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Racconti brevi

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Amen

<Buongiorno Don Mario>
Un saluto con la mano di un vecchio amico accompagnato da un sorriso entrando in chiesa.
<Buongiorno> Replicò silenzioso, senza uno sguardo.
Intinse la mano bagnandosi la punta delle dita, il segno veloce ma preciso.
Mentre il cigolio della porta rimbombava si trovò un posticino in fondo, con poca luce e inginocchiandosi ripeteva le sue adorate preghiere.
<Amen> Coperto dai brusii, pronunciò alzandosi e puntuale come sempre il suono
delle campane soffocava le sue ultime parole.
<Perdono, perdono! Amen.>
Rintocchi melodici, costanti ma sempre lontani, troppo lontani.

Nella notte, silenziosamente, tra la nebbia che imbiancava ogni cosa,
due colpi veloci ma precisi... <Amen>

   9 commenti     di: Donato Delfin8


Dipinti

A volte in un dipinto si vedono tante sfaccettature della vita di ogni giorno che si sciolgono poi in un abbraccio fra due innamorati…
Prendi tra le mani il pennello dell’amore e disegna sfumature che solo i miei occhi possano vedere e accarezzare con il sospiro della gioia… prendi poi tra le mani il pennello del sogno e traccia immagini che solo il mio viso dormiente sappia cogliere ed interpretare…
Abbracciami mio tesoro, ascolta il mio respiro dolce su di te, lascia che le mie labbra ti sfiorino piano eccitando i tuoi pensieri, ascolta le carezze delle mie mani che leggere si muovono su di te scaldando il tuo dolce sentire per me…
Ti prendo per mano amore mio e ti conduco con me tra le strade di un sentiero ricco di dolcezze, di coccole e carezze… vieni con me… lasciati andare e poi con passione amare…

   3 commenti     di: sara rota


Ricontestualizzazione

Ricordi.

... Ricordi?

Adesso i ricordi sono offuscati, flebili, lievi. È tutto così…mischiato…è accaduto così velocemente che fatico a recuperare nella mente i particolari.
Ma varrà la pena ricordarti. Sarà catartico dipingerti su questi fogli. Anche perché è tutto ciò che mi rimane di te, ora che non ci sei più. Ora che chissà con quale altra stai facendo quello che facesti con me.

Ero lì in mezzo a tante a quella festa. Tutte ammassate in quello scantinato freddo, umidiccio e svogliatamente illuminato. Io, rossa ruspante e naturale, un po’ stagionata, con un vestito vecchio appiccicato addosso e con i miei fianchi larghi (mi hanno fatta così, non ho mai potuto farci nulla). Probabilmente scomparivo di fianco alle frizzanti, giovani bionde e alle slanciate more di alta classe. Per nulla appariscente, per nulla “una da notare”. Mi ripetevo sempre, forse sbagliando, che ero “una fra mille, nulla di speciale”. Forse anche poco originale.
Ma non quella sera, però. Quella sera, qualcosa successe. Qualcosa di straordinario. Qualcosa che mi fece ricredere su me stessa, che diede un mio significato al mondo.
Un uomo, sulla sessantina, che avevo già visto qualche mese prima, si avvicinò a me, mi mise una mano attorno al collo - con molta gentilezza, devo dire - e mi portò in cucina. Io lo lasciai fare, anche perché ero un po’ stanca di quel posto dall’odore stantio.
L’ambiente lì era molto diverso: soffusa luce di candele, nessuna ressa, poche persone intente a chiacchierare e spiluccare tartine e barchette.

Profumo di calore umano.

Fu lì che ti vidi. Eri appoggiato al bancone della cucina, con le braccia lungo i fianchi, isolato. Gli altri ti ignoravano, come se fossi piccolo e insignificante. Ma la cosa ti scivolava addosso. Solo dopo avrei capito che la gente si rivolgeva a te solo nel momento del bisogno, ma che in quel momento eri veramente insostituibile.

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   1 commenti     di: Andrea De Togni


Pianista nella nebbia

A volte ci lamentiamo che la realtà è poco generosa di situazioni strane o fantastiche; vorremmo vivere in prima persona qualche circostanza un po' fuori dall'ordinario, che ci distaccasse da quel " rimanere coi piedi per terra" che così troppo spesso appiattisce la nostra esistenza.
A me invece è davvero accaduto di vivere un momento... magico, in modo del tutto inaspettato. E proprio per questo ancora più memorabile.
Giorni fa sono uscita da casa e già un poco di nebbia s'era infilata nella calle. Nessuno per strada, solo il rumore dei miei passi ed il colpo secco dei miei tacchi. Qualche balcone ai piani superiori delle case si apriva, sbattendo le imposte. Vedevo solo una lama di cielo grigio aprirsi, chiusa tra i tetti, sopra la mia testa.
Verso la fine della calle, dove so aprirsi uno spiazzo con un vecchio pozzo in pietra, cominciai a distinguere delle note di pianoforte. A Venezia capita di sentire, soprattutto d'estate, qualche musicista che si esercita, a finestre aperte.
Ma ora era novembre e certamente molto umido.
" Chi può essere di mattina? Non sono nemmeno le nove e mezza " pensai.
La musica mi veniva incontro sempre più distinta, romantica e fluida.
Arrivata fuori della calle, in questa leggera nebbia sfilacciata, per cui i palazzi sembravano scenari di teatro, mi accolse una visione sognante. O almeno io credetti d'essere entrata da casa mia, diritta in un sogno.
Al centro dello spiazzo vidi la massa nera e curvilinea di un lucido pianoforte a mezzacoda e alla tastiera, curvo, un autentico pianista.
Chiuso in un cappotto, con sciarpa al collo, un giovare uomo bruno, molto concentrato, eseguiva un pezzo languido. Al momento mi sovvenne la musica di Stelvio Cipriani. Mi avvicinai, ma non troppo; non volevo disturbare il musicista, entrando in un immaginario cerchio che lo isolava dal mondo circostante. Lo vedevo far scorrere le dita sui tasti in modo esperto, ma con un tocco inin

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A tutti i miei sbagli

<Non è possibile! Non è vero!> continuavo ad urlare, a ripetere quelle parole, a piangere e mi stringevo la pancia.

Mia madre era seduta accanto a me pervasa da una strana calma. Mi vedevo strillare come se quella non fossi io, in preda alla disperazione, eppure sentivo dentro di me che c'era qualcosa di anormale, qualcosa di sbagliato. Lei ad esempio, non è una donna che si possa definire calma e pacata, in una situazione del genere avrebbe iniziato a darmi contro, a sgridarmi ed insultarmi, eppure mi stavo appoggiando a lei nonostante non avessimo un bel rapporto.

<Non so come sia potuto accadere! È impossibile ti dico!> mi alzo in piedi di scatto e anche lei fa lo stesso. Cammino avanti e indietro per il salotto, e ancora c'è qualcosa che non quadra, lo sento. Esco fuori in terrazzo, il cielo è coperto da qualche nuvolone e spero veramente che inizi a piovere, tutto questo è surreale.

<Non posso essere incinta!> grido ancora mentre torno dentro la stanza, mia madre tiene in mano un test di gravidanza, le vado incontro e lo afferro, lei non dice niente. Lo guardo, due linee rosa, è positivo. Lo lancio con rabbia verso il mobile del salotto e colpisco il televisore. "Ma non dovrebbe stare lì" penso. Mi fermo di scatto e mi guardo attorno, l'arredamento è lo stesso che avevamo dieci anni fa, prima che scoprissi cosa fosse il sesso, e molto prima di sapere cosa comportasse.

<Questo è un incubo> torno a sedermi e mia madre è lì <Alice, andrà tutto bene>.

<No che andrà bene! Sono incinta! E non so come sia potuto accadere!>

Ricomincio a piangere e poco dopo mio padre entra dalla porta. <Che succede?>
Non glielo posso dire, non posso dirgli che sono incinta! Non posso fargli questo! Lui che mi crede ancora la sua bambina, che vede in me qualcosa di speciale, non voglio dargli questo dispiacere. Incomincio a correre per la casa e lui furioso mi segue.

Apro la porta e scendo le scale di corsa, vado verso il garage ed esco fuori in

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   0 commenti     di: Romina


Il filo sottile della verità

La donna e l'uomo uscirono.
"Rinuncia Francesca, almeno una notte."
"Senti Paolo, non voglio, posso vivere solo così."
"Francesca, sono due anni che ogni notte," Paolo indugiò, abbassò lo sguardo e ascoltò i passi di Francesca allontanarsi, poi rialzò gli occhi. Francesca si girò:
"Ti capisco, Paolo."
"Io ho deciso: se non vieni a vivere da me, ti lascio."
"Allora lasciami Paolo. Hai ragione."
Francesca riprese a camminare, "dovrei forse cambiare?"
Paolo la raggiunse e la fermò afferrandole il braccio destro. Lei si girò di nuovo e disse:
"Paolo, sono stanca di sentirti dire sempre le stesse cose."
"Ma non capisci? Sono due anni che lo cerchiamo; orami se ne sono andati tutti." Paolo appoggiò la sua mano sulla spalla di Francesca e la serrò leggermente.
Lei gli rispose senza emozione: "Sono certa che non c'è nessuno che mi vuole bene più di te, Paolo. Io devo rimanere." Lo guardò in silenzio, poi aggiunse severa, "Lasciami ora."
"Volevo darti prima, questo." Paolo liberò la spalla di Francesca e infilò la mano nella tasca della giacca, estrasse una pistola e gliela porse.
"No. Non ne ho bisogno," disse Francesca, "ho sempre saputo che te la portavi appresso."
"Sarà più facile."
"Paolo, dopo tutto questo tempo tu non hai ancora capito."
"Ho capito che non posso più continuare così."
"Bene, ora capisci me."
"Stai buttando via la tua vita correndo dietro un fantasma, che ne sai Francesca? E se fosse vero che non vive più qui?"
"È l'ultima volta che ti parlo Paolo. Guarda qui."
Francesca sollevò un coltello, e la lama dritta e affilata illuminata dalla luna s'innalzò nera davanti gli occhi di Paolo. Francesca posò lo sguardo sull'acciaio, seguendone l'intera parte tagliente fino alla sua punta acuminata. Poi abbassò l'arma e gli si avvicinò quasi a baciarlo. Paolo sentì il suo respiro. "Hai paura Paolo. Io, non sono chiusa nella nebbia di un'impotente speranza di vendetta, i

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Minerbe 2012

Ritorno a Minerbe anche quest'anno. Ritorno qui, nel paese che amo di più, dove oltre 40 anni fa ho incontrato il mio primo e più grande amore.
Adesso è tutto cambiato e il paese mi piace meno. Però sono a Minerbe, cammino per le stesse strade.
Per paura del vuoto che avrei trovato, per paura della solitudine intorno a me, ho invitato due amiche che verranno qui, alla Sagra di San Lorenzo. Le ho invitate io, e adesso sono già pentito. Sto bene da solo qui, in compagnia dei ricordi. No, non è possibile sostituire il ricordo di una donna amata e scomparsa, con altre donne vive di cui mi importa poco.
Intanto mi godo questa solitudine fatta di ricordi, prima che arrivino le due amiche che mi distoglieranno i pensieri con le loro chiacchiere.
Davanti a questa villa ci siamo baciati, 40 anni fa. Su questa panchina abbiamo giurato sul nostro amore. In questo viale dei tigli ci siamo conosciuti. Davanti alla chiesa, le ho preso la mano, la prima volta...
Sono belli e dolorosi questi ricordi. Appartengono a un tempo passato e anche io appartengo a quel tempo. Quello che è accaduto dopo, non mi interessa. Quello che sta accadendo adesso è grigio e senza importanza. Mi sento straniero in questo tempo. Mi sento sradicato dal mio tempo e gettato qui, in questo presente scialbo e vuoto.
E per animare questo presente ho invitato due amiche che mi raggiungeranno qui. Mio Dio che errore! Scapperei via per evitarle. Ma non posso abbandonare il paese nell'anniversario del mio grande amore. C'è il sole, ci sono i tigli, ci sono le giostre...
E ci sono io, da solo, che cammino su queste strade, proprio come tanti anni fa.
Il cinema è chiuso, la fabbrica, il consorzio sono abbandonati. Molte ville sono chiuse e abbandonate. Molte cose sono cambiate qui.
Mi distraggo a guardare il gioco della cuccagna. Siamo Agosto 2012. Allora era Agosto 1966...
Il pomeriggio passa, il sole scende... arriva la sera... le amiche non sono venute... meglio così...
A casa i parenti

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   1 commenti     di: sergio bissoli



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Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata