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Racconti brevi

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Gente comune

Era un tranquillo pomeriggio di Aprile, uno di quelli in cui senti ancora l'odore umido di bagnato per le strade dopo giorni di pioggia. Il sole andava scomparendo all'orizzonte e le note della canzone "La cometa di Halley" echeggiavano fra le persone che camminavano tranquille per via Sparano. Il cantante, come ogni giorno da ormai anni, era seduto su una panchina proprio di fronte alla libreria Laterza. Era un uomo robusto, con le gambe e le braccia sproporzionatamente piccole rispetto alla sua corporatura robusta, osservava, osservava i passanti, in ogni minimo particolare e, con gli anni aveva imparato a conoscerli senza averci mai parlato, senza sapere chi fossero, cosa facessero o dove andassero, senza sapere niente di loro ne intuiva già il carattere. A pochi metri di distanza un gruppo di ragazzi usciva dalla libreria, mentre uno si accendeva una sigaretta gli altri parlavano di un nuovo libro appena uscito. Proprio in quel momento, fra di loro passò un uomo, alto e robusto procedeva a passo veloce lungo la strada affollata, elegante nel suo abito blu notte camminava dritto, senza guardare in faccia nessuno. Intanto dall'altra parte del marciapiede un'anziana signora in pelliccia passeggiava tranquillamente fra vetrine ed abiti costosi, con aria altezzosa cercava di non guardare la moltitudine di extra-comunitari che la attorniavano, come se si trattasse di qualcosa di poco "decente" per la città. Uno di questi sedeva su una panchina, la barba arruffata ed il viso sorridente che lasciava intravedere i denti bianchissimi che contrastavano con la sua pelle scura, gli occhi, celesti come il ghiaccio tradivano il suo animo allegro, quegli occhi che trasmettevano forza e voglia di vivere. Seduta di fianco a lui c'era una giovane ragazza, i capelli ricci che le ricadevano lungo le spalle, gli occhi scuri e profondi che osservavano il cielo rosso, due occhi belli, suadenti, caldi e spietati al tempo stesso. Lentamente si incamminò lungo quella che è la strada

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   1 commenti     di: Quello là


Birra, la genesi

C'è un punto dell'Italia dove scorrono due fiumi a distanza di una catena collinare, il Tigri e l'Eufrate... ah no scusa, il Marecchia e il Savio; il primo scorre verso Rimini e il secondo ha come direzione Cesena; nelle due valli vivono da più di vent'anni Eugenio e la Jenni, si sono incontrati una sera di dicembre in una discoteca vicino San Marino, ballando il rock n' roll una scintilla nei loro occhi li fece avvicinare fino a mettersi insieme; avevano molte cose in comune, ma per una cosa erano incompatibili: la Jenni andava pazza per la birra mentre Eugenio non ne poteva sentire neanche l'odore, lui non era astemio anzi con lo stato di ebbrezza combatteva spesso la sua timidezza, vino, vodka, tequila, rum, quando giungeva l'ora della sbronza o della "gatta" come la chiamano da quelle parti qualsiasi alcolico andava bene, ma non la birra...
Le abitazioni dei due ragazzi non erano vicinissime, una quarantina di Km di strada tortuosa li separava, così quando la sera la morsa dell'ingranaggio-vita mollava la presa, i due ragazzi si dividevano i km da percorrere incontrandosi sul valico dell'altura che delimitava le loro vallate.
Al primo appuntamento in una notte congelata, Eugenio, temendo che il suo essere introverso prendesse il sopravvento e rovinasse la serata si premunì portando seco una bottiglia di spumante col quale sciogliere l'eventuale tensione, sapeva bene che poteva incorrere nel rischio di essere scambiato per un alcolizzato, ma preferiva questo ad un eventuale serata triste, ma la Jenni era una tipa fuori dalle righe e non solo non fece una piega notando l'insolita presenza della bottiglia, ma anzi la accolse quasi come un dono e la serata fu talmente piacevole da diventare un rito propiziatorio.
I mesi trascorrevano e cambiava la luminosità e la temperatura dei loro incontri sulla collina, ma una
cosa rimaneva sempre la stessa, Eugenio prima di arrivare al luogo dell'incontro si fermava in un piccolo bar dove gli pareva

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L'onda dei pensieri

Abbracciata dal calore del vento, quel soffio leggero che fa oscillare il suo costume, lei è lì, distesa su un enorme cuscino di sassolini bianchi, grigi, neri, colorati e sfumati che ospitano il suo corpo liscio, dorato. È illuminata dai raggi del sole che oggi rende diverso questo cielo. Non sa perché, ma oggi tutto è diverso. Non ha più paura. Un alternarsi di azzurri e celesti che si riflettono nei suoi occhi. Una distesa d' acqua che sembra non finire mai, che sembra darle qualche speranza. La speranza che anche i sogni non finiscano mai. Il suo sogno iniziato pochi mesi prima, lui, lui che adesso non c’è, lui che è nel suo cuore, il loro amore, la loro storia in bilico. Ma poi l’infrangersi di un onda sulla sabbia che si porta via un nome scritto poco prima la riporta al presente. Adesso davanti a lei c’è un mare limpido, agitato come il suo cuore, colpevole di aver fatto certi pensieri. Onde che si susseguono. Il loro suono. Finalmente tranquillità. La solitudine che fa vagare la nostra mente nel mondo più incomprensibile... fatto di tutti questi pensieri... tanti.. troppi. Pensieri di un passato, di un presente e di un futuro. Pensieri che ci rattristano, che ci fanno piangere. Pensieri che fanno nascere un sorriso sulle nostre labbra. Pensieri di un’amicizia finita, o di una inaspettatamente cominciata. Pensieri di un amore. Il suo amore. Basta. Non è il momento. Non sarebbe mai il momento di dire che un sogno sta per finire. Un sogno non dovrebbe mai finire. Ma la vita non è un sogno, è una battaglia da affrontare.
Un profumo delicato, inconfondibile entra nella sua testa. Si gira. È un attimo. Ma la sua speranza non si avvera. Un uomo passa, sta abbracciando una ragazza. Sorridono. Sono felici. E tornano quei pensieri. La mente la riporta a quando anche lei passeggiava mano nella mano con la sua felicità. Quella felicità che arriva, ti fa sentire il suo sapore, che ti sembra eterna, che ti fa godere di gioia e che poi decide di

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   36 commenti     di: Ilaria Undini


La teoria del Caos in pratica - è meglio diventare amici di Moby Dick -

Secondo me il battito d'ali di una farfalla in Toscana può causare un tornado nel Texas, vale a dire minimi dettagli apparentemente insignificanti possono davvero contare molto.
Ad esempio, se ti svegli in anticipo o in ritardo, rispetto alla tua tabella di marcia, il piano della tua giornata verrà sconvolto e i ricercatori medici indicano che un cuore sano non batte con totale regolarità, ma segue un andamento a onde leggermente caotico. Chiaramente un livello di caos ondivago elevato crea un'aritmia cardiaca pericolosa, ma anche un tracciato dell'elettrocardiogramma piatto che segue traiettorie previste indica l'atrofia della pompa sanguigna.
La realtà segue la non-linearità dell'"effetto farfalla": piccoli cambiamenti possono avere conseguenze enormi e alquanto impreviste per fenomeni di lungo tragitto e non lineari come il meteo, le orbite dei pianeti, l'evoluzione degli animali e il battito cardiaco. La vita è come il calcolo degli astronomi, un errore di dieci centimetri nella stima della posizione della Terra può amplificarsi fino alla dimensione dell'orbita terrestre nel giro di cento milioni d'anni. Tendiamo a muoverci asserviti a traiettorie previste; se diventiamo seguaci e agenti del Caos, tutto cambia.
Io seguo da dieci lustri quest'unica regola: ogni giorno spiazzarmi, stupirmi e fare di tutto per uscire dalle traiettorie previste. Se sono più di dieci giorni che seguo la stessa parabola so che c'è qualcosa che non va. Non è difficile diventare non-lineari, basta imparare dagli animali.
I gatti, i miei maestri assoluti, seguono sempre i soliti quattro, cinque istinti (pappa, nanna, sesso, pulizia, caccia), ma in migliaia di modi diversi. La loro vita risulta in questo modo più semplice, meno stressante, e nello stesso tempo piena di gratificazioni e avvenimenti complessi e sorprendenti. Chessò, decido di essere gentile o di raparmi a zero, scelgo di smettere di essere servile e pacchiano, mi propongo d'interessarmi alla ventiquattromil

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   2 commenti     di: Mauro Moscone


Il dì dopo la festa

c'era puzza lì dentro. la lampadina accesa illuminava appena la finestra che dava su un terrapieno vecchio di millenni. liquidi. succhi organici. il gusto dozzinale della pappetta di vagina stabile nella mia bocca. sputai. dove mi trovavo? accanto a me, nel letto, un affare gommoso, un pupazzone, che mi fissava col suo sorrisino da pupazzo. 'Dinkey Donkey' pensai. ma non capivo cosa ci facesse lì il giocattolo della figlia di Mara. m'alzai e ispezionai la stanza. poi uscì fuori nelle altre stanze. 2 3 4 5. non finivano mai. e c'era anche il piano di sopra. a terra corpi sfatti di gente semi-nuda, uomini e donne, giovani, meno giovani, abbracciati l'uno all'altro, vicini alle bottiglie svuotate, dormienti, morti, devastati. c'era un uomo in mutande e maglietta che fumava una sigaretta alla finestra. " siamo a Messina?" gli chiesi. "no. è Raccuia questa. siamo a casa di Biagio". 'Biagio?' pensai. dalla scala in legno che dal pianterreno portava in mansarda si sentì uno scricchiolio di passi. era Mara. "cazzo ferdinando, Dinkey Donkey s'è perso. come glielo dico a Alice? non ne fanno più pupazzi in quel modo. come glielo dico?" "ma chi cazzo è Biagio?" dissi io. poi scese Mario il nano, l'artista. "celinio, figa a carovane iersera. c' è una tipa tutta boccoli biondi con due bombe che non ti dico..." "ma non c'è un cazzo da bere in questa reggia?" sbottai. prendemmo le birre da un piccolo frigo, erano le 4 e 40 della notte, Mario era eccitato, guizzava in quell'abitino di stoffa, si strofinava a Mara "oh oh, piccola Mara! oh oh, piccola Mara!" cantava. Io c'avevo un mal di testa universale. i postumi di una sbornia lunga e logorante si vedevano nell'instabilità che avevo nel camminare. con la testa stabilivo di andare dritto ma poi, per motivi di cortocircuiti causati dall'alterazione, battevo sempre sulla sinistra, ero lì lì per cadere, non mi reggevo, insomma. afferrai violentemente Mara dalla mano e le dissi "ora mi dici dove cazzo siamo e chi è sto B

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   1 commenti     di: Ferdinando


Follia di pensieri

Se solo voi capiste quello che attraversa la mia mente, mi lascereste libera di essere e non mi terreste chiusa in questa stanza, priva di porte e di finestre.
Mille pensieri arrivano tutti insieme, non un attimo di pace, tutti incatenati, uniti, che si portano appresso altrettante immagini di mondo, di persone, del tutto, presente e conosciuto.
Una parole me ne porta altre cento. Non resta neppure un attimo di silenzio, la mia testa è in continuo mutamento, come alla ricerca dell'imperativo essere.
Non riesco a guardare un oggetto senza cercare di scrutare in esso. Penso a chi lo ha fabbricato, all'uso a cui è stato destinato, a chi poco prima magari lo può avere toccato, a come potrebbe essermi utile o come invece se ne potrebbe benissimo fare a meno.
Non posso incrociare gli sguardi della gente senza chiedermi chi esse siano, cosa stiano pensando, dove siano dirette, cosa le renda felici e cosa invece le faccia piangere. Per ogni volto, altrettanti mutevoli pensieri, un continuo scorrere di vite immaginate, tanto da arrivare a seguire con lo sguardo, quelle ombre fino a che la vista me lo possa permettere.
Non posso stare ferma con la mente e voi questo non solo non lo capite, ma neppure minimamente potete immaginarlo.
Come un continuo scorrere di fotogrammi, dove mai vi è pace, ma sempre e solo suoni, voci, rumori, immagini. Un continuo navigare verso mondi che io non conosco e che invece tanto vorrei esplorare.
Perché non capite che tenendomi nascosta mi state facendo del male? Mi dite che è per il mio bene, che devo riposare, dormire e cercare di smetterla di pensare.
Vi prego lasciatemi andare, io ho bisogno di sapere, di vedere, di toccare, qui in questa stanza dove tutto è bianco e privo di colore, dove neppure una finestra mi fa vedere il cielo, sto per morire.
Ciò che voi chiamate cura, per me è malattia.
Sbatto la testa priva di stimoli, colpisco il mio corpo incapace di movimento.
Vi prego non fatelo ancora, non voglio la

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   5 commenti     di: stella luce


Per non dimenticare un amico

In genere ci vedevamo un paio di volte la settimana. Non perché lo avessimo mai deciso, ma solo per consuetudine, perché in qualche maniera ci eravamo resi conto che andava bene in quel modo, o meglio: perché non ci saremmo mai sopportati a vicenda frequentandoci più assiduamente, e sapevamo che vederci più spesso non avrebbe avuto assolutamente alcun senso. Lo passavo a prendere in macchina, lui saliva su con un'espressione ogni volta diversa, mi guardava, io riaccendevo il motore senza avere minimamente un'idea verso dove dirigermi.
Si parlava immediatamente di qualcosa, spesso le cose più strampalate, a volte anche aggiornamenti importanti su ciò che ci poteva essere accaduto, ma il più delle volte erano le nostre differenti opinioni che mostravano l'elemento più importante da discutere subito. Si parlava di tutto, entrando in maniera anche pignola nei dettagli, ma in genere si saltava da un argomento ad un altro con una grande disinvoltura.
Certe volte si andava in giro, spesso lasciando la macchina in qualche parcheggio, e si proseguiva a piedi diretti verso qualcosa, mai una meta precisa, solo qualcosa da raggiungere o da vedere che era più un frutto della nostra fantasia che un luogo reale. L'elemento importante era andare, avere la coscienza precisa che qualcosa era in atto, ci stava trascinando verso una direzione precisa, per niente al mondo ci avremmo mai rinunciato, anche se era solo vedere uno scorcio di città oppure un tramonto.
Lui diceva: siamo due fessi, ci stiamo perdendo la cosa più importante degli ultimi tempi, ed io allungavo il passo, oppure dicevo che non c'era niente di bello dietro la sua idea disancorata da tutto. Piuttosto raggiungiamo quella collina, tiravo fuori con convinzione, da lì si domina tutto. In fondo non c'era niente di particolare di cui rendersi conto o da scoprire proprio quel giorno, ma il fatto di averlo deciso tra noi ne mostrava tutta l'enorme importanza.
La maggior parte delle volte ci racconta

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   0 commenti     di: bruno magnolfi



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Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata