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L'infanzia di dell'appuntato Catarella

A Caterella il commissario Montalbano ha sempre fatto pensare ad uno sceriffo del Far West. Le gambe un po' arcuate, la camminata dondolante di chi sembra appena sceso da cavallo, i modi ruvidi, il cuore buono e la pistola nella fondina. Eh si, non può fare a meno di immaginarselo con il cappellone e la stella luccicante al sole, come gli sceriffi che vedeva da bambino al cinema del paese. Catarella abitava in campagna da bambino. Quella campagna aspra ed un poco avara che si estendeva nei dintorni di Agrigento, macchiata dal verde degli agrumeti e polverosa come il paesaggio della sfida all'Ok Corral.
Catarella viveva con gli zii, il papà era emigrato in America con il sogno di una terra d'oro, ben diversa dalla terra di fatica e pianto dove era nato e cresciuto. E quella terra fantastica doveva averla trovata e doveva esserne restato ammaliato, tanto che, dopo qualche anno, aveva smesso di mandare i soldi a casa e si era pure dimenticato di avere moglie e 5 figli. La mamma era morta giovane, sfinita dalla fatica che gli anni del dopoguerra imponevano a chi aveva pochi soldi e tante bocche da sfamare, spenta dalla vergogna di essere una vedova pur avendo marito.
Non c'erano state carte, documenti e bolli, non era così che funzionava dalle sue parti. Lo zio Calogero, fratello della mamma, lo aveva preso con sé, e la zia Adelina aveva avuto un figlio in più da crescere a pane, panelle e legnate. Le sue quattro sorelle erano andate in un istituto di suore, erano femmine troppo delicate per poter lavorare nei campi, ed allo zio servivano braccia forti, anche se infantili. La domenica si stava tutti insieme, intorno al grande tavolo della cucina, perché gli zii erano dei buoni cristiani, e volevano comunque tenere la famiglia unita. Intorno a quella tavola erano 13 persone, e tra di esse 11 erano ragazzini. Erano belle quelle domeniche! Le sorelle arrivavano dall'istituto con i loro vestitini a righine, e portavano dentro canovacci annodati le uova, il caciocavallo e gli sciù con la ricotta che le suorine donavano in cambio degli aranci, dei mandarini e di quel vino bianco e forte che lo zio Calogero produceva dalle vigne basse ed assolate ereditate dal nonno. Nell'aria c'era l'odore della pasta con la mollica e delle caponata di melenzane, ed in lontananza si sentiva lo scampanare festoso che proveniva dal paese.
Ma il momento magico della domenica arrivava nel pomeriggio, quando, dopo aver trafugato un po' del vino bianco e forte prodotto dallo zio per la Messa del convento, Catarella correva a perdifiato verso il paese, con la paura di non arrivare in tempo. Quel vino era il suo biglietto d'ingresso per il cinema parrocchiale, lo spettacolo più affascinante e fantastico che lui avesse mai immaginato. Amava gli scomodi sedili di legno, l'aria satura di fumo ed i commenti a voce alta dei suoi compaesani. Rideva a crepapelle con Totò, piangeva a dirotto con Amedeo Nazzari, ma le sue pellicole preferite erano quelle con gli indiani ed i cow boys, gli assalti alla diligenza ed i duelli. Il suo eroe era lo sceriffo che portava la banda di brutti ceffi in prigione e la città tornava allegra.
Alla fine dello spettacolo Catarella se ne ritornava a casa, presagendo già le legnate che zio Calogero, indispettito per il vino mancante e per la fuga di questo suo nipote sognatore, gli avrebbe fatto scendere sulla schiena. Ma non erano legnate forti, e lui si era quasi convinto che lo zio gliele suonasse più per dovere che per voglia, tanto per ricordargli chi era a portare i pantaloni in casa.

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