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Racconti brevi

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La scuola di oggi

La scuola di oggi è un mescolamento di bambini da tutto il mondo; questo rende l'insegnamento più ampio, aperto a tutti i punti di vista, più creativo e disponibile a cambiare "certe regole".

Quel giorno l'insegnante si era decisa di spiegare l'h.
- Allora bambini, l'h va messa solo con la lettera a o con la lettera o.
- E con le altre vocali?
- No, bambini, solo con queste due lettere: a e o. Per esempio: Ho visto una farfalla.
- Si, maestra, si può mettere anche con u!!!
- No, Kevin, ho detto solo con a e con o.
- Si maestra con u!!!!
- Kevin, per favore non insistere, se ti dico solo con queste due lettere, è così!!!!
- Ma, maestra u!!!
- Ora basta e ascolta
- U maestra... U Kevin... Hu Kevin!!!!
Eccoci, e adesso? Pensò la maestra.
- Questo non è italiano... queste sono l'eccezioni cinesi!!!!!

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5 commenti    1 recensioni      autore: Paola B. R.


Tutto bene!

C'è un sacco di nebbia oggi. Fuori o dentro, non fa differenza. C'è sempre nebbia!
Così, se si aprisse uno spiraglio, ti ci butteresti dentro a capofitto. Senza guardare, senza pensare. Non importa quali difficoltà potresti incontrare, né quali prove il tuo cuore dovrebbe sopportare. Ti butteresti e basta! Meglio l'ignoto del tragico, quotidiano grigiore che la grigia coltre omologa come un'inevitabile condanna, tacitamente accettata.
Ma non accade!
Anche la novità più scontata ti sembrerebbe pregna di promesse, foriera di emozioni, sepolte sì sotto il mantello dell'indifferenza che è divenuta la tua unica compagna, ma pronte a librarsi ancora in volo se l'occasione si manifestasse, di poter uscire dalla prigione dell'abitudine che è poi la più opprimente delle realtà.
Ma nulla accade!
È questa ineluttabile condizione che ti distrugge sempre più, giorno dopo giorno. Non riesci a sottrartene, ne diventi schiavo e magari poi pure ti piace, perché non hai altro da farti piacere e allora anche la gabbia si trasforma in casa. Ma non c'è tepore che tra le sbarre possa rimanere!
Che importa se fuori c'è il sole o la nebbia!
Il fatto è che non si tratta di depressione, ma di cinico realismo, forse. Forse perché sai che ciò che ti potrebbe rendere felice non c'è più; se n'è andato assieme ai ricordi che più non ti va di ricordare.
Eppure daresti tutto per poter bruciare ancora di desiderio, infiammarti di passione. Tutto per un'ultima scossa, un ultimo turbamento, un ultimo batticuore, anche se subito ti sovviene che non hai più nulla da dare! Il limbo è l'unico stadio che ti sia consentito. E lì la tua anima è scoperchiata, il tuo corpo non ha pelle, i tuoi neuroni sono spenti. Nulla ti serve, a parte la rassegnazione!
E rassegnato ti incammini, nella fitta nebbia senza vedere, senza guardare. E se incontri qualcuno che ti vuole per forza fermare per chiederti come va, con un sorriso rispondi: "Tutto bene, grazie"!



Fuga immobile

- Perché piangi, caro ragazzo?
- Vorrei essere un albero. Sarei forte e avrei il cuore di una quercia.
- Ma il vento ti sradicherebbe.
- Allora vorrei essere una pietra. Nulla potrebbe scalfirmi.
- L'acqua ti corroderebbe.
- Vorrei essere niente.
- A volte, il niente è più ingombrante del tutto.

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9 commenti    6 recensioni      autore: Alessandro


Metamorfosi

Era il tempo delle mele, autunno, e Ottobre era il mese in cui mio padre iniziava a portare a casa cassette di mele. L'unico in famiglia che non ne mangiasse ero io, non so che dirvi, da quando mi persi nel frutteto di mio nonno provai un'avversione particolare per la frutta, specialmente per le mele, credo fosse un meleto.
Mi resi conto della mia idiozia solo dopo aver iniziato a leggere un libro di psicoanalisi, scritto da un certo Sigmund Freud. Se la mia ripugnanza alle mele era dovuta alla mia esperienza infantile, significava che l'avrei potuta superare prendendone coscienza. Decisi allora di farmi tentare da quel frutto cui l'umanità tanto doveva odiare. La mela simbolo del male. La scelta era imbarazzante, la quantità di mele che settimanalmente portava mio padre era notevole, circa cinque cassette di trenta chili l'una, più o meno. Certamente le sceglieva personalmente, mele piccole non ne vedevo, pensai che facesse apposta per farmi dispetto, ma come erano grosse! E chi se le mangiava tutte quelle mele? Non ci avevo pensato, sicuramente da oggi, se mi sarei deciso, una persona in più. Anche il colore delle mele era allettante, varie gradazioni di rosso, alcune verdi ma non acerbe, altre gialle, alcune rosse striate di un verde chiaro, belle, erano proprio delle belle mele. Dovevo prendere una decisione e presi la decisione più drastica, una mela rossa, gigantesca, che a stento stava nelle mani a mo' di coppa. Ora l'avrei dovuta mangiare... anche con la buccia, non aveva senso altrimenti. Andai a lavarla, l'asciugai... la buccia era lucida e invitante ma io vedevo piuttosto un flacone di sciroppo, un cucchiaio di medicina da inghiottire senza sentirne il sapore. Diedi un morso, per quasi un minuto tenni il boccone in bocca, sospeso sulla lingua di modo che non toccando il palato non sentissi il sapore. Lentamente la salivazione aumentò, morsicai il pezzo di mela. Un succo farinoso e dolce mi riempì la bocca... che buono... masticai ancora, m

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6 commenti    0 recensioni      autore: Emiliano Rizzo


E non avrò paura

Uscì di casa sbattendo la porta.
Non era arrabbiata con qualcuno in particolare.
Lei odiava il genere umano in generale.
Odiava il genere umano e i prodotti che ne derivavano.
Odiava i jeans aderenti, quelli che fasciano il corpo come un guanto.
Odiava i posti in cui le sue coetanee potevano andare a divertirsi, e poi raccontare il giorno dopo in modo estenuante le loro avventure con i ragazzi.
Odiava soprattutto loro, i ragazzi, razza di umani semi deficienti sempre pronti a farsi irretire da quelle oche svenevoli del tutto deficienti che sono le ragazze.
Odiava i suoi genitori per averla generata sotto quella forma, e soprattutto per averle donato quel nome.
Appassionata di danza, la madre volle chiamarla come la Duncan, la celebre danzatrice.
"... ma, dico io, non ti sei guardata allo specchio? E non hai guardato quel trombone di tuo marito? Che speranza avevi di generare una silfide da avviare all'etereo mondo danzante, eh, me lo dici?"
Il rimbombo della porta chiusa con forza si diffondeva nell'androne condominiale mentre Isadora, con in faccia ben stampato preventivamente tutto il suo disprezzo per il prossimo, una sorta di armatura che le permetteva di parare ogni possibile offesa, si avviava quel lunedì verso l'ufficio nel quale lavorava.
Era il giorno peggiore il lunedì.
Avrebbe dovuto sopportare per ore tutte le sue colleghe raccontare le loro avventure sentimentali, e soprattutto avrebbe dovuto subire la stessa stronza domanda con la quale terminavano la narrazione delle proprie gesta: " E tu, Isadora, che cosa hai fatto? Sempre da sola? Povera, povera, Isadora! ".
Non sopportava più quella perfidia, così come non sopportava più la crudeltà dei colleghi, che giocavano con i suoi sentimenti facendo finta di provare interesse per lei, concedendole appuntamenti puntualmente disertati.
Quel lunedì non fu diverso dagli altri. Sempre lo stesso coro di pettegolezzi, gli stessi discorsi, le stesse facce. Fino all'ora di pranzo. Se

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Qui hanno deciso quanti anni è giusto c'hio abbia

Le diecimila pale del ventilatore. Sono solo tre.
È il movimento che inganna, che da forza. Se ti muovo davvero veloce puoi dare l'illusione di avere qualcosa in più. Il trucco.
Qui si parla di cose, opinioni, chi deve usare prima il cesso, chi ha la facoltà di decidere e chi no.
Qui hanno deciso quanti anni è giusto ch'io abbia; ventiquattro.
Il mio amico mi chiama dalla terra natia, la sento incastrata tra i polmoni.
Mi rendo conto che non è il materasso sul quale sprofondo, non le pareti macchiate di vita altrui, non la difficoltà di camminare a piedi nudi sul lido fatto di pietre appuntite, né l'odore sconosciuto di diciassette persone che occupano questo abitato fatiscente.
Le storie di questa gente che si intrecciano e chiedono di essere ascoltate.
Ma io non ho tempo.
Alle otto mi fermo a guardare il riflesso rosa del cielo sul mare, l'acqua perfettamente piatta, nessuna increspatura, qualcosa di omogeneo che non vedevo da mesi.
Le barche ci galleggiano sopra senza spostarsi di un millimetro eppure so che si spostano lo stesso.
Sulla strada di fronte a me non ci cammina più nessuno perché è ora di cena.
Mi concentro sulla bellezza, è relativa. Non provo niente.
Constato che forse non ho mai visto acque così limpide.
È il nuovo rito, stare lì a guardarle e ammettere che abbiamo qualcosa in comune: staticità.
M'interrompono.
"Guarda! Guarda cosa s'è fatta sul piede!"
Il ragazzino guarda il tatuaggio. Avrà si e no undici anni.
"Il mio è più bello del suo" continua il fratello maggiore "Il mio è grande e lungo".
Il ragazzino lo guarda, sorride, poi dice ma va a cagare va.
Suo fratello gli ha insegnato il senso della vita, gli ha fatto vedere cosa significa essere un figlio di puttana. Cresce a pane e bestemmie.
A volte li guardo e sorrido anche io, so che un infanzia non andrebbe mai sporcata.
Eppure mi chiedo se dentro questa realtà sia davvero possibile rimanere puliti.
Non ci crede nessuno.
Avere undici anni significa

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4 commenti    1 recensioni      autore: Sonia


Partite di calcio

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Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata