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Diario di un Qualcuno

Vivo in uno stralcio di mondo, in un esercito vagabondo, girovaghiamo per la città indaffarati e disturbati, coi nostri problemi del vivere in società.
Ma io sono un povero Qualcuno, in mezzo a una terra di civiltà- così la chiamano no?- e vedi che mi resta tra queste dita.
Lavoro in uno studio medico, ma non sono il dottore, non sarei un qualcuno se no, in questo marasma.
Di gente ne vedo ogni giorno e d'ogni tipo, ma la gente è uguale a se stessa, si sa, puoi analizzarla e scrutarla per l'eternità , ma finirai col rimestare sempre e continuamente le solite cose.
E così c'è la madre col bambino-ho fretta, devo andare al lavoro- tormentata dagli obblighi e sommersa dai rimpianti. Oppure la vecchietta, tutta reumatismi e pressione bassa, una vita vissuta, la salute che saluta quella vita già vissuta. E poi c'è l'uomo qualunque, uno come me, che un bel giorno si siede- saranno le quattro del mattino- si siede al tavolino e comincia a pensare- che potrà mai capitare a uno come me?- una casa ce l'ho, un affitto, ma senza donna, senza amici.



Ma già da bambino avrei dovuto capire, la vita ci sceglie, se si può cambiare?! Ma sì, si può, ma il più delle volte non conviene, lasciare il tuo posto per cercarne un altro. La vita e furba e gioca con la pigrizia. In realtà non sbaglia mai, la vita, chi lascerebbe la propria vita, il proprio sé per andare in cerca di un'altra incustodita?
E così cammina la vita, sull'accidia dei suoi sudditi, che mondo infame in cui sono capitato. Già dai primi attimi l'ho capito, appena dalle tenebre tiepide sono uscito, un lungo pianto addolorato- dove sono? Perché sono?- e dal quel momento tutto è sempre peggiorato.
Mi ritrovo qui, 35 anni, a scrivere una storia che rimanga tra i segreti di queste pagine ed è forse chissà frutto di qualche mia onirica attività. Sono un uomo qualunque, ma dentro di me, so di non valere quanto te. Chiamasi superbia, chiamasi follia, ma non tormentarti a cercarle un nome, i nomi non servono, e lo sappiamo già. Questa storia un nome non l'ha.




Ero di notte d'estate in una buia via, vagavo io come un'anima in cerca- di cosa non so, ma poco importa-. So soltanto che ad un tratto la vidi ronzare, girarmi attorno, quasi a danzare. Leggiadra, fragile e scura, leggera e stupenda.
Dopo un paio di sguardi e di corteggiamenti- andiamo a casa mia- dissi senza ripensamenti.
Arrivammo in quel nido d'amore e di passione, consumammo lì il nostro primo amore.
Lei si nutriva di me e io non la tenevo nemmeno tra le braccia, per quanto fosse veloce fragile e piccola.
Nutrendosi di me succhiò il mio sangue, preso alla lettera- è ovvio- s'intende.
Penserete a una vampira, in una dolce succhia-sangue, che con occhi scarlatti e lucenti capelli corvini, coi suoi lunghi canini si trasforma in pipistrello e vola via?
Niente di più errato amici miei, un piccolo insetto era colei che per una notte mi ronzò attorno, solamente per il mio sangue, ma almeno mi amò.
Finita la danza la feci riposare su un tavolo vecchio e - sclash- la testa -sclash- il corpo- sclash- e tutto il resto- se poi resto c'è- finirono tutti in una ricca crème.
Il mio sangue sul tavolo ho lavato per benino, assassino mi sento, adesso lo dico, adesso ho ucciso.

 

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2 commenti:

  • Fabiana Caserra il 12/07/2011 08:32
    Grazie
  • rosaria esposito il 11/07/2011 21:55
    mi piace. è uno di quei racconti brevi che lasciano trasparire il senso di intelligente e garbata ironia dell'autore.

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