Una chioma di riccioli morbidi scende e Greta la osserva stringendo i denti. Ormai è fatta, non può più cambiare idea. Chiude gli occhi al primo sobbalzo del mezzo pubblico.
Tutti ai posti, pronti. Si parte.
Si è seduta all’esterno, oltre la metà della corsia, perché è il posto più strategico. Alzando il braccio sinistro può raggiungere il pulsante rosso di prenotazione della fermata e con due, tre passi al massimo, è già davanti all’uscita. Accanto a lei, una signora anziana stringe un quotidiano, ma non lo sta leggendo sul serio, lo tiene aperto a tre quarti per darsi un garbo, anche se, in realtà, si guarda ripetutamente intorno. Controlla, come un radar, la situazione dentro l’autobus.
Greta tiene gli occhi chiusi e ascolta. I sobbalzi del mezzo sull’asfalto rovinato. Il vociare basso ma costante. Gli spostamenti intorno a lei. Gli odori che si mescolano.
Dovrebbe riaprire gli occhi, lo sa, eppure proprio non ci riesce. Se lo facesse, è sicura che finirebbe per premere il pulsante rosso e precipitarsi verso l’uscita, desiderando che le porte si aprano subito. No, non deve andare così. Deve resistere. Almeno per alcune fermate.
Cerca di concentrarsi su qualcos’altro, se pensa a quello che gli succede intorno, rischia di perdere il controllo.
Non vorrebbe essere lì, questo è certo. E allora perché non andare ‘davvero’ da qualche altre parte?
Stringe le labbra. Ha scelto.
Lo spazio è lungo e sottile. E’tutto in metallo lucido anche se, data l’alta velocità che può raggiungere il mezzo, non potrebbe essere diversamente. La navetta sembra un ovetto, solo più lungo e, quando sfreccia a 500 chilometri orari, diventa una palla fosforescente che si mischia alle altre, nel cielo scuro di Artex, il piccolo pianeta dove sta viaggiando. Il mezzo è dotato di poltrone comode, musica di sottofondo e, un giovane abitante del luogo, che serve bevande colorate e frizzanti. In quel momento l’ometto magrissimo muove i suoi tre occhi in senso circolare, mentre le chiede cosa gradisce. Gli sorride garbatamente, ma quando è in viaggio non beve mai. L’assistente sembra deluso ma, con un veloce inchino, si dirige verso altri passeggeri. La navetta è un posto sicuro. L’accesso a questo tipo di mezzo è regolamentato con norme rigide e controlli severi. Tutti quelli sprovvisti di regolare diritto di trasporto, non superano i primi sbarramenti mentre, quelli che portano oggetti pericolosi vengono allontanati in malo modo. Qualcuno, molto tempo fa, aveva gridato allo scandalo per le misure troppo severe e sessiste ma, col senno di poi, gli stessi si sono ricreduti. Lei, comunque, è ben felice di sentirsi sicura e protetta, coi tempi che corrono nei luoghi pubblici del Globo ci si deve aspettare di tutto. Le razze si mischiano e distinguere i malintenzionati è un impresa ardua, anche per chi ha il fiuto allenato.
Osserva il display gigante sul soffitto, tutte le fermate sono segnalate in una mappa dettagliata, specificando orari di arrivo e tempi di percorrenza. Sorride, spostandosi sulla poltrona. Dopo tutto, il viaggio è anche più veloce del previsto.
- Eih! Tutto bene?
Greta riapre gli occhi con uno scatto. Sopra di lei una ragazza massiccia la osserva con attenzione. Le fa un cenno ma la voce non viene. Stava molto meglio prima.
- Ok, allora. Hai visto dove siamo? Là c’è piazza Maggiore, ci sei?
Di nuovo annuisce e in quel momento un leggero fischio segnala l’imminente partenza dell’autobus.
- Devo andare. Te la senti di proseguire da sola? In via due Giugno ti aspetta Rosi.
Un ultima stretta alla spalla di Greta, prima di scendere con due falcate veloci. Le porte si richiudono e tutto ricomincia.
La signora accanto a lei la sta osservando. Detesta quello sguardo fisso. Un misto tra curiosità e perplessità. Si sposta leggermente verso l’esterno e richiude gli occhi. Meglio tornare sulla navetta.
Ogni divano ha una tasca laterale con libri e riviste mentre, attraverso i pulsanti sopra la seduta, è possibile mettere in coda una canzone da ascoltare. Estrae un periodico che illustra le ultime novità su Artex, i nuovi quartieri residenziali, le strade e le produzioni minerarie. Osserva le immagini incuriosita.
Una voce lontana e ovattata la raggiunge sul divanetto ma non c’è nessuno nelle vicinanze. L’ambiente è sereno e tranquillo. Chi può essere allora? Mentre si guarda in giro, vede l’assistente che sta recuperando recipienti vuoti da un tavolino trasparente.
Di nuovo quella voce, quasi acuta, la disturba. Questa volta però la ascolta meglio. Viene dall’alto, non è vicina.
Un leggero strattone la costringe a tornare alla realtà.
- Allora?
Gli occhi rugosi la fissano ancora, ma da più vicino questa volta.
- Credevo si sentisse male…
Greta sospira cercando una posizione più comoda, i seggiolini dell’autobus sono rigidi e freddi.
- No, grazie.
- Sicura? No, perché a vederla, non si direbbe. Però, mi scusi, se tiene chiusi gli occhi, come fa a scendere nel posto giusto?
L’imbarazzo e la paura la avvolgono, come una nuvola invisibile, e il desiderio di scendere aumenta vertiginosamente. Ma no. Adesso non può mollare. La prossima fermata è vicina.
- Tutto bene grazie. Mi stavo riposando. E poi vengono a prendermi, non si preoccupi.
La donna si alza piegando malamente il giornale.
- Come vuole. Contenta lei.
Potrebbe richiudere gli occhi, adesso. Ma ha visto il paesaggio fuori dal finestrino e sa che sono già in via due giugno.
- Eccomi.
Una signora bassa le si siede accanto. Il familiare profumo fruttato è rassicurante.
- Ciao zia. Tutto bene, possiamo proseguire.
La sagoma non la osserva, si limita a annuire, per poi girarsi verso il finestrino. Intorno a loro la gente entra e esce senza sosta.
- Puoi andare. Non c’è qualcuno anche in via della Pace?
Le risponde senza voltarsi.
- Si, però non mi và di scendere adesso. Sono appena arrivata!
Greta si lascia scappare un sorriso. Sa che avrebbero tutti qualcos’altro di meglio da fare, il sabato pomeriggio. E invece si sono divisi le fermate e aspettano il suo passaggio. Per farla migliorare. Per farle superare il trauma. Per darle un'altra vita oltre la paura.
Le oscillazioni riprendono e lei chiude gli occhi automaticamente, ma non riesce a raggiungere la sua navetta sicura.
- Eih Grè! Hai visto che bel cucciolo?
Quando riesce a focalizzare lo spazio circostante, si accorge di avere un bassotto proprio ai suoi piedi. L’animale ha due grandi occhi spaventati che la osservano, il corpo è immobile, ma le brusche frenate dell’autobus lo fanno oscillare lo stesso.
- Ciao piccolo.
Le parole arrivano da sole. Senza essere state chiamate. Arrivano e basta.
- Se vuole può accarezzarlo. Non è aggressivo, solo che di solito si spaventa quando saliamo qui.
Il proprietario ha un sorriso gentile e lei ricambia, prima di chinarsi verso il cane.
Allunga una mano e sente il pelo morbido sopra la testa. Quando lo tocca il cucciolo le si avvicina e la coda, piccola e corta, inizia a muoversi avanti e indietro.
- Come sei bravo cucciolotto… vedi che non è niente?
La zia la osserva senza interferire, quando l’autobus si ferma alza la testa e incrocia lo sguardo di un uomo con la barba, che sta salendo dalla parte del conducente. I due si fissano finché il volto della donna si apre in un sorriso e gli fa cenno di si. L’uomo aspetta alcuni secondi, il viso si contrae come se stesse per piangere, poi scende. I suoi passi verso il marciapiede sono incerti, come se temesse di credere a quello che ha appena visto.
L’autobus riparte proprio mentre il cagnolino le lecca le dita.
Greta è stata aggredita sei mesi prima in un autobus come quello. Era un sabato pomeriggio e rientrava dal solito giro in centro, con le amiche. Da allora non ci è più salita. Fino ad oggi.