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Racconti brevi

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La culla

Sono in una grande stanza. Dalla posizione in cui mi trovo e nella penombra che tutto avvolge non riesco a percepire che macchie indistinte. I miei movimenti sono ridotti al minimo, posso girare solo la testa da un lato e dall'altro.
Allungo le mani fino a toccare una specie di parete molle, elastica che le mie dita possono attraversare con facilità. Sono sdraiata sulla schiena, ho gli occhi aperti e sono sola, ma non ho paura. Mi guardo ancora attorno e la penombra sembra dissolversi sempre più, mi sto abituando all'oscurità e giro lo sguardo con rinnovata curiosità. Non avverto alcun rumore, sono come sospesa in una bolla, senza suoni né luci né colori.
Mi piace questa sensazione di pace e di beatitudine.
Improvvisamente mi accorgo di non essere più sola. Giro la testa di lato e vedo una piccola figura che silenziosamente a quattro zampe muove nella mia direzione. È incerto se fermarsi o proseguire nel suo cammino, poi mi guarda e resta immobile, accanto alla mia culla. Ne afferra con le mani i bordi e si tira su per osservarmi meglio. Io allungo la mano per toccarlo, per dargli il benvenuto... Le mie dita sono libere di esplorare e sono ora sul suo viso, a portata della sua bocca.
Sento uno strappo lacerante, come se di colpo avessero spento tutte le luci del mondo. Uno strillo acuto erompe dalla mia gola infrangendo il silenzio regnante, ma non riesco a capire cosa sia successo né so che nome dare a questa sensazione così lancinante che provo per la prima volta nella mia vita.
La luce irrompe nella stanza e ferisce gli occhi come una lama affilata mentre una figura più grande si china su di me e dolcemente mi solleva tra le sue braccia...



Un caldo pomeriggio d'autunno

"Neanche oggi la vedrò, ne sono certo ormai" disse uno dei marinai all'altro. "Sono giorni che non si fa vedere. Non faccio che scrutare l'orizzonte, ma di lei neanche l'ombra. Aspetto da un momento all'altro di sentire il tacchettio dei suoi passi, quel ritmo cadenzato della sua andatura fluida, della sua falcata elegante. Perché non viene, eh? Me lo dici?".
Il secondo marinaio lo guardò. I suoi occhi esprimevano pena per quel cuore infranto, solidarietà per il tormento provato dal suo amico fraterno. Si voltò nuovamente a osservare il mare.
"Forse non verrà più" si decise ad affermare. L'altro, smarrito e incredulo, lo aggredì:
"Cosa stai dicendo? Perché non dovrebbe venire più?" chiese con la voce rotta dal pianto.
"Lo sai perché. Ha finito di studiare, stava cercando lavoro. Sicuramente sarà già andata via. Cosa avrebbe dovuto fare? Rimanere qui a sperare in un miracolo? Lo senti cosa dicono tutti, no? Qui non c'è lavoro".
"Non è possibile. Lei ama la sua città, non lo farebbe mai" asserì il primo, cercando di apparire più sicuro di quanto non fosse. Il dubbio che il suo amico avesse ragione però, lo assalì fortemente. Negli ultimi tempi aveva osservato a lungo la ragazza; l'aveva sentita parlare con i suoi amici, chiedendo loro consiglio su cosa fare. L'aveva vista disperarsi perché l'ultima cosa che voleva era lasciare la sua famiglia e la sua splendida città. Lei stava bene a Taranto, lo aveva sempre detto. "Se andiamo tutti via, qui chi rimane?" affermava continuamente. Anche quando gli altri, i suoi amici, le dicevano che qui non ci sarebbe stato futuro. Lei, imperterrita, continuava a far valere le sue ragioni. "È statisticamente provato che al Sud c'è un numero di laureati superiore rispetto alle altre aree del Paese. E una volta finita l'università, sapete cosa fanno tutti questi laureati? Vanno via, vanno ad arricchire il Nord. E il meridione rimane vuoto, senza giovani pronti a investire il proprio futuro nella città na

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   2 commenti     di: Roberta Criscio


Vitam exhalare

Uno vive, cioè: vive e basta, con una gamba, senza le gambe, monco perfetto dal cuore in su, dal cervello in giù, la vita continua, intrappolata per un po' dentro un corpo, follia prodigiosa che nessuno sa come fermare, e tu ti guardi attorno e aspetti, ideando una vincita al tavolo da gioco, ignorando i colpi ripetuti e staccati della campana, tu sul tappeto e ko, dentro gli stretti battiti del tuo cuore tiri avanti a sognare di poter strappare dall'arbusto morto del tuo giardino una vita migliore. Allora hai cominciato a ridere e lei, (lei la vita, se no, cos'altro?) ha riso, e se non è stata la vita è stata la morte, e se non è stata la morte è stata la luce del sole che penetrava attraverso un buco nel muro, mentre il pianto è stato il tuo primo grido e, come tutti, sei stato fasciato e circondato di cure, e nessun re ha cominciato a vivere in altro modo. Con questo, te ne vai, hai da fare non sapendo cosa fare, e ti affretti giù giù verso la morte, che Dio si tolga dai coglioni, e scorgi solo una faccia attraverso una finestra, forse un vecchio uomo, senz'altro una vecchia donna, più piccoli di Dio, di certo molto di meno, abbastanza da sapere che per tutti c'è solo una maniera di entrare nella vita e di lasciarla. All'esterno e all'interno le sei fuori e dentro, la vita è indivisa da spiegazione e, succede; di pietra o sabbia o seta, o lo sfiatatoio per il fumo rapido del fuoco rosso e perfetto in una fornace, la troverai in ogni tempo seduta alla porta di casa.



Come il Gabbardo. Genesi di un serial killer

Un uomo, dotato di bei lineamenti nonostante la mole ciclopica, attraversa di gran carriera le vie di Savona, camminando con passo pesante. Da ore segue i medesimi itinerari, senza mai alzare gli occhi da terra, in preda a una rabbia sorda. È talmente in crisi da non accorgersi neppure se qualcuno lo saluta, ma non ha una ragione precisa per spiegare la propria furia impotente: si sente solo genericamente insoddisfatto di sé e del mondo.
Da tempo egli vede la propria esistenza sprecata e le sue capacità disconosciute, ma non sa come porvi rimedio. Sente d'odiare l'intera umanità in modo così profondo da star male, ma ignora come incanalare quell'intenso sentimento negativo e si sente pericolosamente vicino a una catastrofica esplosione.
Frattanto transita per l'ennesima volta lungo gli stretti car(r)uggi del nucleo storico, serpeggianti tra i resti delle antiche case torri medioevali. Attraversa quindi le rettilinee strade del centro ottocentesco e gli eleganti portici di Via Paleocapa e di Piazza Mameli, principali arterie cittadine, e procede ancora avanti, imperterrito.
Infine sbatte contro un tizio, talmente distatto da non prestare quasi attenzione all'incidente che pure gli sta facendo perdere l'equilibrio, e si riscuote, sollevando per la prima volta lo sguardo dal marciapiede. L'estraneo, forse quarantenne come lui, occhialuto, assai più basso e snello ma coi capelli altrettanto lunghi, pare incantato da qualcosa all'altro estremo dello spazio aperto da cui il gigante è sbucato. Si volge allora nella direzione verso cui guarda, avvedendosi di trovarsi nella maggiormente moderna Piazza Saffi, uno degli angoli più trafficati della città.
Dapprima non nota nulla di speciale: davanti all'eburneo corpo, massiccio e turrito, della prefettura d'epoca fascista, c'è il medesimo passeggio che si vede dalla sua stessa parte. Poi però s'accorge d'un confuso sbatter d'ali dentro l'enorme rotatoria, sulla superficie erbosa fitta dei palmizi che rendono p

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   6 commenti     di: Massimo Bianco


Diario 28/04/2016 parte 2

La mia America è nient'altro che un sottile desiderio di fuga.
Fuga dal viaggio, da quest'inestimabile, miracoloso, ossessivo, asfissiante, morboso girarsi addosso. Fuga. Fuga! Andare via, lontano, assentarsi, estraniarsi, rendersi invisibili, dimenticati, sordi, muti, ciechi, come già morti. Il viaggio. La vita. Tutto un palpitare di emozioni cagionevoli. Questo strano percorso che non abbiamo scelto. Il viaggio. Viaggiare. Dalla mattina alla sera. Dall'inizio dei nostri giorni. Un cervello che non si è mai fermato. Mai. Un cervello. Un cuore. Un corpo fatto di carne e sotto la carne uno scheletro. Polvere che tornerà polvere. Un giro insensato attraverso le contraddizioni della vita. Che giostra! Che giostra! Il viaggio. Questa vita che non ci soddisfa mai. Sempre alla ricerca di qualcosa di diverso. Bisogni. Bisogni. Bisogni. Bisogni. È tutto qua: soddisfare i bisogni. Eccola l'infelicità.
Non è successo ancora niente e niente anche oggi succederà. Il sole è pallido, velato da qualche nuvola che qua e là si sovrappone ostruendone la visibilità. Questa prigione è troppo stretta. Il mondo è troppo stretto. Abbiamo perso Dio e con Dio se n'è andata via anche l'ultima speranza di colmare quel vuoto. Quel vuoto è il nostro demone primario. Un vuoto, una storia destinata a non finire, nasceranno altri miliardi di esseri e anche loro lo sentiranno, come tutti i miliardi che già sono passati. Un vuoto. La vita. Che giostra!

   0 commenti     di: Ferdinando


Millenovecentocinquantaquattro

Si polverizzò attraverso l'occhio di vetro, attratta irresistibilmente da un gioco
di specchi e prismi.
Fu una tentazione troppo forte, troppo dolce per potervi resistere
Quella folle corsa alla velocità della luce la condusse attraverso l'occhio di vetro lungo invisibili canali fortemente angolati.
L'unica luce visibile all'interno del marchingegno era la propria pulsante vitalità.
L'ambiente circostante annerito e ostile le procurò un brivido irrefrenabile che divenne certezza al suono che si produsse alle sue spalle, secco, metallico inesorabile.
All'improvviso un muro, diverso da quelli che ricordava, assolutamente liscio e piatto, teso come una corda di violino.
Poi l'impatto, violentissimo, contro miliardi di piccoli aggregati corpuscolari che reagivano al contatto con il suo corpo, sottraendogli preziosa energia, annullandone ogni volontà.
Si aggrappò agli ultimi ricordi, tentò fughe repentine quanto inutili tra gli aggregati della superficie.
Poi la fine, sulla superficie del muro ormai parte di esso, giaceva il simulacro di se stessa.
Ora è lì come tante altre, nel cimitero dei ricordi, una data e un nome curioso
1954 diaframma 8 tempo 1/125.

   1 commenti     di: Marco Uberti


Antica-mente 26

La vita di Quinto e Giulia era sempre più intrecciata a quella di Gaia e la fiducia reciproca rendeva più facile la realizzazione di quei sogni in cui i suoi due amici erano volutamente coinvolti. L'esperienza di Quinto e la praticità di Giulia l'aiutarono nel portare alla luce quell'antica casa, prevedendo l'ingresso in essa di bimbi soli o abbandonati. Le stanze furono ridipinte con vivaci colori e arredate con mobili pratici e colorati, nel parco fu attrezzata un'area per i giochi, un piccolo orto fu allestito e non mancò la presenza di piccoli animali da cortile. Gaia aveva portato a termine gli studi e si apprestava ad entrare con ogni merito nella chiesa di cui faceva parte con il titolo di "pastore di anime" ma la sua vita ritornava nell'antica casa che l'aveva vista bimba felice ma con un grande dolore. Quel dolore da cui, i piccoli ospiti a lei affidati, cercava di sollevare. Quinto, Giulia e altri collaboratori l'aiutavano in questa sua nuova vita che si concretizzava. Il male oscuro che l'aveva indebolita lentamente allontanava il suo artiglio da quella giovane vita e... l'amore? In un momento di intimità Quinto e Giulia le porsero una domanda, una sola parola: Joussef? E Gaia rispose:-Il suo amore mi ha aiutata a crescere, Joussef è nel mio cuore per sempre... L'amore l'ho riscoperto in quel mio desiderio di bambina, quando il mio sguardo si posava sul parroco della chiesa frequentata dai nonni e dalla mamma. Avrei voluto essere lì , al suo posto e ci sono riuscita, anche se per altre vie. Ma l'Amore ha strade diverse per raggiungere ciascuno di noi. Il desiderio di aiutare bimbi in difficoltà è rimasto in me... quante volte ho accompagnato la mia mamma che portava ciò che avevamo in più, così diceva lei, ai bimbi bisognosi... la necessità di ciò che è necessario alla sopravvivenza lo capiamo quando lo constatiamo di persona... e quanti bimbi ci sono in stato di bisogno! In loro e nella fede ho trovato la forza per sopravv

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   4 commenti     di: soffice neve



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Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata