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La chiesa di campagna

Al tramonto, il sole tingeva il cielo di rosso, spargendo sfumature porporine sulla vegetazione circostante l’abitato di Mario, un settuagenario solitario, costretto a vivere, da anni, in una casa mezza diroccata, nell’aperta campagna di un paese della Bassa bresciana. Per molti anziani, la loro esistenza era fatta di solitudine, difficoltà economiche, malattie trascurate, ma che cosa significasse per Mario vivere in solitudine, lontano dalla gente e con un’età avanzata? Qualcuno, in paese, commentava spesso di Mario… “È così solo che potrebbe morire senza che nessuno potesse accorgersene!” C’era gente che voleva bene a lui, ma oggi aveva fretta, non aveva più tempo per parlare con un “vecchio isolato dal mondo.”
La sua gioventù era stata operosa; aveva costruito una famiglia, aveva contribuito al benessere del paese, poi era stato messo da parte e privato della sua dignità; era accaduto molto tempo fa, poco dopo la morte della moglie, quando iniziò a soffrire di un difetto di circolazione con respiro un po’ affannoso. Normale per una persona della sua età, ma i due figli assicurarono che poteva morire da un minuto all’altro e insistettero con i medici fino ad ottenere il ricovero del padre in un ospedale. Dopo tredici giorni di degenza (inutile), Mario era più che pronto ad essere dimesso, ma nessuno dei figli si fece vivo in ospedale, e di loro più nessuna traccia.
La sua casa, ora, era quella che un tempo apparteneva ad un curato; e attigua a quella casa… una chiesa piccola, la bella pieve di campagna che Mario sapeva vedere i segni di mille e più anni di storia: era l’ex chiesetta di Santa Letizia, curata con amore nei secoli passati, restaurata alla peggio nei periodi di magra, ricostruita nei momenti di prosperità, ed ora… in pericolo per causa dell’incuria in cui era tenuta. Il fascino dei suoi muri esterni, corrosi dal tempo, non sempre era tenuto nella giusta considerazione. Fino ai primi del Novecento era opinione corrente che la pietra grezza fosse antiestetica, e si preferiva intonacare i muri della chiesa.
Il basso campanile, privato dalle sue campane, svettava sopra degli alberi circostanti e sembrava messo lì per dare importanza e valore alla costruzione. La parte settentrionale della pieve, umida e senza sole, era considerata il “lato del pianto”; qui, venivano vagabondi ed eremiti, in genere, che si facevano murare vivi in celle situate nel lato nord del coro, da dove, attraverso una minuscola apertura potevano scrutare l’altare.
Quanta storia mai descritta dietro quelle mura; quanti fatti mai raccontati; quante vicende consumate all’ombra di quell’antica porta ad ogiva. Era ipotizzata l’esistenza di quattro profondi pozzi scavati al fianco dell’abside, pozzi muniti di lame taglienti e affilate, ove i Signori conti del luogo avrebbero gettato le sventurate e più belle paesane dopo averle inebriate durante una di quelle pazze notti dedicate ai bagordi e alla più sfrenata oziosità.
Il sole andava quasi scomparendo e, prima che il buio divenisse padrone assoluto, Mario si recò a controllare le sue cinque galline poste dentro i paletti di quella che fu stata la schola cantorum. Quella notte, decise il riposo nella chiesa; s’accomodò in una misera brandina celatasi nel vasto e rettangolare pulpito; aveva, come lenzuolo, un cappotto rozzo e puzzolente. Era solito coricarsi stringendo in una mano un rosario; anche se egli non pregava mai, quel rosario gli era un amico inseparabile perché credeva nel contatto con Dio e ad asserire che il mondo aveva bisogno di pace e amore. Questa sua strana religione era l’ultimo appiglio e poteva essere un sostegno pere chi credeva in un Dio misericordioso.

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