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La fata del fuoco e del ghiaccio

Il locale va bene, io e Mauro siamo molto soddisfatti.
Lo abbiamo chiamato “La grotta” e arredato in modo da dare l’illusione che sia appunto una grotta carsica, con finte stalattiti variamente colorate pendenti dal soffitto a volta, il bancone che sembra una sporgenza rocciosa e un gioco di luci soffuse molto suggestivo. Tutto questo ci è costato parecchio, è vero, ma ne è valsa la pena, perché l’idea ha avuto successo e in due anni ci siamo rimessi in pari di quasi tutte le spese.
Aprire un pub è sempre stato il nostro sogno, fin da quando eravamo ragazzi, ma ci mancavano i soldi. Anni e anni fra lavori che non ci piacevano, sacrifici, rinunce e poi finalmente, sebbene non più giovanissimi, ma ormai trentacinquenni, ce l’abbiamo fatta.
All’inizio, nel nostro sogno c’era anche Clara. Per anni abbiamo immaginato con lei il nostro locale: Mauro al bar, lei a servire ai tavoli, io alla cassa e, al venerdì sera, a gestire il karaoke.
Ci prendevamo sempre in giro: “Se mettiamo Emilio alla cassa, si frega fino all’ultima moneta!”
“E Mauro al bancone si scola tutte le bottiglie!”
“E Clara a servire ai tavoli? Tutti i vassoi rovesciati addosso ai clienti!”
L’unica cosa su cui eravamo d’accordo era che almeno per il karaoke si poteva stare tranquilli, grazie a me.
Vero, mi piace cantare e, fra dischi e microfoni, mi so muovere bene, anche perché, da giovanissimo, ho lavorato per qualche tempo in una piccola radio.
Anche Clara era innamorata della musica, ballava come una baccante e pretendeva anche di cantare con me, sebbene fosse stonata come una campana. Però come negarglielo, quando me lo chiedeva con quegli occhi innamorati di me e della vita?
Avremmo cantato insieme mille canzoni, il venerdì notte, in un locale non nostro, sognando di averne uno simile un giorno, mentre Mauro ballava da solo credendosi John Travolta, e invece sembrava un orso.
Ogni tanto ci ritrovavamo a casa di Clara a contare i soldi, ma non erano mai abbastanza, perciò via, verso i soliti lavori: io a scervellarmi con i numeri nello studio di un commercialista, Clara a impazzire in una scuola media, cercando di far trasmigrare qualche nozione d’italiano nelle zucche di adolescenti terribili, Mauro a demolirsi la schiena, caricando e scaricando mobili da una casa all’altra.
Poi Clara si ammalò, ma non ci disse niente e sparì. Quando la chiamavamo per uscire, prendeva a pretesto mille impegni che non aveva mai avuto. A un certo punto ci insospettimmo, andammo a cercarla a casa sua e non la trovammo più. Quando mettemmo praticamente sotto tortura un’amica comune e riuscimmo a sapere da lei che Clara si trovava in ospedale gravemente ammalata, ci precipitammo a trovarla, ma era già troppo tardi. Se n’era andata la sera prima a causa di un maledetto linfoma.
Non aveva voluto saperne di sottoporsi ad alcuna terapia, certa che tutto sarebbe stato vano. Si era lasciata andare, accettando solo i farmaci contro il dolore.
Lei così allegra, così innamorata della vita e di me, lei non c’era più.

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2 commenti:

  • Luca Calabrese il 20/02/2007 19:44
    Sei di una profondità inaudita... mentre ti leggo precipito nel sogno a capofitto...

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