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Le belve non amano la fuga
In una Verona dormiente, tre autovetture, in processione, sfrecciarono il lungoadige Galtarossa. All'altezza del ponte Aleardi, le vetture impiegarono in una svolta e i fari delle medesime illuminarono i vari tratti stradali che "coronarono" il cimitero monumentale. Nei paraggi di Via Caduti senza Croce, le piccole fotoelettriche delle vetture puntarono il fascio luminoso su uno spiazzo brullo e deserto. Le "quattroruote" bloccarono il loro percorso, senza quei "scoccianti" ululati delle sirene. Una coppia di giovinastri (bella lei, brutto come il diavolo lui), tutta intenta a fare sesso orale e anale dentro in una folta siepe capace di coprire una grossa vacca, si pose alla fuga nei paraggi fino ad oltrepassare le linee ferroviarie, tra la sorpresa dei lavoratori notturni. Tra le risate dei pochi operai della ferrovia, la coppia del "sesso di notte" era "orrendamente" spaventata e sdilinquita!
Il primo a scendere dall'auto sopraggiunta, era il maresciallo Papini, marito fedele e napoletano "verace", maturo, con baffetti infognafemmine, elegante e fumatore incallito. Preciso come un sergente dei commandos emanò gli ordini alla "truppa" composta di nove poliziotti e dal brigadiere Scialla, piccolo, tozzo, allegro e gioviale, romano de Roma, ed infine, l'agente scelto Pederzani, detto "Marco, il bello", sposato, un metro e novanta di statura, un pugno che se arrivasse sul grugno a qualcuno lascerebbe il segno come il calcio di un mulo!
La coppia fuggiasca non era nel mirino della polizia. Quella fuga, dei nudi corpi, non interessava a nessuno dei militi che ebbero ben altro da compiere: dietro telefonata anonima, due camionisti olandesi erano legati e imbavagliati al tronco di un albero. Bisognava cercarli. Li trovarono a cento metri, ad un dipresso, al lato Nord-Est del Cimitero Nuovo, in prossimità di un binario conclusivo.
Il maresciallo guardò l'orologio. Era l'una e ventisei di notte. La terza volta che a Verona, in un simile orario medio notturno, fossero individuati camionisti derubati da gang adeguata a tali furti.
Papini era solito bravare con certi scemi derubati, ma stanotte lasciò correre per la deficienza dei malcapitati che parvero piangere come bambini in cerca della mamma.
"Guardateli! Sono bebè nati nel ventre dei muli incazzati.", disse come pensasse ad alta voce, Pederzani.
"Già... Grossi come buoi, ma pivelli imbecilli!", accennò Papini.
I furti degli autoarticolati erano frequenti nella zona compresa tra Brescia-Verona-Trento, che i camionisti la soprannominarono "Triangolo delle Bermuda", riferendosi a quel tratto dell'Atlantico dove aerei e navi scomparivano senza lasciare traccia.
Papini individuò in quegli incolpevoli olandesi che il loro autoarticolato era l'ennesimo rubato su commissione: i ladri, vale a dire, si accordavano in precedenza con i ricettatori sugli articoli da procurare; di solito trattansi di vari elettrodomestici, tessuti, sigarette, videocassette e dvd. Lo strano fu che, il furto di turno, era per la precisione... la scomparsa di 4. 660 litri d'olio d'oliva olandese!
"Olio in bottiglie! Mi chiedo se i ladri hanno in ballo quintali d'insalate da condire per gli ospiti di una casa di cura!", fece il brigadiere in tono neutro, cercando di recuperare tempo, giacché stentava a rimettersi dalla sorpresa.
Il contrasto tra derubati e poliziotti fu interrotto da Papini che, incavolatissimo, invitò i "semi-belligeranti" stranieri alla calma. Da quell'atmosfera d'ampia citrullaggine, il maresciallo scelse il resoconto di uno dei due zotici olandesi.
"Una donna!"
Imperterrito, la voce continuò ad apostrofarlo con aumentata confidenza:
"Mio caro olandese da strapazzo, nel tuo stentato italiano mi affermi sette persone di una banda cui faceva parte una ragazza dai capelli rossi!"
"Credo di afferrare il significato, signore.", intervenne l'agente Pederzani. "Compito della donna, soprannominata la "rossa dei camionisti" era quello d'avvicinare gli autisti degli autoarticolati, di fare amicizia e sapere il tipo di merce trasportata, il percorso che avrebbero seguito, la destinazione. In conformità a queste notizie, i suoi compari organizzavano il colpo. Nel colpo, anche la "rossa" sempre onnipresente; lei è una specie di "firma": si fa riconoscere, ai derubati, la sua arte materna di recitazione."
"Una classica puttana! Ricorda tanto la mia prima fidanzata!"
"Tra una puttana e ladra, c'è una notevole differenza, signore!"
"Agente Pederzani, che cosa fa? M'insegna a riflettere giusto!", reagì dolcemente Papini, incamminandosi per completare il giro dello spiazzo.
"La stessa gang che era riuscita a far sparire nove Tir in soli quattro mesi!", proseguì nei dettagli, Pederzani, sicuro di sé. "La gang della "rossa" è composta di banditi particolarmente abili nell'approfittare di qualsiasi situazione, con una spregiudicatezza e un sangue freddo incredibili."
"La "rossa" è una misteriosa donna che si maschera con strane gomme di volti noti, come Giuseppina Bonaparte, Maria Antonietta, Mata Hari...", disse spavaldo il brigadiere Scialla. "Si sostiene che la maggior parte dei ladri, prima di mettersi in proprio, di solito impara il mestiere da questa veterana, giacché il bottino dei novellini si rivela spesso illusorio. Lo scorso anno, alle porte di Trento, ladri alle prime armi rubarono un'autotreno, per accorgersi poi che il suo carico consisteva in casse da morto, certamente di valore, ma con scarsa possibilità di smercio."
"Caro Scialla, che cosa vi salta in mente spifferare nozioni del genere qui, vicino al cimitero, all'una e quaranta di notte, tirando in ballo anche le casse da morto! M'infondete iella!", s'indignò Papini. "Piuttosto, faccia tacere quei due olandesi imbecilli! Non sopporto quel loro piagnucolare simile al mio all'età di tre anni!"
Tanta ostentata e fredda caparbietà colpirono favorevolmente gli agenti, che considerarono Papini almeno un originale, ma certamente sicuro del fatto suo.
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"I furti di tali dimensioni non può essere affrontato a livello individuale, ma occorrono una serie di misure da parte della nostra questura con soli uomini specializzati in queste operazioni.", disse Papini, calcando la voce sulle ultime parole, per significare che era quella la sostanza importante. "Io, Scialla e "Marco, il bello" formiamo i tre dell'Oca strampalata!"
Egli stava dirimpetto al suo superiore, il questore Tommasini, un uomo canuto, veneziano, sempre esposto con un sorriso accattivante, ben sapendo che il suo interlocutore Papini era sensibile.
"L'amministrazione comunale veronese ha pronto il progetto di un immenso parcheggio per camion da costruirsi in vicinanza degli svincoli autostradali. Saranno complessi ideati secondo i più moderni criteri; un aiuto sostanzioso a risolvere il problema che questi furti, da noi, mi fanno i coglioni pieni!", concluse il questore, appena un poco ironico.
Papini s'impazientì a quel tono.
"Auguro un successo a quest'iniziativa edile; a patto sia intesa e utile."
"Proprio così! I miei uomini meglio impiegarli alla caccia d'estremisti islamici e rapinatori nostrani che qui, a Verona, mi creano altri grossi coglioni e grattacapi per colpa vostra! I miei vivi complimenti... quelli contrariati, naturalmente!"
"Prego... signore questore! Si figuri!"
Riuscì a farfugliare Papini con bocca impastata; la lingua era amara e rugosa come carta vetrata.
Lasciò la stanza del capo ancora intento a fare "puccetta" con le solite cinque brioches nel cappuccino. Raggiunse la sua vettura spider, priva di hard top, parcheggiata nel privato spiazzo dei questurini. La scrutò a lungo, pensieroso... Due piantoni si stupirono al solo udire l'insensata affermazione del maresciallo in una paradossale: "Buon Dio, ho dimenticato sollevare il finestrino di guida! Con tutti i ladri in circolazione..."
Dopo la deplorevole nottata, Papini si concedette al felice ritorno a casa per il godibile riposo diurno. La moglie, prima che lui potesse addormentarsi come piombo, annunciò festosamente, mentre il sorriso le componeva "giovanili" fossette sulle guance.
"Tesoro, da quattro giorni vado regolarmente di corpo, grazie alla magnesia della signora Carlotta!"
"Per questo, in cortile, scavano per depositare nuove tubazioni fognarie!"
"Imbecille!", pensò acidula tra sé la donna.
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Il giorno in cui compiva i novantadue anni, il professor Beniamino Poletti giunse all'auditorium cinofilo con un giustificabile ritardo. Sbirciò di là del tavolo le facce impassibili degli intervenuti e, meccanicamente, chinò il capo sul dattiloscritto aperto, ma la sua capacità di concentrarsi su quei fogli era nulla, per cui se ne privò. Per la precisione, il professor Poletti era il veterano che conduceva da anni (poveretto lui!) la campagna dello Sportello Tutela Diritti Animali.
Si era a metà stagione autunnale e già si parlava della notte di Capodanno come incubo dei cani. I botti erano, per gli amici "quattro zampe", fonte di panico; spesso terrorizzati dall'esplosione che, a volte, potrebbero tentare la fuga e rischiare di smarrirsi o ferirsi gravemente. Nella sua stentata voce e dalla pappolata di venti minuti, l'unico trafiletto importante era contenuto in queste parole:
"... e sappiate che molti cani hanno reazioni di paura di fronte all'esplodere di un botto, alcuni reali e proprie reazioni di timore. Il vostro cane, anche se non ha mai dato segnali in tal senso, potrebbe sviluppare timori con il trascorrere del tempo. Un animale spaventato tende a nascondersi; se non può farlo cerca di fuggire scavalcando cancelli, inferriate, buttarsi da un terrazzo, strappare la catena cui è legato col rischio di strangolarsi: la paura genera reazioni incontrollate! Cari presenti, se sapete che il vostro cane soffre di questi disturbi, rivolgetevi per tempo al veterinario di fiducia perché prescriva un efficace sedativo, che in ogni caso non va mai somministrato al momento degli scoppi, ma qualche ora prima..."
Al momento di una diffusione di un documentario filmato, un presente si lasciò intendere che, per quanto lo riguardava, il dibattimento era finito.
"Non le interessano i filmati? Contengono novità che lascerà bocca aperta. Rinuncerebbe?", lo interpellò l'oratore.
"Mi è bastato un certo "pezzullo" del suo discorso.", reagì con prontezza, l'individuo. "Mi chiedo dove, però, stia la sua vantata grandezza."
"Ciò non toglie che lei sia un gran disturbatore!", si lamentò il professore.
E... il "disturbatore" lasciò la platea attonita di sedici frequentatori l'assemblea.
"È un vero peccato che se ne sia andato! Volevo dimostrargli che con il microchip k56, di mia invenzione, nessun cane proverebbe timore agli scoppi fragorosi, anzi... i medesimi, a tali fragori, assumerebbero mansioni più aggressive contro i malfattori o rapinatori, contrariamente a quanto si crede un cane ben addestrato in mano ad un padrone competente!", concluse, amareggiato, il professore.
A quel "disturbatore" che abbandonò (infelicemente) l'auditorium, gli erano bastati venti minuti di taxi per raggiungere l'abitazione della sua donna; egli salì la scala C e si fermò davanti la porta numero 16. Tese l'orecchio, poi, non udendo nulla, batté alla porta. La "rossa dei camionisti" gli aprì e si fece da parte per lasciarlo entrare; lui attese che avesse rinchiuso la porta per stringerla contro di sé. No, lei non avrebbe mai avuto il coraggio di andare a vivere con un uomo sposato, di dirlo ai suoi genitori. Suo padre, forse, per amore, avrebbe acconsentito quell'irregolare situazione, ma n'avrebbe sofferto.
"Hai novità da distribuire, "Cocco"?" disse lei usando quell'immancabile vezzeggiativo virile.
"Il colpo più eccezionale della storia; stavolta, eviterai d'incastrare i camionisti. Saranno i cani... il piccolo problema, ma molto risolvibile. La notte di Capodanno, l'area isolata e fuori del mondo dell'industria Marconi ospiterà, nel suo capannone, quattro Tir con preziosi capi d'abbigliamento: giacconi di renna, camoscio e pellicce d'ermellini e visone. Un deposito consentito e indiscusso per tutta la merce preziosa, forse, dovuta alla fretta di distribuzione, a prezzo d'anno nuovo, in tutti gli ipermercati del raggio di sette chilometri! Luogo isolato, e mai nessun guardiano. Alcuni Pitbull formano degli "animali-guardiani": cani che, la notte dell'ultimo, nasceranno essetierreò! Partita vinta!"
"Spiegati quel... essetierreò!"
"Praticamente... stronzi!"
"Mi stupisci, "Cocco"; come sai del viavai all'interno della ditta Marconi! Informatori spiazzati, ovunque, a prezzo da capogiro?"
"No, mia adorata! Il mio lavoro di..."
"Sì, capisco, "Cocco" mio!", lo interruppe, benevolmente. "Gli imprenditori spifferano in un certo ambiente quando trattasi di far arrivare carichi preziosi!"
"Cocco" e la "rossa" si guardarono furtivamente e si morsero le labbra per non scoppiare all'immensa gioia. Sul letto, giocarono a fare gli stupidi.
"Facciamo all'amore a quaranta gradi, "Cocco"? Ti va?"
"Quaranta... come i giorni d'attesa al gran colpo! I nostri uomini ne saranno fieri dell'ulteriore ricchezza; e... affrontare quei cacasotto delle bestie è similitudine far impaurire un bimbo al gioco del babau."
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La vigilia di San Silvestro era completamente soleggiata. "Cocco", con i due dei suoi quattro malandrini la gang dei Tir, erano nel prato, quasi a ridosso della recinzione del deposito della Marconi. Funsero la pratica del jogging, e circolarono per il lungo perimetro della zona e, di tanto in tanto, lanciarono nervose occhiate di sbieco verso l'ingresso del magazzino (con già i primi due Tir sopraggiunti), che dal loro punto d'osservazione riuscirono a controllare. Il sole invernale del tardo mattino li tormentava con tale splendore che paresse ulteriore del solito, ma il trio "filmava", nella mente, i particolari esterni dell'enorme piazzale.
All'improvviso, qualcosa "bastonò" l'atletico "Cocco"; come fosse sui carboni ardenti. I due compagni, per nulla condividendo l'agitazione di "Cocco" se ne stavano quieti, parlottando tra loro.
"Dietrofront! Portiamoci al nostro covo!", mormorò "Cocco", con cupo pessimismo.
Il covo era l'abitazione della "rossa". "Cocco" sedette di fronte alla combriccola completa, cercando di controllare il suo umor nero pece. Davanti a sé aveva membri coi nomi da impiegare in soli vezzeggiativi: "Fauno" (gallone sensualone), quattro anni di galera per violenza carnale; "Faina" (ciaina razziatore), sei anni di prigione per rapina a mano armata e... dentro quei calzoni di tweed si celava un mistero: una pallottola di mitra gli aveva spappolato i testicoli rendendogli impotente per sempre; "Cobra" (seduttore, ganassa), l'unico dal codice penale pulito, fuggito dalla Sicilia per disgusto dei tre rincretiniti fratelli morfinomani; "Dracula" (serpente, infame, anche strozzino), nove anni di gattabuia per spaccio di droga pesante. La bella "rossa" continuava ad osservare, con crescente amarezza, quel suo "Cocco" tanto desiderato e molto occupato nel pensare a se stesso da non prestarle attenzione.
"Il gioco si fa grosso, ragazzi! Non dobbiamo retrocedere o, peggio, rinunciare al colpo.", esordì "Cocco" quando tutti furono seduti. "Ora udirete come le sorprese non sono finite."
"Raccontaci, dunque!", disse "Faina"
"Cocco" non si lasciava far fretta, perché sentiva il bisogno di ragionare ad alta voce. Per un secondo, si fermò a raccogliere le idee.
"Ho individuato, all'interno del piazzale la ditta Marconi, la presenza del professor Poletti, un cinofilo d'alta qualità. La vera sorpresa consisterebbe la presenza di tre razze di cani, a coppie, da affiancare, secondo il mio punto di vista, ai tre pitbull. Ciò significherebbe affrontare... nove bestie!"
Ci fu una pausa che, "Dracula" non volle o non seppe riempire. Domandò a "Cocco":
"Hanno senso la presenza del professore e l'aumento dei cani da guardia?"
"Credo che il professore avesse intenzione porgere raccomandazione, all'impresario Marconi, di come proteggere i troppi cani dai botti di fine d'anno...", borbottò tra sé, mentre finse d'esprimere interesse alla domanda posta da "Dracula".
"Oltre ai pitbull di sempre, quali altre razze riuscisti ad individuare?", lo interpellò la gioviale voce di "Cobra".
"Coppie di Bull Mastiff, Dogo Argentino e American Staffordshire; razze sotto accusa, direi."
"Fauno" intervenne:
"Confesso che tanto tranquillo non sono! Adesso che conosciamo la venuta d'altri animalacci, mi sembra doveroso proseguire a colpire gli esseri umani."
"Non ci facciamo venire il cardiopalma! Ora come ora, è nostro dovere proporre un controllo agli armamenti difensivi. Nove cani sono sciocchezze per gente di nostro stampo.", disse spavaldo. "Abbiamo affrontato imprese come grisbì a rimorchio. Stavolta, affronteremo imprese contro le quattro zampe. La merce da rubare è preziosa più di quanto credessi, e protetta dagli animali. Sono convinto che gli allevatori possano averli istruiti con debita cautela; sappiate però, se necessario, l'eliminazione aggressiva di un cane, per quanto grosso, non presenta grandi difficoltà. Ho il picana, un pungolo elettrico che paralizza bocca e lingua, pronto a passarvelo di mano in caso d'estremo pericolo per la propria vita di ciascuno di voi. Altre dichiarazioni?", chiese, e allargò le braccia col gesto di colui che, ragionevolmente, si rassegnasse ad un sacrificio; ma appariva animato e sul suo volto aleggiava un sorriso sornione.
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I pochi minuti che separarono l'ingresso del nuovo anno erano come riempire uno scatolone nel quale inserire il carico dell'emotività, delle passioni, della volontà di un qualcosa di diverso. Un qualcosa che, la gang dei Tir, non era uguale per tutti gli italiani pronti a stappare bottiglie di spumante e scacciare il vecchio anno con i botti. La zona era più che isolata; era prevedibile che l'amoreggiare o il tortoreggiare in "camporella" andasse escluso per l'occasione unica dell'anno.
Con tute di una spessa imbottitura e passamontagna al capo, la gang pareva formata da sei incursori della Delta Force. Una vera esagerazione! Il lucchetto del cancello ovest la fabbrica fu tranciato da "Fauno" che lasciò passare la "sporca cinquina" Dentro l'area nessuna vigilanza canina se non quel che pareva un pastore tedesco in fuga ai primi botti d'avviso; l'animale si rifugiò dietro il container verde rasente la cinta di rete elettrosaldata. Le risate di "Faina" e "Dracula" animarono gli spiriti degli altri audaci "soliti noti". Della squadriglia animale neppure l'ombra. La qual cosa parve strana a "Cocco"...
Ora come ora, la gang attese il via del cielo illuminato dai bagliori artificiali. Dai minuti ai secondi e... Mezzanotte! Un buon anno sgradito; dichiarato tale solo al dopo tranciare del secondo lucchetto del portale ingresso deposito, illuminato come pari l'illuminazione interna il capannone.
Traditi dalla dinamicità dei "nove guerrieri della notte", le bestie che dei botti, in corso, nemmeno sapevano cosa fossero e che cosa significassero! I nove animali riuscirono ad incarnare l'incubo del mastino di Baskerville. Le quattro razze canine passarono all'attacco.
La coppia del Dogo assalì "Dracula"; le grida di costui si mischiò ai ringhi dei cani che, eccitati dal sangue del braccio destro, azzannarono con atroce violenza.
La fuga di "Fauno" fu bloccata dal più grosso del Bull Mastiff: l'animalaccio gli staccò un labbro e impiegò le terribili unghie per straziarlo su tutto il corpo.
La coppia dell'American Staffordshire s'interessò (che dir si voglia) di "Cobra"; le fauci della prima bestia lo azzannò all'addome e al volto pur la preda sempre intenta a dar calci e pugni al nemico assalitore. Pochi minuti per una battaglia lunga un'eternità!
Un solitario pitbull "scelse" il nemico "Faina" che lo ridusse a un corpo che perse sangue nei paraggi dello spiazzo! "Faina" era l'unico disperato che non volle restar fermo: in certi tratti ebbe il feroce animale tra le braccia, lottando a trattenere chiuse le terribili mandibole della bestia che, però, pur non sentendosi indifesa, espresse la sua rabbia canina con le unghiate sul corpo dell'uomo.
"Cocco" perse il picana! Affrontò con l'altro Bull Mastiff; dirimpetto ad un cane ostile si ricordò che esso fiuta la paura umana o il nervosismo; allora, trovò il modo di rimanere calmo e immobile, ed adottò un atteggiamento fermo e risoluto. A voce alta ripeté comandi familiari: "a cuccia", "giù, da bravo", "fermo", sta' buono"... Si mosse, pigramente, e con calma; pochi metri, poi la fuga interpretata in corsa. Il Bull Mastiff interpretò la fuga di "Cocco" come segno d'inferiorità: il cane lo considerò una preda da "agguantare". Così fece... "Cocco", nonostante cercasse di ritrovare il picana, protesse le parti vitali come la gola e il viso. Arrivò a "regalare", alla bestia, poderosi pugni al muso quadrato e compatto e, contemporaneamente, l'animale "contraccambiò" come volerlo bastonare con le sue zampe dure, grandi e possenti!
Gli strilli acuti della donna "rossa", mascherata da Monna Lisa (povero Leonardo da Vinci, quanto s'incazzerebbe!), ferirono l'udito dei due pitbull tanto da renderli nervosi. Gettò addosso alle bestie la casacca di tweed, il maglione e la maglia per guadagnare tempo; restò in reggiseno che "trattenne", a fatica, due sostanziose "O" pettorali. Quelle tette "lavorate" col silicone fecero sgranare gli occhi alle bestie. La "rossa" intuì che i suoi "mastodontici" seni erano indici d'estasi divina per i due animalacci, la qual cosa che potesse decidere di fare era di denudarsi. Il freddo di Capodanno era quasi micidiale, ma se valesse la pena... era per la sua vita. I suoi pantaloni mimetici, abbassati, consentiva la veduta superiore del perizoma rosso che, alle bestie, parvero un qualcosa di gustoso. La "rossa" non si scoraggiò; si liberò dei pantaloni. Proprio un bel culetto gradito ai pitbull; la donna permise alle bestie la consumazione in "leccatine" sulle natiche. Non le restò che un dovere dell'immobilità per la propria vita; dato il protrarre del tempo, affidò loro altre "leccatine" alla vulva vaginale dotata di peli che parevano una foresta tropicale! "Sapor di passerina?"; anche ai cani il pregio di "cavalieri" del gentil sesso!
I botti andarono affievolendosi. La fine della fragorosa prima mezz'ora dell'anno nuovo era segnata. L'ultimo "pim pum pam" della buia notte lasciò la padronanza al silenzio totale che durò fino alle prime luci dell'alba. L'interno il piazzale della Marconi, la situazione pareva stabilizzata. Il tenue chiarore del nuovo anno era "adornato" da latrati furiosi e invocazioni d'aiuto.
Un vigilante, dapprima rincoglionito per la non intuizione del disordine che "esprimeva" il piazzale del deposito, si destò come meglio poté dal torpore, al solo notare un aggredito, in un angolo della cinta, che stava brandendo un pezzo di legno per tener lontano quei denti aguzzi dai suoi polpacci. Il vigilante, come posò una mano sulla rete per accorciare la deplorevole veduta, si trovò dirimpetto ad un Bull Mastiff che abbaiò furiosamente con la bava alla bocca. Allontanatosi dalla rete, iniziò una conversazione a distanza con il prigioniero, individuato come "Cocco", venendo a sapere l'intera storia.
Il Bull Mastiff che tentò d'aggredire il vigilante ritornò alla guardia di "Cocco"; questi, impotente di fronte al cane che per sette ore gli aveva ringhiato sommessamente, ebbe dolori alle gambe a causa della prolungata immobilità e tensione.
L'allarme fu dato, finalmente!
Infermieri, etologi, veterinari, addestratori... tutta gente metà reduce dalla strampalata notte italiana. Gli addetti del canile comunale impiegarono l'azione prioritaria per la cattura delle nove bestie; utilizzarono diversi collari, infilati con il classico sistema del laccio posto su una lunga asta metallica, per immobilizzarle...
Operazione molto impegnativa. Dopo un paio d'ore, lo spiazzo fu liberato dalle furie bestiali. Il proprietario apparve tardivamente sul luogo; egli era sconvolto, non per le aggressioni, ma per le sanzioni detentive e ammende stratosferiche: quelle bestie, lì per fase sperimentale, non erano manco assicurate! I soccorritori rimasero scettici a quella devastante visione che, in un primo momento, pareva lo scenario del film horror.
Del braccio destro di "Dracula" restava solo l'osso: niente più né muscoli né carne. La coppia di Dogo Argentino lo aveva azzannato alla gola, con ferita profonda. Fu sottoposto all'immediato intervento chirurgico che sarebbe definito il più impegnativo e perdurabile della storia. A "Dracula", se tutto filasse liscio, finirebbe col restare nel reparto di terapia intensiva, poi giornate da ventiquattro ore su ventiquattro, attaccato alle bombole d'ossigeno, poi settimane di degenza, poi il processo (ai ladri, di solito, un causidico "avvocato di poco valore- sarebbe già rappresentativo), poi... anni di carcere!
"Fauno" lo individuarono cadavere. Il più martoriato corpo dalle ferite. Il medico legale, dirà: "Morte in seguito ad una crisi cardiaca".
"Cobra", infinitamente malconcio e "decorato" da graffi talvolta profondi, fu accompagnato ad un posto d'osservazione; medicato a dovere, con prognosi riservata che, a detta dei medici, lo porterà ad un miglioramento.
"Faina", fu portato in un luogo ospedaliero per un lungo intervento chirurgico che lo salverà.
La "rossa dei camionisti", la Monna Lisa "puttana" sacrificata per i pitbull estasiasti dalle forme femminili e dalla bontà delle fornicazioni eccessive, fu catturata sotto gli sguardi compiacevoli degli agenti della P. S. e sotto quelli guardinghi del maresciallo Papini, infuriato per il risveglio del giorno di Capodanno.
"Ecco la fantomatica "rossa dei camionisti" che, con tanto di mascheratura, è divenuta la "rossa dei cani" tuttosesso!", reagì il brigadiere Scialla, piuttosto stupefatto all'idea.
"Certo! Con quel corpo che ammalia v'è la voglia di compiere un peccato e un tradimento matrimoniale!", ammise Papini, senza dar peso alle sue perplessità. "Il vigilante ha ammesso che ella ha invocato il vezzeggiativo di "Cocco". Chi sarà mai costui: il cane o il partner in fuga?"
"Vero!", esclamò il vigilante, subito colpito da quella prospettiva.
"Il mio "Cocco" spero sia uccel di bosco e che mi aiutasse a togliermi da quest'impaccio. Io, sono innocente!", disse la "rossa" per frenare lo scoppio di pianto. Si sentiva inquieta e preoccupata: non riusciva a capire, ma era certa che il suo "ragazzo" era in procinto soccorrerla.
"Coraggio, sgualdr... pardon: signora!", esclamò Scialla in tono stupito e allarmante.
"Potrei sapere che è questo "Cocco" che tanto lo esalta! Il "Cocco Bill" dei cartoni animati?", le chiese Papini, col dente più che mai avvelenato.
"Potrei risponderle io, maresciallo! La donna attribuisce come l'uccel di bosco il suo "Cocco"; effettivamente, io parlai con lui prima di chiamare i soccorsi e, tra i catturati, egli non è presente. Io vidi lui, pur coperto da un passamontagna, e stava qui...", indicò il luogo, il vigilante. "Mi sostenne che non poteva muoversi, eppure..."
"... decise di sbolognarsela!", reagì Papini, per la conclusione.
La "fuga della lepre attraverso i campi" toccò il culmine; quando "Cocco" fu stanco e gli venne il fiato grosso, rallentò il passo. Lasciò la campagna periferica e prese un viottolo che saliva in mezzo ai campi, di là dall'Adige. Conosceva quella zona "protettiva" come il palmo delle sue mani.
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Al primo giorno feriale dell'anno nuovo, Verona s'animò nel traffico, nelle vie pedonali e nei negozi d'ogni stampo di vendita. Il caso della "gang dei Tir" era riportato dai mass media. Per alcune testate giornalistiche il caso del "Triangolo delle Bermude" era definitivamente risolto. Nelle abitazioni degli arrestati furono individuati documenti, intercettazioni postali dei mandanti e materiali di sospetta provenienza furtiva.
La vera "chiacchierata" palese del giorno non indicava la gang sgominata o la caccia a "Cocco", ma il caso dei cani del magazzino Marconi.
La questura era gremita da cronisti e cineoperatori televisivi, da avvocati e Giacinto Marconi della medesima Marconi SpA, e... dall'apparizione speciale del professor Beniamino Poletti che volle giustificare la presenza dei microchip trovati applicati dentro l'orecchio di ciascun animale. Dopo una descrizione del meccanismo elettronico dei microchips, il professore venne al dunque:
"Io e il signor Marconi mai avremmo immaginato la presenza di una masnada di ladri per quella notte; mai avremmo pensato che era prevista l'intenzione di un furto; mai avremmo meditato la certezza di dare ulteriori cani, oltre i soliti tre pitbull, in pasto ai delinquenti occasionali... Proposi, al signor Marconi, di sperimentare la validità dei miei microchips, ancor prima che li potessi portare all'Ufficio Brevetti, su un gruppo di cani suoi e miei dell'allevamento di***. Trattasi, come affermato, di un esperimento unico al mondo che, se validato, sarebbe operativo nell'ambito militare o industriale. Il microchip è dotato di un senso magnetico che isola la paura in ogni animale. I nove cani, in prova alla ditta Marconi, hanno dimostrato d'ignorare la paura dei botti e i fragori dei fuochi artificiali; solo così, in futuro, gli animali daranno adito alla protezione di materiali o altro benessere senza ausilio di vigilantes per contrastare le enormi spese cui molti impresari e imprenditori dovrebbero affrontare. Spero che le mie delucidazioni le siano entrate con ampio consenso nel suo alter ego, maresciallo."
"Il mio alter ego? Non so se esso mi esiste!", rispose Papini con una serietà innaturale per nascondere che l'invenzione del professore lo tentava molto. "Lei, professore, vorrebbe creare dei disoccupati poiché gioisce già con l'escludere i vigilanti nel mondo del lavoro. La sorpresa dei microchips è fornita dalla carneficina che s'è vista: per il bene della scienza è lì che vorreste compiere? La carneficina è opera sua. È certo che non esistono razze canine aggressive sotto i fuochi artificiali, ma solo proprietari che rendono aggressivi i propri cani, di là della razza..."
"Saremmo intervenuti a salvare quella combriccola di ladri; solo che piazzammo telecamere interne il capannone per lo studio del comportamento animale in contemporanea dei botti annuali, ma vedemmo nulla poiché il tutto successe all'esterno!"
"Trattasi, in ogni caso, di un esperimento del cazzo, egregio professor Poletti! Un microchip da rendere un animale intrepido, simultaneamente all'udire degli strepitii dei fuochi artificiali e d'altre menate! Lei ha creato animali con un istinto criminale verso i terzi!", disse Papini, col suo tono catastrofico.
"Ben detto!", rispose Scialla, interessato da quell'ipotesi.
"Gli animali non abbisognano dei microchip. I suoi aggeggini, caro professore, hanno fatto di quei cani d'esperimento delle macchine da combattimento o dei vari istinti alla "Giacomo Casanova" dai cazzi medio-umani!", commentò a più ritmo narrativo, il maresciallo. "Conosco pitbull dolcissimi, alani e dobermann che se non stai attento ti staccano il dito. Mi dica, che cosa vorrebbe, di preciso, con i microchip da incorporare, quand'anche il processo d'addomesticazione dura da millenni. Le sue nove bestie che neppure seppero fuggire dagli scoppi di petardi hanno subito una metamorfosi che resterà eterna. Non le pare una vigliaccata!"
"Veramente... io..."
"Il regolamento di polizia veterinaria potrebbe farla sgnaccare in galera. Intanto, le ricordo che con il Dpr 320 dell'otto febbraio 1954, prevede che cani che hanno morsicato, assalito o ferito persone, ogniqualvolta possibile acchiapparli, devono essere isolati o tenuti sotto osservazione dieci giorni nei canili. Lei, professore, s'attende la denuncia dell'Ente nazionale protezione animali, e finirà davanti ad un tribunale!"
"No, pietà..."
"Ha avuto, lei, pietà per quei cani!"
"Se la mia vita qui dovesse terminare...", riconobbe il professore.
"Non voglio che muoia qui, vada altrove!"
"Non si scoraggi!", intervenne Marconi, che fino allora era stato il più taciturno e pensieroso.
"Pure lei finirà sottoprocesso, come complice del professore."
"Questa mi è nuova! E... per il mio avvocato è manna!"
"Solamente se non ti tratta di Perry Mason!"
"Quest'ambiente è disgustoso!"
"Per il momento, si tratterrà di una denuncia a piede libero, ma non dovreste lasciare assolutamente la città. Lei, professore, può andare, ma si tenga in contatto per eventuali confronti. Signori, potete andarvene."
"Ben detto, maresciallo!", disse Scialla, obiettivo come s'era proposto d'essere.
"Ne ho le palle piene dei suoi complimenti! È bravo solo a fare questo?", chiese animatamente al suo braccio sinistro o destro che fosse. "A proposito, non ho veduto in questo lieto anno nuovo, l'agente Pederzani. Dalla sua abitazione a qui non ci sono più di dieci minuti di strada. Basterebbe mandare un agente per ricordargli che siamo qui ad aspettarlo.", concluse, più divertito che altro da quella situazione.
"Eccomi, maresciallo!", rispose distrattamente l'agente Pederzani.
Papini lo guardò indeciso, mentre una smorfia indicativa gli s'era stampata sul viso. L'agente scelto si presentò al lavoro con un braccio fasciato ma movibile, senza problemi. Il volto come tumefatto e il collo segnato da graffi e dalle lotte corporee che aveva dovuto sostenere. "Con chi?", potrebbe essere stata la meditazione di Papini.
"Credendola ammalato non l'abbiamo disturbato.", precisò il maresciallo, con una scusa "fallita".
"Solo un piccolo incidente domestico!"
"Accidenti! Da quel piccolo incidente domestico pare uscisse dall'arena dei gladiatori!", disse il viso pietrificato di Scialla.
"Una lite all'ultimo dell'anno, tra me e mia moglie. Al cenone voleva tutto il suo casato, escludendo il mio perché non dotto. Ho protestato fino a... mettermi le mani addosso!"
"Agente Pederzani... Mi diceste, la settimana scorsa, che vostra moglie partì per l'Austria, dai suoi.", disse perentorio il maresciallo. "In lei, vedo ferite d'artigli d'animale, non unghie da donna! Foste, caso mai, sbranato da un felino?"
"Non sono tenuto a rispondere alle vostre banali ipotesi! Mi scuserà quanto da me dichiarato..."
"Sta mentendo!"
"I napoletani sono indovini e così faciloni?"
"Con i gesti si prova di tutto. Intuisco se qualcuno si copre la bocca mentre parla, come voi, ci sono buone probabilità che stia mentendo."
"Oh, bella questa! Allora?", incalzò Pederzani con una voce che non lasciava intuire nulla di buono. "Non spero proprio che ci riuscireste provare che sono stato assalito da un pitbull!"
"Non m'attendevo la praticità d'idee così dubbiose. Non vi dissi neppure quale cane trattavasi!", fu la frizzante e più incredula nuova esclamazione del maresciallo.
Pausa. Silenzio fra i tre, che avevano il cervello in tempesta. L'atmosfera tesa si rivelò subito difficile del previsto. Apparve, senza preavviso, il professore.
"Scusate, maresciallo, scordavo che...", s'interruppe.
A quel punto, Pederzani, disorientato, vagò lo sguardo dapprincipio a caso.
"Voi...", reagì il vecchio professore, eccitato. "Mica sarebbe quel disturbatore di quaranta giorni fa, all'Auditorium..."
"Non v'immaginate a quanti sosia in un solo fazzoletto di terra!", incalzò a sua volta, l'agente scelto.
"Un momento... Siamo al commissariato di zona: spiegatevi!", disse Scialla, che non capiva l'impazienza dei due interlocutori.
"Agente Pederzani...", lo richiamò il maresciallo, preoccupato. "Per caso non sareste "Cocco", quel manigoldo tanto acclamato dalla "rossa dei camionisti"?"
"L'unico misterioso della gang dei Tir sarebbe dovuto essere comparso solo a Dio!"
"Siete voi, "Cocco"? Rispondete..."
"Va bene, maresciallo!", s'arrese "Marco, il bello", anzi... "Marco, il graffiato".
Con la mano disponibile, il "graffiato" tappò la bocca al professore, preso come ostaggio; nonostante l'arzilla età, lo studioso affondò i denti nella mano del poliziotto-criminale che allentò la presa. L'anziano si liberò, divincolandosi, e prese a scendere precipitosamente le scale.
"Certo che il vostro arresto, da parte mia, farà scoppiare un tale scandalo da mettere in forse la fedeltà della polizia veronese!", sentenziò Papini, mentre i suoi occhi mandarono ammiccamenti feroci.
I passi di quattro militi risuonarono sul marmo del corridoio, sempre più vicini. L'arrivo dei rinforzi preoccupò Pederzani che scattò impugnando la pistola d'ordinanza; come previsto, lo scialbo Scialla lo affrontò armato della sua stessa arma. Pederzani fece appena in tempo a colpire, con la mano buona, il polso cadaverico del collega che già il grilletto scattava e la pallottola lacerava la moquette facendo schizzare batuffoli di lana sulla parete.
"La mia moquette! Il regalo di mia suocera!", digrignò Papini.
Scialla recuperò l'arma con l'altra mano, mentre la destra gli penzolava per il dolore. Ai poliziotti soccorritori capirono che Pederzani era un avversario temibile; "Marco, il graffiato", scaricò alcuni proiettili verso il pavimento, presso la vicinanza delle quattro paia di piedi degli agenti. La fuga del quartetto era una delle più assurde! Riacquistando la visuale sulla fisionomia del maresciallo Papini, l'agente scelto bestemmiò e la pistola d'ordinanza s'abbatté sul mento del maresciallo; sotto la violenza del colpo, la mascella scricchiolò e il maresciallo barcollò e cadde all'indietro trascinando con sé il brigadiere!
Altri agenti intervennero; ordinarono a Pederzani la resa senza condizioni, ma questi rifiutò. Sollevò il leggero corpo di Scialla e se ne servì come scudo. Nei pressi di un balcone e abbandonato il corpo esanime del collega, l'assediato si catapultò fuori, indi saltò da un'altezza di soli due metri mentre la sirena urlava nel cortile. Prese possesso di una "Pantera". Una precipitosa e breve fuga conclusiva causa "cozzatura" con un camper appartenente ad un ordine religioso! Balzò giù dal sedile e si diresse verso una quindicina di persone agitatissime. In pochi secondi fu al coperto in mezzo alla vegetazione sempreverde. Restò in quello scomodo e freddoloso riparo per oltre mezz'ora.
Camminando in una zona considerata "protettiva", secondo il suo punto di vista, mai ebbe la più amara sorpresa d'imbattere in una zona occupata da un'azienda di macellazione. Un pitbull dietro al cancello e lui, Pederzani, che passeggiando frettolosamente lambì il territorio dell'animale.
"Che cazzo vuoi! Ho già avuto abbastanza problemi con merde secche come te!", disse indignato ad indirizzo dell'animale, come per scuotersi di dosso un peso che l'opprimeva.
Quel vociare e i gesti d'ira contro l'animale, tanto bastarono per scatenare la reazione del pitbull che con un balzo superò la recinzione, passando all'attacco. Bestia e uomo, quasi all'unisono si tuffarono in un fossato attiguo coperto da uno strato leggero di ghiaccio sotto il quale la gelida acqua stagna era alta sessanta centimetri. Pederzani usufruì del braccio valido per scatenare, sul muso della bestia, i suoi poderosi pugni. La bestia parve intontita dalla prima sventola di Pederzani, ma fu subito chiaro all'uomo che il pitbull era sulla difensiva. Dopo le continue gragnole di pugni, l'uomo poté risalire dal bagno gelido che lo fece tremare tutto. Il pitbull, scomparve per un attimo sotto l'acqua, poi la sua sagoma si stagliò nitida al solo toccare la riva.
"Oh, no! Di nuovo Lucifero!"
Gli abiti "ghiaccio" non lo impedirono a creare meno movimento corporeo. Si rese conto che non era più possibile proseguire a meno di non essere un sofferente di claustrofobia; fissò lo stretto e buio pertugio scavato nel muro di una santella. S'infilò nel cunicolo. Vi restò, tremolante dal freddo!
Non che la bestia decidesse d'andarsene! All'ingresso del cunicolo dimostrò ringhiando e sbavando, di aver intenzioni assai micidiali nei confronti dell'uomo.
Pederzani iniziò a gridare aiuto con quanto fiato avesse in gola. Fu liberato dall'incomoda situazione tre ore dopo, grazie all'ausilio del padrone dell'animale e... dal dolce sorriso del maresciallo Papini, dal "trasformato" brigadiere Scialla e da due perfidi poliziotti con manette pronte a scattare sui polsi del "ricercato".
**********
Pederzani e soci furono condannati di primo grado. La "rossa", con qualche sconto di pena in mesi, se la godette bene coi secondini!
Il maresciallo si svegliò che albeggiava e balzò giù dal letto, completamente riposato. La primavera era alle porte, ma ancora faceva freddo. Alle otto, al commissariato incominciò una leggera agitazione nei corridoi e Papini tese l'orecchio ai vari rumori e malumori. A molti agenti andava storto la condanna del collega Pederzani!
Rifugiatosi nel suo ufficio a meditare la noia dell'imminente lavoro notturno, qualcuno bussò con insistenza. Papini urlò un "avanti" fragoroso, ed entrò il brigadiere Scialla. Sembrava molto eccitato.
"Due Tir rubati sulla bretella A22, maresciallo!"
"Abbiamo affossato il Triangolo delle Bermude... adesso che cazzo c'è? I coglioni della gatta!", reagì sconsolato Papini. Rimase un momento con gli occhi sbarrati, poi si alzò.
Scialla lo seguì a distanza.
"Il resto della banda?"
"Scialla, che andate mai dicendo!", disse il maresciallo, incredulo. "Pederzani e i suoi al gran completo, senza contare il morto, sono finiti in gattabuia, e quando usciranno saranno dei vecchi citrulliti che zoppicheranno per le ferite subite!"
"Avete ragione, maresciallo! Scusate!"
"Non mi rompa più i coglioni con le sue baggianate!"
Altra gang de "grisbì" a rimorchio. Intanto, la prima informazione a Papini consistette nell'identità dei camionisti derubati: erano degli altri olandesi!
"Viva l'Olanda derubata!"
Fu la prima dichiarazione di Papini sul luogo del furto. Era stanco con la storia dei Tir rubati; n'aveva le palle piene. Cercò un rimedio della tranquillità; per qualche momento dimenticò d'essere al mondo e, isolatosi, a bocca aperta e a naso ritto, cominciò a dar dei lunghi "ahhh..." di sollievo a quella pioggia freddoccia degli ultimi giorni d'inverno.
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