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Viva la vida (stralcio di un racconto non completato)

La sveglia per me era alle sei anche se Lui pensava che mi svegliassi alle sette, quando lui era già sveglio io facevo finta di dormire per non togliergli il piacere che provava a vedermi dormire.
Mi svegliavo e mi sgranchivo le ossa, allungavo le gambe mentre lui non se ne poteva ancora accorgere e facevo tutta una serie di movimenti per liberare il corpo dal sonno, aprivo gli occhi, lo guardavo dormire e infine mi giravo su un lato e aspettavo che lui si svegliasse.
Si svegliava sempre un po' dopo di me ma io gli lasciavo credere che si svegliasse prima lui. Faceva tanti sacrifici e non volevo togliergli quel piccolo piacere che a me faceva molta tenerezza.
La mia giornata tipica era questa più o meno.
Sveglia alle 6, stare a letto fino alle sette, alzarsi e fare colazione con Lui, salutarlo prima che andasse a lavoro e stare a sistemare la casa.
Casa. Abitavamo al terzo piano di un condominio davanti a cui c'era un condominio gemello, quasi una pessima imitazione delle Torri Gemelle.
Era un'abitazione piccola ma decorosa e ci tenevo molto che fosse sempre in ordine e pulita, era il mio piccolo vanto, un modo anche per tenere occupata la mente.
Tenere la mente lontana dai problemi perché di quelli ce n'erano sempre stati.
I miei occhi somigliavano molto ai suoi, potrebbe sembrare un caso ma gli occhi azzurri sono un gene recessivo come spiegava il prof. di biologia al liceo.
Al liceo avevo conosciuto suo fratello che ora è mio cognato ma che un tempo era pure mio cugino.
I miei occhi si assomigliavano ai suoi perché eravamo cugini di primo grado da parte di madre, con suo fratello eravamo cresciuti insieme ma Lui invece ha sei anni più di me e non c'eravamo quasi mai visti, impegnati con la scuola prima e poi io con l'università e lui con il lavoro.
C'eravamo innamorati la sera del mio ventesimo compleanno, tutta la famiglia era invitata e pure lui che io non volevo invitare, che io vedevo come un estraneo (ero sempre stata un po' sulle mie in fatto di amicizia) per averlo visto solo poche volte in rare occasioni.
Ma quella volta fu diverso, spinti a ballare dai parenti imparai ad apprezzare i suoi occhi riflessi nei miei e le sue mani che tenevano i miei fianchi.
Dopo quella sera ci conoscemmo meglio iniziammo a parlare e ben presto capimmo di condividere molte cose e iniziammo a uscire, nostro complice era il fratello di Lui, che io amavo come fosse stato fratello mio.
Giovanni, suo fratello che aveva un anno in più di me, era un po' preoccupato e scandalizzato da quella nostra relazione ma ci voleva troppo bene e questa fu la sua sciagura.
La nostra famiglia lo scoprì quando rimasi incinta a ventitre anni. Mi chiedevano chi fosse il padre e io risposi con naturalezza che era Lui il padre.
Allora scoppiò un finimondo in casa mia, le zie e la nonna urlavano allo scandalo e si coprivano con gli scialli, mio padre era infuriato ma ciò che io sentivo maggiormente era il decoroso ma sconcertato silenzio di mia madre.
Non diceva niente, rimaneva a guardare il muro davanti a sé mentre in quella casa si scatenava l'inferno.
Noi fummo cacciati di casa, io e mio marito, Giovanni rimase e fu preso come capro espiatorio da tutta la famiglia e dalla società che urlava allo scandalo. La sua unica colpa era quella di averci coperto.
Noi trovavamo conforto l'uno nell'altra ma lui non trovava conforto da nessuna parte.
L'ultima volta che ho visto mio cugino Giovanni era ai piedi del campanile della chiesa Madre con la testa rotta.

 

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3 commenti:

  • Anonimo il 03/06/2011 12:15
    Incompleto. Attendo
  • Dino Greco il 10/02/2011 15:23
    In effetti sì, mi avevano già proposto di ampliare questo pezzo comunque si consideri che il pezzo qui scritto è solo, come dice il titolo, uno stralcio
  • Michele Rotunno il 09/02/2011 23:18
    Manca qualcosa. Chi, come, quando e perchè? (ovviamente parlo del cugino Giovanni).

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