendo perdono a Dio, rinunciai alla vita conventuale sposando il dono più bello che lui stesso mi aveva fatto.

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