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Di una storia senza fine. (2)

Ne aveva viste passare di primavere, Giulia. Stagione dopo stagione, si ritrovava a fare i conti con la vita che ormai la vedeva donna matura. Non se ne era neppure accorta: donna matura ma con dentro ancora tutto da vivere, come fosse ancora agli albori della giovnezza. Si sentiva così: una giovane quasi cinquantenne! Che fosse in un paio di scarpe da ginnastica o in un tacco dodici, dentro un jeans o avvolta da un tubino nero: il suo spirito non cambiava.
Quel giorno di primavera Giulia dedicò tutte le sue cure al suo giardino. Quel pezzo di verde era per lei respiro.
L'aria tiepida iniziava a mescolarsi a quell'intenso profumo di erba tagliata: ne era inebriata, a tal punto da sentire il desiderio di coricarcisi per goderne della freschezza.
L'umido verde le si era attaccato addosso ma non provava fastidio, anzi!
Anche la vite aveva goduto del suo tocco. Intorcigliata tra i suoi stessi rami, non aveva esitato a sporgere il suo pulsare in quei primi giorni di tepore. Ad ogni tocco della donna sentiva liberarsi il respiro. Ogni tocco, deciso ma rispettoso, sarebbe stato ricompensato qualche mese più tardi.
Le ore erano trascorse silenziose e Giulia rientrò in casa solo quando la stanchezza prese il sopravvento. Non così tanto da cancellare l'appagamento che l'aveva pervasa. Perchè Giulia alcune cose amava farle davvero! Era riuscita a crearsi angoli di tempo e ne era la sola protagonista, di quel tempo.
Li chiamava " il rito ": il rito del the, quello dell'acqua e ancora quello dei profumi. C'era il rito della pelle e il rito del silenzio. Angoli di tempo tutti e solo suoi: li amava indistintamente, uno come l'altro. Ognuno le regalava sensazioni uniche ma per quella sera sentiva che il the e l'acqua sarebbero stati i riti più consolatori, i più giusti.
Era riuscita, tempo addietro, a regalarsi la teiera dei suoi sogni: era in ghisa e rifinita con intarsi che molto richiamavano il Giappone. E lei amava particolarmente quei luoghi così lontani, ne amava l'antica cultura. In parte ci si riconosceva nella sensibilità per la ricerca dell'armonia interiore. E nei suoi gesti, come nei suoi respiri, quell'armonia veniva fuori.
Sceglieva infusi dai profumi intensi e inebrianti: foglioline essiccate sul posto, laggiù nel lontano oriente, e arricchite delle essenze più improbabili. Era armonia quella che sorseggiava mentre già l'acqua iniziava ad accarezzarla. Il tempo sembrava non scorrere più: era sentirselo addosso, che non stava scorrendo. Lo sentiva in quelle essenze che le entravano dalla pelle, dalla gola. Lo sentiva ad occhi chiusi, immaginando i luoghi lontani di quelle essenze. Il tepore di quelle acque dipinte e intrise, lo sentiva che era depurazione. Lo sentiva nel silenzio urlante.
Quel silenzio, che portava Giulia quasi all'oblio, fu interrotto dal trillo del telefono.

 

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3 commenti:

  • patrizia melito il 16/05/2011 21:56
    Grazie Giacomo. In effetti è trascorso molto tempo tra i due capitoli:diciamo che mi è mancato il tempo e un po' l'ispirazione. È bello ritrovarvi, leggervi: anche se i commenti sono pochi, come dici tu. Ciao.
  • Anonimo il 16/05/2011 19:37
    Mi era sfuggita questa seconda parte... ho dovuto mrileggere la prima. Molto bello il tuo modo di scrivere, lieve, delicato ma profondo, preciso e corretto nella forma. Molto piaciuto, ovviamente. Mi sorprende che ci siano pochi commenti... vabbè, sarà questione di essere poco conosciuta... i miei complimenti. ciaociao
  • Anonimo il 10/05/2011 16:01


    Suz

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