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Racconti su problemi sociali

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A capo chino

Andava in giro a capo chino, stringendosi ad una borsa troppo pesante per l'esile spalla. Lo sguardo vispo, spaesato, timido. Sorrideva di rado, solamente quando l'etichetta lo richiedeva. Ignorava se stessa quanto gli altri. Molti le avrebbero voluto dire: "hai la scarpa slacciata" ma forse già sapevano che avrebbe risposto in malo modo.
"se cado tanto, non mi faccio male. non provo più male da tempo..."
Non aveva lo sguardo spento di chi ne aveva passate tante, aveva solo una gran paura in quegli occhi sempre velati di tristezza. Paura di se stessa, paura degli altri, paura di chi amava e paura di chi odiava. La paura rende ciechi, sordi, insensibili. Ogni passo era lento, storto, malandato, di chi non sa nemmeno che direzione prendere. Alzava il capo, solamente per consultare cartelli qua e là, alla ricerca della strada giusta... della direzione. Ma, stranamente, non accennava uno sguardo a chi le passava accanto.
Eppure, dopo tanto tempo, la gente, si stupiva, osservandola. Nonostante tutto, non era ancora vuota.

   5 commenti     di: Vinter_


Forse un giorno

Sono sbagliato. Non c’è altra spiegazione. Sono un errore genetico. Il mio DNA è stato trascritto male al momento del concepimento. Sono certo sia una cosa del genere.
Dio ha detto che la donna è affidata all’uomo ed essi amandosi dovranno procreare, il matrimonio stesso è concesso solo fra uomo e donna…a parte in poche nazioni che fanno eccezione.
Dunque io non sono normale. Io come tutti quelli come me.
La normalità esiste, mia madre mi ha insegnato che normale è tutto ciò che fa la maggior parte della gente e ciò che non crea scandalo. Quindi poiché io creo scandalo ovunque vada e non faccio cose che la maggior parte degli altri fa, io non sono normale.
Quelli come me vengono puniti, guardati male, discriminati, maltrattati, sfottuti…ed è giusto perché non sono cose che si fanno quelle che la gente come me fa.
Forse con le punizioni la smetterò un giorno.
Forse un giorno in questo modo potrò diventare normale e guarire da questa malattia.
Forse un giorno riuscirò a diventare quello che dovevo diventare da piccolo.
Forse prima o poi non mi ecciterò più guardando i ragazzi, forse i sogni smetteranno, forse il mio corpo risponderà ai miei comandi…chissà.
Forse un giorno smetterò di essere omosessuale.
Lo spero. Non ho scelta, devo sforzarmi e far di tutto affinché sia così…altrimenti se mia madre lo scopre muore. Piuttosto che accettarmi si ucciderebbe.
E poi come posso pretendere di farmi accettare da qualcuno se prima non mi accetto io?
Ma come posso?
Voglio dire…è inaccettabile essere così mostruoso.
Sento spesso i discorsi di mia madre, dice che i gay sono peggio degli animali. Quando sento certi discorsi da mia madre è come se venissi pugnalato mille volte.
Vorrei andare da lei e piangendo chiederle in ginocchio perdono per quello che sono, dirle anche che non è colpa mia…e supplicarla di non considerarmi peggio degli animali…pregarla di amarmi lo stesso.
Ma poi non ce la faccio mai.
Sono solo un vigl

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   1 commenti     di: Astrid Basso


Essere me stesso

Cammino per la strada e non mi sento a mio agio. Le persone mi guardano come se fossi malato. Le donne mi schivano, e gli uomini m'insultano. Mentre i bambini hanno paura di me, come se fossi un lupo cattivo. Non capisco? Non hanno niente da temere. Sono un uomo pio e vado ogni domenica in chiesa. Ascolto la parola di Dio e cerco di metterla in pratica. In ogni caso non c'è niente da fare. Io non sono nessuno per loro. Cerco in tutti i modi di farmi apprezzare ed amare. Faccio comunemente la cosa giusta, ma per loro non va bene lo stesso. Trovano sempre qualche scusante per accusarmi. Quando mi trovo sull'autobus mi alzo e faccio sedere le donne nonostante molti posti siano liberi. Mi aspetto delle grazie, invece: "Adesso vattene!" Pulisco i giardini de Signori e ricevo una misera paga. Sorrido sempre e non mi faccio mai vedere scontento, e mi dicono: "Che fai mi prendi in giro". Mi faccio insultare e non rispondo, e dicono di me che sono violento e maleducato. Mi hanno chiuso in prigione per reati che non ho mai commesso. Spiegando loro la verità: " Non sono stato io a rubare in quel negozio.". Non mi credono e dicono che sono un bugiardo. Allora mi domando: " Qual è il mio sbaglio?" Essere nato negli anni '50, nel nord America e d avere la pelle di colore nera. È forse questa la mia colpa.



Riflessioni di un lavapiatti

Nascosto, quasi sepolto dietro cumuli di piatti, bicchieri, avanzi, coltelli, cucchiai, forchette, non dovrebbe esserci tempo per riflettere, per pensare. Non c’è modo di essere più veloce di quanto i clienti riescano a sporcare, e nonostante dopo qualche ora i movimenti si siano fatti rapidi e precisi, le stoviglie continuano ad accumularsi, separandomi dal resto della cucina e del mondo. Allora continuo con movimenti studiati, quasi coreografici, poetici a loro modo: circolari per i piatti e le pentole, decisi e verticali per le posate, mentre per i bicchieri tengo ferma la spugna e faccio ruotare questi ultimi. La cosa più logica da fare in queste condizioni sarebbe quella di concentrarsi esclusivamente sulla manualità del lavoro, escludendo qualsiasi pensiero possa farmi prendere coscienza della situazione, ma non ci riesco. Osservo quanto lasciato dai clienti nei piatti, pezzi di braciole di pesce spada, un gamberone grigliato intero, mezzo piatto di linguine allo scoglio, molliche di pane; e nei bicchieri generose quantità di vino bianco da dodici euro a bottiglia. So già che mi farà male, ma non riesco a bloccare l’associazione di idee che mi si forma in mente troppo rapidamente per controllarla: da una lato tutta questa gente che viene nel locale, ordina cibi costosi anche senza avere fame, (se no perché tutti quegli avanzi nel piatto?), poi si alza, paga conti assurdi senza battere ciglio, e và, sentendo appieno il dovere di esserne appagati, in quei posti dove si deve andare per forza per essere “giusti”; e dall’altro un lavapiatti che riflette su tutto questo, ma in fondo capisce che tutto ciò serve solo a reprimere una sola cosa : il senso schiacciante, oppressivo, del fallimento. Quella presa di coscienza che ti colpisce in pieno all’improvviso mentre paragoni i brandelli di discussioni inutili e piene di errori grammaticali che capti dai tavoli e le paragoni alle tue letture di Croce, Nietzsche, Schopenhauer, le letture in cui,

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Uevos fritos con papas

Sono le dieci di mattina, Anita è appoggiata alla sedia.
Ha ascoltato la radio, si è poi messa a lavorare aprendo il quaderno e dando i numeri.
Ne combina alcuni cercando la serie vincente.
Oramai ha completato tutte le pagine, solleva con il pollice e l'indice uno scontrino della spesa.
Riesce a scrivere sei numeri sul retro del foglietto. Non è la prima volta non sarebbe l'ultima se riuscisse ad azzeccare una combinazione vincente.
Esce di casa fermandosi sul pianerottolo, si accorge che tutti sono usciti.
Lungo la strada si ravviva i capelli.
È bruna, gli occhi da "fulminata", un nasone grande e storto ed un mento piccolo e sfuggente.
L'avanzare degli anni ha smussato talune asperità del viso e accentuato altre rotondità del corpo, ma le si considera sempre una " dei migliori esemplari dell'umanità".
Ed hanno un bel dire quei ragazzi, che durante la passeggiata pomeridiana, si avvicinano e le sussurrano frasi indecorose.
Parole.
Parole aleggianti in aria.

Eccola ora al supermercato.
Allunga la mano su una confezione di pane integrale biologico.
Si orienta verso i condimenti, raccoglie l'olio, il burro e il sale.
Una breve occhiata ai vini e poi la lettura delle riviste.
Appena giunta nell'androne di casa si ferma, ha bisogno di respirare.
È concentrata, inspira ed espira, inspira ed espira, poi sale il più velocemente possibile le scale aggrappandosi al corrimano.

In cucina appoggia la pentola sul fornello, un leggero sfrigolio la infastidisce, la pancia borbotta e lei brontola.

Comincia.
Scalda l'olio preferendolo al burro, rompe direttamente le uova nel tegamino, le sala ( e ci macina sopra un po' di pepe ).
Cuoce adagiandovi sopra un coperchio.
Così, pensa, fa meno rumore.
Sono passati sei minuti e gli albumi sono rappresi, posa il tegame sul piatto e se le serve.
Lei che è stata servita da tutti, ora si serve da sola.
Avrebbe dovuto aggiungere un etto di spinaci ma doveva ben strizzarli e non ne aveva voglia.

Dall'altra parte de

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   3 commenti     di: Roberto Estavio


Regredire è un po' morire

Divenire. Non siamo altro che un continuo e perenne divenire. Una fase ciclica che parte ma no, non cessa mai. Non ci rimane altro che adeguarci. Continuare il nostro spettacolo su quel palcoscenico su cui la vita ci pone mettendoci continuamente alla prova. Così, semplicemente, per constatare fino a che punto abbiamo la capacità di cogliere e affrontare al massimo ciascuna di quelle sfide.
Tutto cambia. A distanza di poco. Quasi senza neppure darci la possibilità di realizzare, di capire ciò che avviene intorno a noi. Eppure noi ne siamo i soggetti, i protagonisti. Coloro che dovrebbero avere il controllo assoluto sulla vita, sul mondo. Ma, nonostante ciò, non sempre è così. O, forse, lo è. Dipende da prospettive, punti di vista, circostanze. Il mondo porta con sé progressi, rinnovamenti. A volte, semplifica la vita. Fa avverare sogni e desideri. Ma tutto ciò viene introdotto nella quotidianità dal mondo o dall’uomo? Il mondo assorbe le volontà dell’uomo. È solo quest’ultimo che, con le proprie mani, ha il potere di plasmarsi un’esistenza più adeguata alle proprie esigenze, ai propri bisogni. Semplicemente a sé.
In tempi più remoti e lontani, l’uomo, con lo svegliarsi della propria intelligenza, vedendo far capolino nel cielo quell’enorme ammasso lunare, sognò, un giorno, di potervi andare su. Ma “l’uomo non potrà mai andare sulla Luna”. Qualcuno disse proprio così. E invece? Invece ha dato tutto se stesso perché i sogni portano a tanto. Quei desideri ardevano e pulsavano così forte dentro lui che, alla fine, è riuscito a far sì che si concretizzassero.
Quest’evoluzione gli ha permesso di avere “tutto e subito”.
Un “tutto e subito” relativo però.
Ha introdotto mezzi di comunicazione che agevolano fabbisogni, occorrenze, necessità. Ha reso più agiata la propria vita tramite quella tecnologia che è paragonabile alle due facce di un’unica medaglia. Due facce che si trovano agli antipodi, che rapp

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E tu come stai

La camera di Marcone era impregnata di un odore così dolciastro da far venire la nausea.
-Come fa a non venirti la nausea, con questo profumo?- disse Andrea, sdraiato sul letto con le mani dietro la testa. Fissava il lampadario di plastica che pioveva dal soffitto al quale era agganciato un acchiappasogni formato da tre cerchi.
Marcone gli era di spalle, seduto alla scrivania addossata alla parete, il volto illuminato dalla prepotente luce elettronica dello schermo del portatile. Con la mano destra agitava il mouse sul tappetino fermandosi di tanto in tanto per cliccare qualcosa. Nella sinistra gli fumava una canna.
-Questo è il profumo del paradiso, amico mio. Il profumo del paradiso.
-Mi sta facendo venire il mal di testa. Non c'è un sistema di aereazione o che ne so, per questo coso?
-Si chiama Grow Box. No, non ce lo voglio. Devo immergermi in questo profumo, amico, capisci. Non posso permettere che si disperda al vento.
Andrea sospirò.
-Non possiamo sentire qualcosa di meno aggressivo?- disse.
-E chi sei, mia nonna? Sei mia nonna. Senti come spaccano questi ragazzi. Senti questa, per esempio. Si intitola Visetto. Parla di uno che la tipa lo hai tradito con un tale che lui conosceva, e questo canta augurandogli le peggio cose a entrambi, ma sai, mi piace proprio il modo in cui dice le cose, mi piace proprio il tono che usa, capisci, senti che belle parole, senti.


Marcone si era rilassato stravaccandosi sulla poltrona reclinabile, il volto fisso al soffitto, lo sguardo perso nei pensieri, dondolandosi un poco con i piedi sulle rotelle della sedia, portandosi la canna alla bocca ogni quattro-dieci secondi e tirando lunghe boccate facendo crepitare la brace e rilasciando nell'aria polverosa della stanza nuvole di fumo filiformi e fiocchi di carta incenerita.
Andrea fissava l'acchiappasogni sopra di lui.
Poi la canzone smiagolò nel nulla.
-Bella, eh?
-Hm, hmm.
Marcone tirò un'ultima boccata dalla canna stringendo il mozzicone tra

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   0 commenti     di: Fabio



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