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La persistenza della memoria

vi era, nella mia casa di fanciulla, un quadro, lungo, sgraziato, un po' sbilenco, di autore anonimo, un'autentica crosta per dirla con gli intenditori; non so nemmeno qual fine gli abbia riservato la sorte, ma ne rammento ogni fattezza, la cornice bianca, attaccata dall'incuria e dal tempo, punteggiata da escrementi di mosca, alcuni grossi come nei, e poi il soggetto, costituito da un tratto di strada largo alla base che occupava l'intera larghezza del quadro, e che s'inerpicava su, ripidamente, verso l'angolo sinistro, stringendosi sempre più fino ad incontrare un lembo di cielo di un azzurro incredibile, solcato da un solo cirro evanescente. una stradina che avrebbe potuto essere di montagna o quantomeno di collina, ma che per le numerose e profonde sgranature e spaccature pareva aver sopportato la sferza del sole da tempo immemorabile, il colore polveroso, secco, rafforzava l'idea di arsura; in alto a destra, sul limite del confine tra cielo e terra, troneggiava una casupola, anch'essa arsa, quasi brulla, senza nemmeno il ristoro di una chioma d'albero, poichè non me la sarei sentita di affibbiare qualità d'albero a quella specie di ombrello capovolto, solitario e triste, quasi vergognoso di essere stato immerso in quel mare di luce, e perciò tutto involto e raggomitolato su se stesso, appunto in guisa d'ombrello quando non serve.
ma il punto di forza della scena, il perno attorno a cui la varietà d'interpretazione aveva buon gioco, la figura senza la quale la stradina, la casupola, il cipresso solitario, l'azzurro e il cirro si sarebbero definitivamente smarriti in un nulla in sospensione, era una figura umana, tra le più bizzarre che potessero immaginarsi, un uomo alto, dinoccolato, il naso ossuto e lungo come un becco d'aquila, un monocolo piccino che vi poggiava restando in equilibrio non si sa come sulla punta, due scarpe nere ben allacciate e dalla punta strettissima e allungata, tanto che si sarebbero dette l'alloggio ideale di due zampe di struzzo piuttosto che di due piedi umani, i pantaloni neri informi e sgraziati, che lasciavano scoperte le caviglie per un bel pezzo, e poi la giacca, che era una marsina sempre nera, ma dall'aspetto trasandato, come chi indossa un abito non suo, o troppo vecchio, o inadatto alla circostanza, e quale circostanza poteva essere più inadatta di quella mattina assolata, quasi rovente, per lo strambo personaggio il cui autore aveva deciso di piantarlo lì al centro, munendolo anche di tuba e ombrello?
sì, portava in testa una sgraziata tuba, naturalmente nera, leggermente sospinta all'indietro per il gran caldo ed aveva sottobraccio un ombrello, in sommo grado nero e spampanato che somigliava in tutto ad un avvoltoio che attende che la vita diventi carogna; ma non è finita, perchè una mano scarna agguantava con le sue dita lunghe e scolorite il manico di una borsa più nera di una notte senza luna, leggermente rigonfia, come quella del medico condotto di una volta.
l'uomo troneggiava letteralmente sulla scena e su un secondo uomo delle dimensioni di un nano, col quale discuteva animatamente.
sarei restata per ore ad osservarlo immaginandomi mille storie, tutte diverse, e tutte ugualmente possibili, almeno questa era la mia impressione; a volte non so cosa avrei dato per poter entrare lì dentro e scoprire cosa si nascondeva dietro quella sorta di collinetta, si sarebbe visto il mare? oppure c'era solo un altro tornante per salire ancora più in alto?

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