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Roma diciottogiugnoduemilaeundici

Abbiamo attraversato la notte, stringendoci in un brivido che precede sempre una partenza.
Abbiamo bucato le colline con la stessa velocità in cui un sogno buca il tempo, con la stessa intensità di un lampo il temporale, con la stessa gioia di quando bambini si parte per una gita, in fondo lo si rimane, la vita è un viaggio da cui si torna sempre, un gioco a tappe, si parte bambini e poi si torna ad esserlo.

Con la loquacità di un bimbo, con l'energia di un discorso da cominciare, con l'impeto di un fiume che comincia il suo viaggio alla ricerca di perchè, verso il mare, trovando le risposte lungo il suo cammino, tutti a bordo del nostro pullman che ci accoglie dentro di sé con l'accoglienza di una mamma, di una casa in cui ognuno si ritaglia il proprio spazio, il proprio posto vicino al finestrino.

Squarciando il buio con i fari delle nostre speranze, abbiamo sorpreso l'alba sbadigliare, prepararsi il caffè e vestire di rosa il suo cielo e poi colorare di azzurro le gote arrossate del mattino e cedere il passo al giorno, come ad un bambino.
Abbiamo rincorso i paesaggi dietro il vetro ed i campi biondi di grano di un diciotto giugno e le colline sparire e lasciare posto alla vallata lontano.

I paesi dipinti dominarla dall'alto e piano piano accarezzarla, gli occhi delle case guardarci e poi rincorrerci curiosi come noi, gli alberi catturare il cielo, e la strada inghiottire ponti e fossi e voli di rondini appena arrivate, con il sapore in bocca di una nuova estate, una canzone, le stesse note, ancora da cantare.
Roma è là che ci aspetta, bellissima come sempre è già da un pezzo che si è alzata, frenetica, impegnata, ma si accorge anche di noi, ci strizza l'occhio un semaforo verde ci fanno strada impettiti i pini vigili, i tigli profumati, siamo arrivati!

Nell'abbraccio di bandiere e di Piazza del Popolo che circonda colorata i nostri sogni, sono bandiere libere al vento, sono i foulard, che indossiamo e sogni che con orgoglio stringiamo, le parole dei relatori che diventano una sola voce e noi siamo qui per ascoltarla, per farci ascoltare.
Fischietti, stendardi, accenti diversi, ma parliamo tutti la stessa lingua, condividiamo le stesse parole, cerchiamo tutti lo stesso sole, vestiamo tutti la stessa rabbia, gli stessi sorrisi.
Io sorreggo uno stendardo "Dignità alle donne, ai giovani, agli immigrati" e tanti tanti pensionati.
E mi sento leggera e ricca di vita, vogliamo essere ascoltati, far valere i nostri diritti, la nostra volontà, mentre leggero ci accarezza il vento della libertà.

Roma diciotto giugno duemila e undici una bellissima giornata e mi sento parte di uno stesso corpo, figlia di una stessa famiglia e mi sento fortunata, seguo il volo di un bianco gabbiano e un palloncino che che leggero si è liberato, lo vedo sparire nell'azzurro del cielo, tra le fronde protese dei pini di Villa Borghese mentre mi perdo in quel volo, le nostre voci intonano un canto comune e quel bianco gabbiano non è solo.

 

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3 commenti:

  • Giacomo Scimonelli il 01/07/2011 20:59
    scrivi divinamente amica mia...
  • Bruno Briasco il 25/06/2011 18:54
    Lascio da parte il motivo sociale, anche se importante, e voglio complimentarmi con te per come hai descritto la Natura. Semplicemente spelndido questo tuo racconto: una semplice giornata di pura libertà che si conclude in libertà d'un gabbiano bianco che sorvola su di te come a richiamare il suo volo libero e leggero...
  • Simone Scienza il 24/06/2011 17:00
    Dal bianco volo libero di quel gabbiano si scindono tutti i colori
    che danno alla vita i suoi sapori.

    Una giornata comune di aggregazione unito solo da scopi frateni...

    Una gita diciottogiugnoduemilaeundici... esempio di vita

    Similitudini perfette col tuo solito pennello a sfumare il paesaggio

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