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Buongiorno, mio Pastore

Uscivo, qualche notte fuori dal sonno, per raggiungere segretamente la mia Isola della felicità. Ormai conoscevo la mappa così bene. Sul mare ondeggiante, potevo dirmi sicuro della mia vela arancione e del suo farmi scivolare sul legno di cedro fino alla riva incrostata di bianche conchiglie. Era a est dell'oceano, lontana più di mille clessidre da casa mia, tanto da lasciar capovolgere il giorno e la notte più volte, intorno ai granelli di tempo che scorrevano da un cono all'altro della clessidra. L'avevo disegnata io la mappa, aggiungendo a ogni viaggio ombre e linee, per le correnti e i venti, e piccoli cerchi per isolotti affioranti come filamenti di creta su un taglio dell'acqua. Il sole e la luna stringevano la mia navigazione sotto la loro occhiuta presenza, in lotta l'uno sull'orlo dell'altra per il controllo delle limpide aeree distese di cielo, ma anche delle nubi e della pioggia, o delle tempeste che scendevano sulle maree. Tutto mi accompagnava verso l'isola, con le sue rive bianche: dita distese verso il mare, come mammella di bovina. Con un peloso intreccio di alberi si sollevava il centro di questo tuffo di terra in una macchia di verde quasi uniforme. In quella visione di vegetazione, sale e conchiglie, io andavo ad annegare, sotto un cielo complice, ogni nuova stagione rubata alla monotonia della notte.
Un soffice letto di foglie, ma anche sospese amache o fluttuanti terre acquatiche, fangose, raccoglievano il mio corpo ceduto alle lusinghe di una infinita beatitudine. Il mio divenire uomo disciolto nel centro esatto di un incantesimo, attirato dalla luce e dal canto in un fitto di foresta, consumato in fuoco fino a deflagrare, finalmente, nel terrore del risveglio, in una montagna d'acqua che sommerge ogni cosa, spegnendo il buio. Ogni cosa, scomposta, in un vento sibilante sul mare, appariva disancorata dalle anatomie tracciate sulla mappa. La voce, piena di paura ma forte, chiedeva un'eco senza risposta, in quest'incubo intinto di sapori densi e velenosi.
Dove sono finite le mie forme d'acciaio e granito? Tutto si è estinto sulla soglia di un universo marino che accoglie i quattro coni della mia mappa. È così fragile il tempo che non lascia riposare senza essere disturbati.
Sulla mia isola giostrante nulla poteva accadere una sola volta, ma ogni evento sarebbe stato dimenticato in un mare sempre più incolore e gli alberi sarebbero caduti, inceneriti. Quando l'eco risponderà alla mia domanda? Cos'è la felicità?
Nel buio cercavo di estrarre, dagli oggetti presenti nella stanza, forme fantastiche. Le cose si accoppiavano creando un accordo armonioso. Trovandosi ogni cosa, in una creazione di armonie, trovavano l'anima della loro solitudine. Ogni cosa si fondeva con l'essere tutto: tronco d'ulivo, drago o uccello di fuoco. Ascoltavo le beate parole della mia fantasia, disteso sul letto, con le pupille schiuse. Muto nel mio nido. Tra il silenzio e il rumore delle mie visioni, covavo le uova del mio domani; forse non sarebbero mai servite a nulla quelle briciole di pensiero, che sentivo come spilli del mio sangue premere dall'interno la mia testa.
Creavo dalle idee le parole, trasferendomi dai palazzi della notte in quelli del giorno, liberando il peso delle mie allucinazioni nello sciame di oggetti della quotidianità: indumenti su una sedia, una tenda, una poltrona. Apparivano come bocconi spezzati senza un gusto da conservare. Dalla quiete ora correvo al frastuono, sotto un rettangolo di cielo dove Dio mi avrebbe conservato. come una costola di donna, donando anche a me il suo Giordano, il suo orto, i suoi traditori e la sua croce.
L'eco già saccheggiava tra ragazzi e ragazze, tra marciapiedi stesi sotto palazzi incolori, tra tralicci della luce e mozziconi di sigarette bruciate, i mattoni per la clinica della mia follia; galleggiavo in un piccolo mondo infantile, più basso d'un tetto d'auto, cercando, tra vanità e lussuria semimorte, il gelo della felicità. Anch'io già pregando Dio con parole blasfeme, stamburando bestemmie nelle mie orazioni.

 

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