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Il Passo di Gerard Solitaire

Dunque Gerard vi parla come un libro, se volete restare
ascoltate i giorni di poca luce che la vita gli ha imposto
come un domino bianco nero e giallo,
e portate un dolce a fine cena, poi la frutta
come vuole la tradizione, sarà gradito.
La vita non è un messaggio scorrevole, lui vive con i tasti
sbilanciati di un cellulare troppo sottile per le sue tasche con
l'impotenza che sceglie al posto suo i movimenti da compiere con le mani, i romanzi da leggere e i vini da bere prima che arrivi il crepuscolo.
Di notte nel suo letto nella sua amata baracca al mare vicino
a una costa non specificata della Costa Azzurra, il suo sonno egoista rifiuta ipotetici deliri e si predispone in dormiveglia, svestendosi dai pensieri che nelle sue orecchie, un momento prima facevano festa.


Al mattino quando il cielo sembra chiaro, qualche nube appoggia il suo grigio colore, come lo sporco del cotone idrofilo usato per struccare il viso di una giovane donna o di una vecchia ricca, e Gerard siede su una seggiola malmenata dal tempo a mirare il sole senza alcun occhiale che protegga gli occhi.
Alle sette, si prepara per il suo lavoro "da falliti" da lui definito così per la paga poco appagante, l'incarico che non l'ha mai gratificato, la stessa funzione di Bernardo Soares, il contabile.
Non si è mai sentito bene se prima di entrare in ufficio, alle nove in punto, se non indossava uno dei suoi tre cappotti neri uguali nella forma e nel pregio, per poi timbrare il cartellino con il viso di un cadavere, farsi osservare dall'agente all'ingresso e non guardare in faccia quasi nessuno,
quasi i soggetti che prendevano la tazzina del caffè con la mano sinistra nell'angolino prefissato per le pause bevande.
Perfino ieri, ignorando la morte di un collega che lavorava di fronte alla sua scrivania, aveva indossato il secondo cappotto nero, quello stesso capo usato per i funerali, pensando proprio a quell'avvoltoio che una settimana prima gli aveva rubato la promozione.
Gli calzava a pennello il lungo tre quarti, d'altronde il suo fisico gli permetteva una figura propria di alta eleganza anche se di classe non ne aveva mai trattata senza tralasciare i servizi che la comodità rende ai suoi padroni.


Oggi fissa uno scarico di merci dalla finestra del quinto piano,
l'ufficio solitario che gli hanno assegnato da poco, i facchini che si scambiano i pacchi come per Natale per sistemarli vicino all'angolo steso tra le ombre, dentro il furgoncino di una ditta sconosciuta, perché poca luce incrocia quel viottolo e pochi ne accolgono il perchè.
Non riesce mai a trovarsi solo nel pensatoio (l'ufficio), il suo covo immobile e irrazionale fonte del suo privato, osservatorio quando un grosso insetto sorvola la scrivania, si poggia vicino ad un libro semi aperto senza far rumore e il giorno dopo muore schiacciato dalla mano della donna delle pulizie.


Alle sette del seguente giorno
Gerard trova il corpo fra le due pagine preferite
del suo libro contabile, in quell'attimo comprende
quanto sia facile morire in un tempo stretto e veloce,
e quanto sia scontato perdere i sogni, le aspettative
che diventano futili in un atto di disperazione
ricercato nel suo piccolo riquadro di mondo.
Ma i giorni passano senza poterli fermare, spesso
tutto si rivela una versione opaca: < il suo cerchio pieno > pensa, colmo di paure e tedi obliqui che vive in ogni dettaglio
e chiama dopo che i desideri si fanno più coinvolgenti, dopo
che si sposano con le possibilità sfumate di poterli realizzare.

 

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3 commenti:

  • A. A. il 02/01/2012 05:08
    Considerate che l'ho scritto tanto tempo fa.
    Anche se ho smesso per ora con i racconti, credo che quando arriverà il momento propizio riprenderò.
    Magari al posto di un racconto, un bel romanzo.

    E no non ho 100, molti di meno, direi. Almeno, non fisicamente.

    Grazie per i commenti, molto costruttivi.

    Un saluto

    A. A.
  • Anonimo il 29/12/2011 07:56
    Molto paciuto il contenuto di questo brano e anche il modo originale, molto personale, di scrivere utilizzando parole non scontate che danno colore alle metafore presenti in gran quantità. Un unico appunto: la forma. Sistemerei i refusi, la punteggiatura e la lunghezza di certi periodi perchè il brano lo merita. Un esempio:
    Non si è mai sentito bene se prima di entrare in ufficio, alle nove in punto, se non indossava uno dei suoi tre cappotti neri uguali nella forma e nel pregio, per poi timbrare il cartellino con il viso di un cadavere, farsi osservare dall'agente all'ingresso e non guardare in faccia quasi nessuno,
    quasi i soggetti che prendevano la tazzina del caffè con la mano sinistra nell'angolino prefissato per le pause bevande.
    Ecco, questa frase è lunghissima e mal elaborata... e contiene alcuni errori... per esempio io avrei scritto:
    Non si è mai sentito bene se, prima di entrare in ufficio alle nove in punto, non indossava uno dei suoi tre cappotti neri.
    Vabbè... ma sono quisquilie... c'è un se di troppo e la frase un po' lunga e le virgole messe male.
    Bravo... ciaociao
  • marilena il 16/12/2011 16:13
    sei un Autore, e bada bene uso la maiuscola, veramente interessante ( tienimi sempre aggiornata sulle tue pubblicazioni). Purtroppo vado sempre di fretta, ma vorrei immergermi più a lungo in questo mondo di pensieri. Bravo (ma hai davvero 100 anni?)

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