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Racconti brevi

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Cambiamento di personalità

– Giorno.
– Buongiorno, desidera.
– Veramente non lo so se è vero, ho letto …
– Ho capito ha letto quell’articolo sul giornale e si chiedeva se era vero oppure no, si è vero in un mese la nostra agenzia potrà liberarvi della vostra timidezza.
– Si, io non so …
– Non si preoccupi le garantisco che dopo sarà un’altra persona si sentirà più sicuro di se. Avrà più successo nel lavoro e con il gentil sesso non so se mi spiego – socchiuse un occhio e sorrise – poi per il pagamento non si preoccupi ci pagherà solo se sarà soddisfatto dei risultati ottenuti.
Allora questo è il contratto lo legga attentamente e se per lei va bene riempia il modulo – aprì un cassetto e prese il modulo – con i suoi dati anagrafici e poi metta la sua firma. Va bene, si accomodi di là troverà una stanza dove potrà leggere il contratto con tutta tranquillità, poi se accetta le condizioni riempia il modulo. Vedrà quando inizierà il corso di rieducazione si sentirà sempre meglio fino a diventare una persona totalmente diversa da com’è ora – sorrise – prego si accomodi di là.
– Va bene, la ringrazio, allora devo andare di là? …
– Si, la prima porta sulla sinistra.
Aprii la porta ed entrai, la stanza era molto semplice a parte una scrivania ed una sedia non vi era nient’altro. Le pareti erano di un colore verde tenue, il pavimento era ricoperto con un tappeto pieno di arabeschi sempre di colore verde. Mi avvicinai alla scrivania spostai la sedia e mi sedetti.
Strano mi sento davvero a mio agio in questa stanza. Appoggiai i fogli sul ripiano della scrivania. Misi il modulo sulla mia sinistra e davanti a me il contratto e iniziai a leggerlo. Non trovai niente di strano nel contratto era più o meno le cose che mi aveva detto l’impiegato in più c’era scritto che mi chiedevano di fare delle cose un po’ insolite.
E che grazie ad esse secondo un metodo studiato in … mi avrebbero cambiato e migliorato la vita. Dovevo solo se

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Davanti a Porto Azzurro... racconto in dodici righe

Una piccola barca scivola sull'acqua, proprio come una goccia d'olio solca le venature di un ciuffetto d'insalata. Nuvole scure ma allegre corrono verso l'isola di Montecristo, forse per un appuntamento. Ci sarà un temporale, laggiù.
Un gabbiano fa evoluzioni nel cielo terso, e le sue grida interrompono il rumore argentino della piccola imbarcazione, un suono ripetitivo che ricorda il ticchettio di un gigantesco orologio.
Sulla barca a vela ormeggiata in rada un bimbo gioca col suo cane. Al levar del sole il vento di grecale inizia e stropicciare il mare e le piccole onde si rincorrono, come in un gioco di luci d'acqua salata e perle trasparenti. Il vecchio pescatore seduto sulle reti ammassate in banchina dà la misura del tempo che passa e ci ricorda la caducità terrena della bellezza. La sirena del traghetto lancia il suo avvertimento agli abitanti del mare. L'uomo sulla piccola barca si volta, per un attimo, alzando il braccio in alto, come per un saluto.
Lo spirito del giorno soffoca pian piano quello della notte, ormai passata.



A casa tua

È da tanto che volevo venire a casa tua, ma tu mi hai sempre detto che a casa tua non fai salire nessun uomo.
Ieri, finalmente, mi hai fatto felice.
Ci siamo visti in un bar, a due passi da casa tua. Abbiamo parlato del più e del meno, sorseggiando una granita. Tu hai notato il mio desiderio nel mio sguardo. Il tavolino ha nascosto alla tua vista ben altri effetti, più animaleschi, che lo starti vicino aveva su di me. Con la promessa di trattenermi solo dieci minuti, sono riuscito a convincerti a farmi salire da te. Mi hai fatto vedere la tua casa, ma io guardavo solo te. Ti divoravo con gli occhi. Mi sono avvicinato a te e ti ho sfiorato il viso con una carezza, leggera, timida. Tu non hai reagito. Ti ho dato un bacio sui capelli. Poi ho cercato il tuo collo e l’ho ricoperto di tanti baci, leggeri, veloci, quasi come se tu dormissi e avessi paura di svegliarti. Finalmente ti ho sentita eccitata. I miei baci sono diventati più arditi. Ho cercato la tua bocca. Le mie labbra hanno incontrato le tue e la mia lingua si è avvinghiata alla tua. Le mie mani si sono insinuate sotto i tuoi vestiti ed hanno percorso, freneticamente, ogni millimetro della tua pelle. Le mie dita curiose, sono arrivate al tuo sesso e l’hanno trovato aperto e rorido, come un fiore al primo sole. Ti sei adagiata sul letto e mi hai invitato a raggiungerti. Ho finito di spogliarti e mi sono tuffato tra le tue cosce. Ho letteralmente divorato il tuo succoso frutto che nascondi tra le gambe! Hai avuto il tuo primo orgasmo, in pochi minuti. Poi, mentre ancora tremavi per il piacere appena provato, ti ho fatta mia. Con le tue gambe sulle mie spalle, sono entrato completamente in te. Sentirti dentro è stato bellissimo. Eri calda, avvolgente, incredibilmente bagnata. Ho voluto gustarti a lungo. Sono rimasto dentro di te anche dopo il tuo secondo orgasmo, godendo delle contrazioni del tuo sesso sul mio. Poi ti ho riempita. Sono venuto dentro di te, mentre tu mi stringevi tra le gambe, quasi

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3 commenti    0 recensioni      autore: Dannunziano _


Fuga immobile

- Perché piangi, caro ragazzo?
- Vorrei essere un albero. Sarei forte e avrei il cuore di una quercia.
- Ma il vento ti sradicherebbe.
- Allora vorrei essere una pietra. Nulla potrebbe scalfirmi.
- L'acqua ti corroderebbe.
- Vorrei essere niente.
- A volte, il niente è più ingombrante del tutto.

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9 commenti    6 recensioni      autore: Alessandro


Stanza 617, quegli uomini

Durava da un paio di giorni: una pala meccanica mordeva e sbriciolava un marciapiede e il rumore della scavatrice irrompeva assordante nella stanza; David non ne poteva più; ottuse, disciplinate, inutili frenetiche vite. Era un inferno. Non udiva più il muggito delle mandrie, gli uccelli, gli animali selvatici. Sono fuggiti, scomparsi. Spostò con fatica una mano, afferrò il pulsante sopra il lenzuolo e pigiò sul bottone rosso per sempre.



Il miracolo nascosto

La signora Beatrice era seduta nella stanza numero dodici al quinto piano dell'ala malattie infettive, nel cuore della città, torturandosi le mani nell'attesa che il dottor Berni le comparisse davanti. Era il quinto appuntamento in tre mesi. Erano tre mesi, ormai, che lo sapeva.
-Signora, buongiorno,- disse il dottore facendo il suo ingresso nella stanza. Girò attorno alla scrivania allungandosi per stringerle la mano, dopodiché si accomodò al suo posto.
-Come va? Mi faccia dare un'occhiata, un momento,- disse, e prese a scartabellare una serie di fogli che aveva portato con sé nella stanza.
-Diciamo che non mi sento particolarmente meglio,-disse tanto per stemperare la tensione che in quella patetica circostanza le si accumulava dentro come un mare in tempesta. Patetica perché per la signora Beatrice -che aveva da poco compiuto i cinquant'anni e cresciuto già tre figli ormai grandi- non c'era niente di più patetico che sentirsi piccola e impotente sotto gli occhi severi di un medico che a occhio e croce sembrava a stento raggiungere la sua stessa età. Non c'era niente di più patetico, pensava Beatrice, di doversene stare inermi alla mercé della scienza e della medicina, di fronte a qualcuno che sapeva quanto tu fossi ignorante in materia, quanti anni di studio separavano chi stava seduto da una parte della scrivania e chi dall'altra. Sapeva, o meglio sentiva, che per qualunque medico del mondo -compreso il dottor Berni- lei e tutte le persone nelle sue stesse condizioni o anche peggio, venivano guardate attraverso la lente dell'ignoranza, con quel filtro speciale con cui un laureato in medicina potrebbe guardare qualcuno sapendo che il massimo dell'esperienza in campo medico di quest'ultimo fossero acqua ossigenata, ovatta e cerotti.
-Le ultime analisi non hanno rivelato nulla di particolare,- disse il dottor Berni. -Nulla in più di quello che avevano già rilevato le analisi precedenti, intendo-. Girò un foglio e la guardò. Nel suo sorriso empa

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3 commenti    0 recensioni      autore: F. G.


La medicina

L'albergo "Albero verde" era in realtà una piccola locanda di poche stanze. Kevin vi soggiornava da quasi una settimana e aveva fatto in tempo a dimenticare qualsiasi cosa, perchè si trovava lì, come vi era arrivato, quando sarebbe dovuto andare via. Sapeva solamente di non avere documenti, di essere l'unico ospite e che lì stava d'incanto, nella quiete più assoluta.
Il locandiere non si era mai fatto vedere. Lo aveva sempre udito in lontananza mentre lo avvisava che il pasto era pronto in tavola. Colazione alle otto, pranzo a mezzogiorno, cena alle sei. Televisione fino alle undici per regolamento e poi a letto nella piccola e ordinata camera con servizi.
Una mattina fredda e piovosa si mise ad osservarsi allo specchio della sua camera. Si reputava un bell'uomo, nonostante i capelli quasi completamente bianchi e la barba ispida e incolta. Si chiamava Kevin, e non ne era nemmeno troppo sicuro.
Dopo dieci minuti buoni di contemplazione allo specchio, si infilò un pesante maglione blu scuro, jeans neri puliti e le inseparabili scarpe da ginnastica bianche e usurate.
Uscì dalla stanza e scese la rampa di scale per la colazione. Quando fece il primo gradino potè sentire distintamente il solito richiamo:
<<La colazione è servita!>>
Una tazza di tè caldo con limone, biscotti secchi, biscotti al cioccolato, brioches ripiene di marmellata. Il tutto in una grande sala vuota. Kevin non poteva desiderare di meglio. Si sedette e cominciò a sfamarsi.
Quando terminò il pasto allontanò da sè piattini e tazze, come era solito fare, per poi rimanere lì seduto senza fare nulla.
Con grande sorpresa trovò sotto la tazza da tè una piccola busta con stampato sul dorso il suo nome, "Kevin" e quello che pensò fosse il suo cognome "Kolten". Aprì con forza la busta, le mani tremanti gli crearono non poco impaccio. Estrasse la piccola cartolina contenuta nella busta e la tenne all'altezza del viso con le mani ormai sudate. Il tè bevuto, il maglione, l'

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Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata