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Patetica

Raccolse i suoi quattro pensieri sparsi credendoli importanti. Li ordinò, mettendoli uno dietro l'altro come si fa con i libri su uno scaffale. Irrimediabilmente l'ultimo, che dovrebbe fare da coda e sorreggere gli altri precedenti si obliquò, provocando lo stesso effetto sugli altri e tutti assunsero le sembianze di piccole Torri di Pisa, pendenti tra il bisogno di stabilità e la convinzione consolante di averla raggiunta.
In quel istante sarebbe dovuta intervenire la sua forza di volontà: ci voleva un colpo deciso che assestasse la fila di pensieri e desse sicurezza all'ultimo di essi. Ma non arrivò. Allora i pensieri si adagiarono come un ventaglio l'uno sull'altro e lei insoddisfatta dell'azione disegnò con le labbra alla finestra, davanti la quale si pose, un broncio simile a quello delle bambole di porcellana.
Confusione
Solitudine
Tristezza
Dolore
Le pizzicavano le guance con fare divertito e le lacrime non si fecero aspettare. Puntuali scesero ad impregnarli l'anima di pensieri nervosi, ombrosi, cattivi. Dicono che piangere sia un ottimo sfogo: era in realtà l'ultimo atto apparente di una rappresentazione mentale. La paura del futuro, del farsi carico delle proprie responsabilità , l'abbandono subito da chi fino a poco tempo fa aveva rappresentato per lei " fobica sociale" il suo "piccolo mondo" non per volontà ma per necessità, la malattia crudele di suo padre, l'insicurezza sul lavoro, il suo rincorrere amori impossibili avevano recitato alla perfezione davanti i suoi occhi di spettatrice. Ed ora per premiarli della ottima interpretazione pianse, non di commozione, di dolore. Ciò non bastava.
Le lacrime, infatti, irroravano la gemma di una nuova consapevolezza: aveva vissuto i suoi ventitre anni all'ombra di sua sorella gemella. Incapace a costruire amicizie, come una sanguisuga si era nutrita della sua vita sociale. Lei era più estroversa, più sicura, più diplomatica, più sorridente, più piacente all'altro sesso... lei era l'esatto contrario. Timidissima, paurosa, intollerante, permalosa non trovava godimento nella compagnia altrui. Così sembrava a molti e con il passare del tempo, anche lei si nutrì di questo pregiudizio su se stessa: " sono uno spirito solitario", "una donna sola"," un lupo" soleva ripetersi. Era una certezza quella di non essere come gli altri, di non necessitare dello stare insieme, di essere uno spirito "diverso" invece che incapace ad inserirsi nel mondo, a mediare con gli altri, a vivere.
Dietro ogni gesto umano vedeva il male e non capiva se ciò era in rispetto del detto " male fa chi male pensa" o perché per la sua spiccata sensibilità era perita tante di quelle volte sotto l'ascia della superficialità e della meschinità umana da conoscere a memoria il meccanismo.
La partenza di lei, della sua gemella, le aveva lasciato in dono la presa in carico de i suoi limiti nello stare in società, delle sue atrofizzate e rinsecchite capacità sociali.. Cosa fare adesso? Da cosa iniziare? Cambiare città o restare accanto al padre malato?

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1 commenti:

  • Anonimo il 10/01/2011 16:53
    Hai analizzato un aspetto molto significativo della realtà odierna, quello della solitudine connessa alla diversità. Purtroppo dopo tante riflessione sull'argomento, non sono ancora riuscito a capire se veramente esiste la "diversità" o siamo noi che volendoci troppo bene ci emancipiamo dal tessuto sociale. In questo caso, quello del tuo brano, è tutto vero: molte ragazze ( o ragazzi ) crescono all'ombra di qualcun altro, invidiandolo fino a desiderarne i mali più assurdi, e questo indipendentemente dal legame di sangue. E si comincia ad isolarsi, a piangere quando nessuno può vedere né ascoltare, ad interrogarsi con domande che non avranno mai risposte ( splendidamente enunciate da te ). Non so se esiste una medicina; se c'è, va rintracciata in quello che i comuni mortali chiamano "amore". Cattivi pensieri portano soltanto ad altri cattivi pensieri.
    Ottimo racconto. Ciao

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