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La porta

Andava avanti e indietro, ripercorrendo lo stesso tragitto, quasi a misurare lo spazio.
L' effetto nevrotico della costrizione la induceva a non fermarsi, rifacendo ancora quel breve percorso, muovendo lentamente la lunga coda.
Il suo sguardo, andava oltre le sbarre della gabbia. Era nata lì e quella era la sua esperienza.
Una bella tigre di cinque anni, era davanti a me; la ammirai per la prima volta, quando io ne avevo sedici.
Era difficile sostenere il suo sguardo, nonostante la protezione : c' era un non so che di enigmatico ed i suoi occhi penetranti, sembrava potessero oltrepassare la barriera.
Fiera, a dispetto della reclusione ; slanciata come un atleta, anche se non aveva mai avuto l' opportunità di sprigionare l' energia dei suoi muscoli rincorrendo una preda ; affascinante, nel suo manto striato e lucido.
Mi fissava, attenta ai miei movimenti.
Di tanto in tanto tirava fuori la lingua, passandosela sui baffi e uno sbadiglio mi diede modo di apprezzare la lunghezza delle sue zanne.
Chissà cosa pensava : forse al rumore che avrebbero fatto le mie ossa frantumandosi tra le sue fauci?
Ma, allora ero piuttosto magro e sarei stato ben poca cosa per un animale del genere.
Oltretutto, non sono mai stato propenso al sacrificio!
I ragazzi che erano intorno a me, cercavano di attirare la sua attenzione, urlando e agitando le braccia, sperando di convincerla a ruggire.
Lei continuava a fissarmi.
Tornai a trovarla ancora, e ogni volta, il suo sguardo mi comunicava qualcosa in più : sembrava triste, non aggressiva.
Tornando a casa, quegli occhi mi bucavano il cuore : la sua richiesta era chiara.
Passarono circa quattro anni, avevo completato gli studi.
Ero ancora un ragazzo e, nonostante avessi avuto già diverse esperienze, non mi sentivo veramente padrone delle mie idee : spesso, avevo semplicemente fatto solo quello che dovevo.
Intanto, la vita andava avanti.
Ogni tanto però, una strana sensazione si impossessava di me : gli occhi di quell' animale in gabbia, sembravano chiedermi aiuto, non mi davano pace.
Mi capitava di addormentarmi con l'immagine delle sue pupille su di me.
Una notte, non resistendo al richiamo, decisi di entrare nello zoo scavalcando il muro di cinta e mi diressi verso la gabbia della tigre.
Dovevo assolutamente rivedere quello sguardo, per capire se la sensazione provata era giusta.
Non appena le fui davanti, balzò sulle zampe, riconoscendomi all' istante.
In quel momento, mi resi conto del tempo che era trascorso ; di quante cose ero stato protagonista : dei giochi, le feste, le corse in moto.
E lei era sempre rimasta in quella gabbia : in attesa di un pasto che le avrebbe dato la possibilità di aspettarne un altro!

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8 commenti:

  • Anonimo il 24/05/2011 06:43
    Marcello... che succede? Le donne ti adorano... l'unico commento di un uomo è il mio e poi quello di un bambino, un certo Michele... ahahah... ciaociao, vedo che hai fatto centro. Mi fa piacere, te lo meriti.
  • Anonimo il 23/05/2011 22:31
    devi scriverci un libro, è un inizio perfetto!!! lo adoro
  • carmen avellone il 23/05/2011 20:26
    Racconto bellissimo, uno dei migliori. La tigre siamo tutti noi, e certe volte è molto più difficile diventare il topolino.
  • ELISA DURANTE il 22/05/2011 09:28
    Bello il racconto, bello il sogno che ti pone di fronte a te stesso...
  • Giorgio De Simone il 20/05/2011 22:16
    È il primo tuo racconto che leggo. Ho letto gli altri commenti che dicono che solitamente non scrivi così. Trovo che questo testo sia scorrevolissimo e nello stesso tempo intenso. Ovviamente ti leggerò ancora. Piaciuto.
  • Michele Rotunno il 20/05/2011 22:08
    La tigre, il sogno, la gabbia, tutto ha una sua precisa spiegazione. La tua ansia di affrontare una situazione nuova, la paura del fallimento, la sicurezza che ti infonde il familiare ambiente da cui sei circondato, e alla fine, dal tuo inconscio ti giunge il messaggio che aspetti da mesi, la paura, i timori, le incognite, tutto si può vincere. Il topolino, che infine, scorazza libero nella gabbia ti da la giusta dimensione del tuo io.

  • Anonimo il 20/05/2011 21:55
    Una metafora da duecento chili, pesante come certe scelte. Ho molto apprezzato. Complimenti.
  • Anonimo il 20/05/2011 15:15
    Un ché di triste in questo bel racconto che fa riflettere... bravo Marcello, diverso dai tuoi soliti. Qui dimostri popensione alla riflessione, all'analisi psicologica... piaciuto assai. ciaociao

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