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Quando un libro aiuta

È noto come le condizioni in cui si attua la vita di un individuo possano essere cagione di curiose coincidenze: a chi non è capitato di osservare la somiglianza, anche fisionomica, che intercorre talvolta tra un padrone e il suo cane, o il fatto di alzare la cornetta per telefonare a qualcuno e accorgersi che il qualcuno in questione è già in linea perché stava telefonandoci a sua volta? Anche nella mia vita si manifesta una coincidenza degna di nota.
Io lavoro in città, ma abito in una località ad una quarantina di chilometri di distanza ed impiego circa un’ora di treno per recarmi in biblioteca: si, perché sono bibliotecario. E proprio questa attività e il mio quotidiano viaggio mattutino, sono motivo della coincidenza.
Come molti pendolari sanno certamente, sulle “tradotte del lavoro” si vedono quasi sempre le stesse facce, molte si conoscono e con alcune si fa anche amicizia: tuttavia, alle 6, 30 del mattino, pochi sono disposti a forme di socializzazione di particolare dinamismo ed entusiasmo. L’attività più diffusa è la lettura: di un giornale, di un libro, di un testo di studio, di un documento di lavoro. Alcuni scribacchiano: scolari che hanno tralasciato le fonti del sapere per non sottrarre tempo prezioso alla play-station, o professionisti che mettono a punto una relazione; si nota qualche computer portatile. Qualcuno pensa o sogna ad occhi aperti: così come, ad occhi aperti o chiusi, altri sonnecchiano. Una coppia di fidanzatini si tiene per mano in un silenzio gonfio di parole, rimpiangendo fin da subito il momento della separazione all’arrivo.
Eccola la coincidenza della mia vita: quando scendo dal treno e mi reco in biblioteca trovo spesso una umanità non dissimile. Calati in un silenzio (stavolta non sonnacchioso, ma richiesto e dovuto) ritrovo altri che leggono, che studiano, che scrivono: anche quelli col computer. Ritrovo anche coloro che sognano ad occhi aperti e, più raramente, ad occhi chiusi. E, come ben sapeva chi scrisse “…galeotto fu il libro…”, capitano anche i fidanzatini.
È in questo contesto di quotidiana familiarità che non potevo fare a meno di notare un nuovo personaggio. A dire la verità l’avrei notato comunque vista l’esteriorità della sua figura e, soprattutto, del suo atteggiamento.
L’inusitato suo abbigliamento e la personalissima acconciatura avrebbero valso, di per se stessi, una curiosa osservazione e non di più. Indossava un paio di larghi calzoni di una già verde mimetica infilati in pesanti calzettoni di lana grigio topo (anche se nutro qualche dubbio sul fatto che il grigio dipendesse dal colore) a loro volta infilati in una sorta di sandali francescani. Il torso era intabarrato in un maglione alla norvegese che faceva il pendant con i calzettoni (non solo per il grigio) e in quella che conservava le tracce di un’originaria, antica giubba di piuma.
Il pelo che avvolgeva la cima era quantitativamente ammirevole, anche se non c’era una chiara distinzione tra l’onor del mento e il crine: la barba ed i capelli in unico groviglio, ricordavano i batuffoli di lana da materasso, sia nel colore che nella forma (e per l’odore dimostravano di aver avuto le stesse frequentazioni dei calzettoni e del resto). Sulla sommità del capolavoro una bandana nera (o quasi) era posta a corona di un naso camuso e di due occhi grandi, spalancati, spiritati e fissi. Fissi su di me.

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1 commenti:

  • Ettorina Gerbelli il 02/04/2010 17:02
    racconto misterioso, molto spiritoso. Lo definirei un mistero giallo-rosa. Mi piace

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