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Racconti brevi

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Fai di me il tuo sogno

"Fai di me il tuo sogno" leggo sul mio blog. Mi accendo una sigaretta e comincio ad espellere cerchi di fumo dalla bocca, che si vanno ad infrangere sul monitor del mio portatile.
Perché proprio a quest'ora? La domanda non è esatta. Chi è? Chi sei?
È la prima volta che ti vedo. Non riesco minimamente a capire tu chi possa essere. La tipa che ho cercato di rimorchiare l'altro anno in zona colonne? No. Era col suo ragazzo. Ragazzo che io non ho mai visto per tutta la sera.
La mia ex? Futile speranza. Ormai sono partito ed il continente ce l'ho alle spalle da almeno un paio di anni. Che dico. Non ricordo nemmeno. E lei non sarebbe in grado di farmi una sorpresa del genere. Altrimenti non sarebbe la mia ex. Vediamo. Pensa. Pensa. Pensa. Pensa. Zero. Non riesco proprio a capire.
Cazzo.
Non ne vengo assolutamente a capo ed intanto la gola reclama liquidi. Vado in cucina, apro il frigorifero ed estraggo la bottiglia di cola che aspetta solo di essere finita. Da almeno un mese. Vado pazzo per le bevande in origine gasate che col tempo perdono le proprie bollicine. Non ricordo nemmeno quando ho preso quest'abitudine. Nemmeno se me l'ha contagiata qualcuno. Forse Michele. Forse. Chissà come sta? Saranno sei anni che non lo sento. Cazzo dico. Minimo dieci.
Fa un caldo torrido. Pesante. Impossibile. Giro in mutande per casa eppure non riesco a trarre beneficio da questa nudità. Accartoccio la bottiglia, la butto nel cestino e getto un occhio fuori dal balcone.
Dio che spettacolo.
Non ci ho ancora fatto il callo a questa totalità di niente. Mi prudono le palle. Non posso far altro che darci una veloce grattata.
"Fai di me il tuo sogno" continua a penetrarmi il cervello come un'insegna luminosa di un casinò di Las Vegas. Va ad intermittenza. Chi sei? L'immagine del tuo profilo è la foto del Colosseo. Per cui. O sei una nostalgica oppure mi stai prendendo per il culo. Nessun altro dato nel tuo Myspace. Solo un lettore musicale da cui posso ascoltare qualche suc

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   8 commenti     di: Guido Ingenito


Zia dina e le formiche

Da ragazzo andavo spesso in campagna con zia Dina e la figlia Assunta. Era un po' la mia seconda nonna, anzi la controfigura della nonna materna.
Una fresca mattina di settembre zia Dina decise di andare a raccogliere i fichi sola con me. Si era procurato un asino con delle gradi sporte e si sentiva più baldanzosa del solito, anche se la gestione del quadrupede era problematica. Il terreno era molto distante dal paese, ma né io né lei osò salire sull'asino. Non so se perché c'erano le sporte o perché lei non si fidava di quella bestia che conduceva per la prima volta. Giungemmo che il sole era già alto. Legammo l'asino vicino ad una quercia in una radura, prendemmo due panieri e ci incamminammo lungo un ripido pendio, fino a raggiungere sparuti alberi di fichi ormai quasi rinsecchiti. Il terreno era stato da più anni abbandonato. L'erba era alta e secca, e zia Dina mi raccomandava di guardare dove mettevo i piedi per evitare di schiacciare qualche serpente. Ma era un raccomandazione che non potevo ascoltare perché non c'era alcun viottolo da seguire ed aveva l'effetto di mettermi addosso una maggiore paura, per quel terrore che avevo dei serpenti: li sognavo anche di notte.
Zia Dina riempì in fretta il primo paniere, gli alberi erano bassi e i fichi ormai tutti maturi e quasi secchi. Mi toccava di ritornare alla base per svuotarlo nelle sporte. Il paniere era pesante e scivolavo sull'erba. Le bacche secche mi si attaccavano dappertutto e i rovi mi graffiavano le gambe. Ma i primi viaggi andarono discretamente, anche se grondavo di sudore e mi sentivo braccia e gambe indolenziti.
Vicino alle sporte avevo notato alcuni formicai. Non ne avevo mai visti di così grandi. La tentazione era irresistibile. Mi fermai quasi ipnotizzato ad osservare le formiche che brulicavano sul prato. Vicino al formicaio più grande v'era un cumulo di granaglie, ed altre ne venivano trasportate. Dalla tana si dipartiva un sentiero in mezzo all'erba e formiche giganti lo percor

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   4 commenti     di: Ettore Vita


La Duchessa del Break the ice e il suo prescelto (l'incontro)

... Dentro le cose per Rosalba vanno anche peggio... tanto per cominciare tutta quella plebaglia (tra)sudante eccitazione per niente, rappresenta il suo squallido passato, quindi, tutta roba morta e sepolta. E tanto per continuare, lei in quell'ambiente lì è molto conosciuta. Per questo deve subirsi tutti questi riti "stupranti" come: saluti, piccoli gesti, bacetti sulle guance- e non meno di tre per volta- di tutta gente che è tutta su un altro livello rispetto a lei- cioè che sta su un piano inferiore.

Questa non può che essere la Regina!!! Anzi la Duchessa... noi si è tutte checche aggiornate! Difficile, anzi difficilissimo sbagliare. I capelli biondo-giallo da signora bene, frutto- come dicono le più maligne- di un trapianto di capelli perfettamente riuscito- lunghi e naturalmente ondulati. E che portamento, che eleganza volutamente cafona! E quel naso: sì importante, ma anche inegabilmente aristocratico. Ma la caratteristica che la rende assolutamente identificabile sono gli occhi, di un colore particolare... grigio-blu ecco!
Stuoli di checche e uomini fatti (al 100%, ma figurarsi?!!!) le si fanno attorno, addosso, festanti. Lei le sorvola tutte, del resto un po' di sano snobismo è quello che ci si aspetta da una monarca volutamente decaduta come lei!
E con un paio di falcate raggiunge le sue ancelle - tutte drag queen o cose del genere- fedelissime, che sembrano tanto un boschetto che cela un prezioso laghetto blu intenso.
Appena giunta nel loro raggio il "boschetto" di ancelle si apre in due ali al suo passaggio, lasciando così il ragazzo "scoperto" e ben visibile.
Le basta una sola occhiata, e Rosalba capisce che si trova davanti a un prodigio: non poteva sperare in qualcosa di meglio.
È l'accento siculo di Tony che glielo presenta: Celeste Rossi... che nome cromatico... sì, n'è convinta pure lei, è lui!
Così si fanno le 4:00 del mattino e il locale deve proprio chiudere, già è stato un cicinin p

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   2 commenti     di: frivolous b.


Una famiglia felice

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   2 commenti     di: Giuseppe Aricò


Il cascadeur

Schiacciò il pulsante dell’ascensore: 35esimo piano. Una musichetta inquinava la poca aria, dentro la cabina; Stern guardò le sue scarpe, erano bagnate e i calzini zuppi.
Nell’ascensore faceva caldo e Stern si scrollò le spalle. Si strofinò la faccia con le mani e si sistemò un po’ i capelli. 35esimo piano. Uscì dall’ascensore. Si guardò in giro. Fece qualche passo. Trovò la cabina di un altro ascensore. Entrò, schiacciò il pulsante: 67esimo piano. La cabina dell’ascensore era più piccola; la stessa musichetta nell’aria, lo stesso torpore stantio. Stern si sistemò il colletto della camicia sotto il maglione, poi aspettò; 67esimo piano. Scovò il numero 6723 appiccicato su una massiccia porta di ferro, bussò alla porta due volte con il pugno serrato.
La porta si aprì.
“Ah buongiorno,” disse un uomo di mezza età.
“Sono Alain Stern, piacere,” Stern gli presentò la mano.
“John Stregger, piacere mio.” Alain gli strinse la mano, poi John si scostò e lo fece entrare nel vasto locale, “ha fatto fatica a trovarci?”
“No, no, a parte la pioggia che mi ha bagnato tutto.”
“Posso offrirle un caffè o qualcosa di caldo?”
“No, grazie, mi faccia vedere il versamento e sbrighiamo al più presto la faccenda.”
“Capisco,” disse Stregger, “ecco il telex; come vede i soldi sono stati versati sul conto.”
“Bene, da dove mi devo buttare?”
“Hm ecco, da questa finestra.”
“Io sono pronto e voi?”
“Certo, certo, un attimo,” John Stregger prese il walkie-talkie e chiamò: “siamo pronti per il salto. Fate girare le telecamere perdiana!”
Alain Stern si sistemò sul cordolo della finestra, e guardò il cielo.
“Azione!”
Alain Stern, si lasciò cadere in avanti.
“Dio mio,” disse Stregger nel walkie-talkie.
“Lo vedo lo vedo, viene diritto giù, che scena!” disse una voce al wolki-talky.

Helena uscì dalla banca.
“I soldi sono arrivati,” disse Helena all’amica.
“Quando uscirà

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L'ingombrante presenza

Ecco che si avvicina di nuovo. Questa volta per prendere una pratica.
Indugia nel fascicolo alla ricerca di qualcosa, sicuramente non sta cercando niente.
Finge di leggere, si concentra su qualcosa. Estrae un foglio e lo esamina attentamente, finalmente lo prende e rimette a posto il fascicolo... ma non va via. Resta lì a leggerlo, fintamente assorto, chiede se può prendere una matita per scrivere degli appunti su un post-it " fa pure" "grazie, te la rendo subito" ... che gentilezza stucchevole! Scrive le sue maledette note appoggiandosi sulla sua scrivania avvicinandosi a stretto contatto, poi le rende la matita, ringraziandola di nuovo e sorridendo guardandola negli occhi con complicità ... finalmente se ne va. Lei ricomincia a respirare, aveva trattenuto il fiato tutto il tempo, ora pian piano aspira un po' d'aria e contemporaneamente si avvicina alla finestra per spalancarla e rimettere in circolo dell'aria pulita. Respira a pieni polmoni e lascia la finestra aperta nonostante fuori il termometro segni cinque gradi.
Tutti i giorni la stessa storia! ...
Non riusciva più ad evitare la vicinanza di quell'uomo sgradevole e maleodorante. Continuamente le imponeva la sua presenza con un pretesto nuovo e se lei non era accorta a schivarlo trovava un argomento per cominciare una banale e interminabile discussione a cui lei rispondeva a monosillabi, per pura cortesia: non volendo e non potendo essere scortese.
Lavorava in quell'ufficio ormai da un anno. Segretaria d'azienda con mansioni di organizzazione eventi e tenuta contabilità. L'inizio era stato buono, colleghi simpatici e disponibili, bell'ufficio, strumentazione informatica nuova e perfettamente funzionante. Si reputava fortunata, il suo primo lavoro a tempo indeterminato. Aveva conosciuto il suo diretto superiore solo dopo una settimana e, senza tema di smentita, era stato l'incontro più sgradevole che ricordava da una vita a questa parte. Lui si era presentato con grande pompa e un lungo discorso pro

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   5 commenti     di: valeria ste


Un viaggio, un destino! - quarta parte

Domani, ci penserò domani. Ora devo riposare almeno la mente...

Mi ha sconvolto incontrare Flavio e mentre entro nel supermercato ripenso a quello che è successo ieri.
Niente è andato male. Eppure so che qualcosa non va. Questa cosa mi perseguita, non ho chiuso occhio questa notte, la testa mi pulsa.
Dovrò vedere di nuovo la mia terapista, pazza che sono, cosa credevo di fare incontrandolo di nuovo rischiando di sconvolgere ancora la mia mente, pazza, pazza che sono!
La cassiera mi fissa, devo pagare, non trovo il portafoglio ma dove l'ho messo?
Niente non è in nessuna tasca, questa borsa è impossibile, io sono impossibile.
E mi rendo conto che da ieri non l'ho più visto, qualcuno me lo ha rubato.
No, non ci credo, non è possibile. Flavio, devo chiamare Flavio.
Non risponde.
Lo richiamo.
Risponde.
-Flavio?
-Flavio? Ele sono Fulvio. Chi è questo Flavio?
-Fulvio? Scusa scusa scusa ho sbagliato numero. Ciao. A presto.
Metto giù. Fulvio. Chissà chi è?
Devo chiamare Flavio.
Non risponde.
Lo richiamo.
Non risponde.
Lo richiamo.
Risponde.
-Flavio ciao perdona questa domanda ma non trovo più il mio portafoglio e mi chiedevo se tu, magari, lo avessi trovato e trattenuto.
-Si Ele, il tuo portafoglio ce l'ho io e anche i foglietti che conteneva... come hai potuto? Come ti sei permessa di prendermi in giro così spudoratamente? Ele che diavolo significa? Ma cosa sei diventata?
Il mondo gira, i visi si confondono, le bocche si muovono ma io non sento niente.
Non vedo, non sento non...

Le luci colpiscono gli occhi appena accenno ad aprirli.
-Flavio, cosa succede, dove sono?
-Ti sei sentita male, sei al pronto soccorso. Appena sei caduta qualcuno ha raccolto il telefono e mi ha avvisato. Io non so chi sei, cosa sei ma ne parleremo dopo. Ora lascia che ti curino, ne hai veramente bisogno Ele.
Le lacrime scendono dal mio viso senza che io riesca a fermarle, il cuore mi scoppia nel petto. Anni di cure, introspezione e terapia e ora?
Co

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