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Angelo Storpio

Avevo solo dodici anni. Un giorno di primavera sull'auto di mia madre che ci portava a quella terribile scuola di danza. Pioveva... poco prima, in casa, avevamo avuto una discussione, io non volevo andare in quel posto pieno di ragazzini tutti uguali con i piedi storti, non volevo anch'io somigliare a una papera, ma era il suo sogno. Non aveva potuto farlo lei da ragazzina e lo desiderava per me, solita storia, sentita e risentita della madre dai sogni incompiuti da fare compiere ai figli. Danza... l'avevo tre volte a settimana, i restanti giorni canto e pianoforte, avevano assunto un maestro privato che veniva tre sere a settimana in casa mia. Tranquillità zero. Forse per questo quel giorno di primavera fu in qualche modo, tragicamente, la mia liberazione. All'improvviso le ruote sbandano, lei perde il controllo della macchina che slitta sull'asfalto reso dalla pioggia scivoloso come sapone. La macchina si ribalta e va a finire contro un palo della luce che cade e finisce su di noi. Su di me. Sulla parte passeggero, proprio sulle mie gambe. Lei sbatte la testa, sviene ed è inerme accanto a me. Il dolore delle gambe mi fa urlare fortissimo, ma lei non sente, urlo e la chiamo ma niente... non mi sente. Finisce in coma per tanti giorni, che mi sembrano interminabili, poi muore in silenzio così com'era stata per un anno. Per quell'anno io non parlo, non cammino, non camminerò mai più, non posso hanno amputato tutte e due le mie gambe. Seduta sulla mia sedia a rotelle compongo melodie al pianoforte, piccolo Chopin così come lei desiderava, piccolo Chopin senza gambe. Odiavo danzare e questa è stata la punizione divina per avere fatto arrabbiare mia madre proprio su quella macchina, l'ho uccisa è stata colpa mia, questo è il mio prezzo da pagare. Se non vuoi danzare, non avrai più le tue gambe, non sarai altro che un candido cigno storto. Questo deve aver detto Dio puntando il suo divino dito sulla mia testa. Mio padre non mi guarda più in faccia, forse mi odia, fa il padre affettuoso eppure non mi guarda mai in faccia. L'unica cosa di normale che mi è rimasta è proprio il viso, è rimasto consone alla normale bellezza. Sembra il viso di un angelo, un angelo che non può più volare, può solo suonare esprimersi in melodiose melodie. Per un anno. Per il lungo anno di dolce sonno della mia mamma, l'angelo non proferiva parola, troppo lo shock dicevano i medici, troppa la paura che lei mi sentisse era la verità. Avevo paura e voglia di svegliarla, lei dormiva, le sue palpebre incollate, la dolce riga delle sue ciglia nere che ogni tanto tremava, avrei voluto aprire quegli occhi con le mie mani, le mie piccole dita da pianista. Lo diceva sempre lei, hai le dita lunghe saresti un ottimo pianista, solo su questo eravamo d'accordo, la musica la amavo, e ora la musica è la mia vita. Non posso fare nient'altro, non posso correre, camminare, suonare è il mio unico svago. Ho sempre avuto una vita solitaria, poche amiche fin da bimba, figurati quando ho perso le gambe poi. Da allora vivo in simbiosi con mio padre, quel padre che non mi guarda in faccia, ma che io amo in modo morboso. Quando non ci sarà più, cosa sarà di me? Orribile la vita di un fenomeno da baraccone. Orribili gli sguardi della gente. Orribili quegli occhi che fanno finta di non guardare, di non poggiare il loro sguardo su quei moncherini. Quegli occhi immobili come quelle delle bambole. L'orrore della falsa indifferenza. L'orrore della pena. L'orrore della miserabile compassione. Io non voglio farvi pena non sono malata, non sono deforme, hanno solo amputato le mie gambe. La notte, tanta di questa gente mi sognerà, sarò sdraiata a pancia in giù impigliata tra i miei capelli, starò strisciando sul pavimento, trascinando le mie gambe mozzate. Sarò l'incubo. Gli zingari sulla strada, senza gambe, senza magari un piede, sono guardati con disprezzo, molta gente dice che si mozzano gli arti da soli, solo per fare pena. A me guardano con aria da" guarda la povera storpia col viso d'angelo", guardala come sta immobile sulla sua carrozzina di velluto rosso, guardala come muove gli arti superiori guarda come si dimenano quelle candide ali da cigno, guarda come si muove con fatica, aiutiamola! No, no, capirebbe la nostra pietà sorridiamole e andiamo avanti, trattiamola come una persona normale. Io sono davvero normale, siete voi a essere strani perché non accettate che si può vivere anche così, si può essere belli pure così. I primi tempi i dottori mi dicevano, ci sono le protesi, puoi metterle e camminare come prima non se ne accorgerà nessuno, sai come quelle di quel pilota di formula uno che è stato tranciato in due durante una gara, ora lui cammina e sembra normale. "normale" sempre tutti fissati con questa cazzo di normalità. Io non le ho mai volute mettere le protesi, mi fanno impressione quelle cose di ferro a contatto con i miei moncherini, non ho mai neanche volute provarle, e papà si disperava ma ho sempre avuto la meglio io, preferisco essere così. La povera sfortunata. Mi sento come l'angelo storpio di dark demonia il libro di Isabella. Stupenda la Santacroce, ho imparato ad apprezzarla qui in ospedale quando non volevo più parlare, leggevo con gli occhi, seguivo le righe in silenzio, col solo sottofondo del mio respiro.

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8 commenti:

  • Martina Di Toro il 07/04/2013 22:20
    Un racconto veramente molto bello e scritto benissimo!
  • ELISA DURANTE il 13/06/2011 08:27
    Un racconto che si fa leggere d'un fiato, toccante per vari aspetti, tutti degni di riflessione: il rapporto genitori-figli (in salute e in malattia), il coma e la morte, la disabilità e i sensi di colpa.
    Per certi versi mi ha fatto venire in mente lo stupendo romanzo di Giordano, "La solitudine dei numeri primi", che dà l'angoscia a molti dei genitori che lo leggono e, viceversa, piace immensamente ai giovani.
  • Monica Elvira Costa il 22/05/2011 23:27
    grazie nicoletta
  • nicoletta spina il 22/05/2011 23:23
    Scritto molto bene, sei riuscita a trasmettere il disagio che prova l'Angelo storpio, i suoi sensi di colpa, lo shok subito e il coraggio di elaborare la disabilità e vivere normalmente la passione per la musica. Ho una cara amica in carrozzina per una malattia e mi dice spesso : negli sguardi della gente vedo compassione e paura, i loro occhi mi dicono : mi da fastidio vederti sempre seduta su quella sedia a rotelle.
    Complimenti!!
  • Monica Elvira Costa il 22/05/2011 19:56
    grazie giorgio
  • Giorgio De Simone il 22/05/2011 19:27
    Intensissimo, durante la lettura le parole sono arrivate dritte allo stomaco, mi hai fatto vivere il malessere. Grande testo. Complimenti per il realismo.
  • Monica Elvira Costa il 22/05/2011 11:29
    grazie non è autobiografico nel senso della storia, ma è come mi sento spesso pur non avendo gravi menomazioni come in questo caso. non so se mi sono spiegata bene
  • Anonimo il 22/05/2011 06:59
    Molto molto bello, un racconto nel quale c'è una forza espressiva davvero intensa e non solo per l'argomento trattato ma proprio per il modo convincente con il quale è stata elaborata la riflessione.
    Con qualche dialogo inserito qui e là tra madre e figlia e tra padre e figlia a mio avviso sarebbe stato superlativo. Anche scritto molto bene.
    Se poi non fosse autobiografico devo dire che sei riuscita in pieno a coinvolgere il lettore senza tuttavia portarlo a sentire quella compassione che tu appunto contesti in questo bel brano. ciaociao

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