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Il ciclista Mario

Arrivò a Cisternino da Laureto alle 11 circa. Uscito di casa presto al mattino, montata la bici sull'ultimo vagone del regionale Bari-Lecce, scese a Monopoli. Agganciò la borsa nera al portapacchi posteriore della city bike Bianchi, richiuse le cinghie laterali, si piazzò sul sellino e respirò profondamente il sole delle 8. 35 come a volersi riempire d'energia o forse per cancellare tutto il resto. Sistemò con cura maniacale le dita nei guanti mozzi di pelle nera, sganciò gli occhiali scuri dalla maglietta e li inforcò, indugiando sulle stecche finché ogni parte della testa vi si incastrò comodamente. Guardò a Sud il treno che, allontanandosi, gli strizzava l'occhio col faro rosso intermittente dell'ultimo vagone. Guardò a Nord le coppie di binari scintillanti ingoiate dalla curva impietosa e gli parve il passato. Rigirò velocemente la testa a Sud ed il futuro era già un puntino indistinto, neppure intermittente. Fissò i pedali e ne fece roteare uno a vuoto con un colpo secco del piede. L'arancione del catarifrangente l'abbagliò brillando velocemente e Mario fermò il pedale, il manubrio, il respiro, il tempo, i pensieri. Rimase immobile tre secondi e poi s'alzò sul pedale destro con la schiena dritta e la testa al cielo e tirò con forza a sé le manopole, il quadricipite si gonfiò e la bici partì.
Aveva lasciato Rita di fianco sul lettone. Le aveva accarezzato la nuca infilando la mano tra i capelli neri e corti. Lei non rispose, ovviamente.
Poi si preparò il caffè e tutto il resto. Raccolse la borsa della bici sistemata da Rita già la sera precedente. Aggiunse solo la borraccia d'acqua fresca di frigo. Con la borsa in mano, il cappelletto in testa messo al contrario, gli occhiali appesi alla maglietta e quei ridicoli pantaloncini fasciati sulle cosce e bombati sul sedere, si affacciò ancora in camera da letto. Rita era sempre lì sul fianco, immobile. Socchiuse piano la porta e uscì di casa con decisione.
Adesso pedalava con leggerezza verso la marina di Monopoli tra le stradine in discesa ed il paese ancora pigro lo accoglieva silenzioso in quella domenica primaverile e lui - il ciclista Mario - s'inebriò del sibilo monocorde della catena, del fruscio intermittente fischiato dal maestrale se sfiorava le auto parcheggiate ai bordi della strada, mare sullo sfondo in attesa, sole che indugia sulla schiena e tutte quelle banalità che si leggono nei patetici racconti da "concorso letterario". Ora il lettore, un po' indispettito, parecchio annoiato, spera almeno che Rita si sia svegliata, che dica qualcosa, che entri in scena insomma se è viva, sempre che sia viva. Perché non si sai mai con i principianti, ti piazzano un morto ammazzato, magari sul finale, già ebbri dall'effetto sperato solo per dirti che il morto, il morto ammazzato, era già morto alla prima riga del racconto. Mario però è inconsapevole di tutto questo. Egli è scritto, non scrittore. Mario, il ciclista, Mario pedala a testa bassa e non bada neppure al prossimo incrocio di paese che non ha più sorprese come ogni anima di quella noiosissima cittadina, ognuna a mimare i movimenti dell'altra che anticipa o posticipa di qualche minuto, al massimo di un'ora. Diciamo due? Ti alzi, il caffè, le sigarette e tutto il resto, moglie ai fornelli, figli adolescenti che dormono fino al pranzo e magari sei proprio tu quel lettore, anima indistinta di paese sempre in cerca del particolare, del libro originale, di scoprire il genio ignoto. I best seller no, meglio starci lontani, il best seller fa tanto provinciale. Dopo quella figuraccia, però, non sai più che pensare. Quando accadde? Alla festa di Germano, ci andasti solo per conoscere finalmente quella gran figa di Giulia. Ricordi? Girasti per un'ora o forse due fra quelle facce stupidamente uguali e gonfie di vita. Entravano tutti col sorriso precompresso sul viso, dichiarazione inequivocabile di grande disponibilità, o meglio, avviso perentorio ed incontrovertibile: siamo qui per sballare! Quanto li odiavi, ricordi? Tu eri lì solo per Giulia, diverso, neanche sorridevi, neppure per cortesia e poi Giulia si avvicinò al gruppo, Giulia mentre parlavate di libri e tu imboccavi e rimboccavi gli interventi e Giulia finalmente sorrise, sorrise a Marco, mentre ti rimproverava profonde, imperdonabili lacune nella letteratura americana. E lo faceva senza neppure guardarti in faccia, lo faceva parlando con Riccardo il quale ad un tratto scoppiò a ridere come un animale da circo mentre Giulia continuava a sorridere guardando il testone bianco di Marco ondeggiare con i suoi raggi scintillanti mentre interrogava un po' tutti e Anna chiese cosa ne pensasse di Wallace, di David Foster Wallace o se almeno lo conoscesse e se qualcuno lo conosceva in quel maledettissimo paese.

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