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Racconti brevi

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Ti voglio bene mio migliore amico

Se dico che ho un migliore amico ci crederebbero tutti, ma io aggiungo che è un cane. E questo per la gente pare un po' strano. Un cane non può parlare con l'uomo, un cane è diverso, un cane sta fuori dalla casa, un cane dorme nella brandina, un cane puzza...
No, io non credo che sia così; il cane è fedele, il cane è buono, il cane è sincero, il cane si fa sottomettere, il cane vuole l'uomo, il cane rimane fuori da casa anche con la neve, trema davanti alla porta pur di vedere il padrone, lo aiuta nelle difficoltà, lo salva...
Il cane è migliore dell'uomo. Dove si può trovare un uomo con tutti questi pregi? Nessuno è perfetto, ma il cane si.
Il cane può rompere vasi, sfasciare una casa intera e l'uomo si arrabbia, lo picchia. Se tu rompi ad un cane la sua cuccia, per lui è lo stesso, lui dorme comunque davanti alla tua porta.
Allora se il cane ci spaccasse la casa dovremmo dormire davanti alla sua cuccia? Se facessimo questo il cane ci cederebbe il suo posto o dormirebbe accanto a lui fuori. Dentro il cane c'è qualcosa, un cuore che è sempre più dolce del nostro. Spesso si sente solo, lontano da tutti quando ci vorrebbe vicino a lui.
Non sono una psicologa per cani, ma li capisco. Li capisco perché vedo i loro occhi e le loro emozioni mi dicono tutto.
I cani sono speciali, dallo sguardo sanno capire come è una persona, se è buona o cattiva e loro rispondono a modo loro, una leccatina e scappano come se avessero paura.
I cani sanno apprezzare le cose semplici, non hanno bisogno di un'automobile lussuosa o di una casa gigante, a loro basta solo un sudicio osso. Sono di gusti semplici, sono semplicemente migliori di noi, anche se noi pensiamo il contrario.
Solo perché non parlano?
Se sei un barbone i cani ti stanno al fianco, ti leccano, ti puliscono e ti stanno vicino e anche se non hai niente da dargli ti vogliono bene lo stesso. E noi davanti ad un barbone faremmo la stessa cosa, ci sederemmo lo stesso vicino a lui, lo laveremmo, gli v

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È cosi



Antica-mente 17

Gaia capiva che il loro amore poteva anche resistere per anni alla lontananza ma ora che lo aveva conosciuto e provato non accettava più quella che inizialmente era stata la loro decisione. Aveva bisogno di lui accanto e, se questo non era possibile, preferiva rinunciare del tutto a lui. L'attesa e l'abbandono nell'attesa, erano peggiori della solitudine! I giorni scorrevano come nuvole sulla pelle e Gaia sentiva fisicamente il dolore per la lontananza da Joussef che si era imposta. Decise di riacquistare il desiderio e l'amore per il lavoro ma il ritorno nello studio non fu piacevole! Non più profumo di fiori, telefonate d'amore ed anche i suoi nuovi abiti erano opachi come nebbia d'autunno. Sentiva la sua mente girare vorticosamente in cerca di lui e altrettanto precipitosamente lasciò che Michele, suo vecchio amico e collaboratore, la invitasse una sera a cena. Non aveva più difese Gaia:le parole tenere che più volte Michele le aveva sussurrato ma che mai aveva ascoltato, scendevano ora come unguento sulle sue ferite, su quella fuga e sul suo pensiero. Michele è qui, vicino a me, lo vedo, lo sento, mi parla, mi cerca... è qui. Non importò a gaia che quella sera a letto con lui non provasse amore, nè passione nè sentimento alcuno. Michele sapeva che Gaia non lo amava ma per anni l'aveva desiderata e mai gli aveva detto sì. Aveva temuto di perderla quando era giunto Joussef ma ora era lì con lui e Michele non se la lasciò sfuggire. _Sono qui per te, le disse, ti sono vicino, cercami, chiamami e mi avrai sempre-Gaia, piangeva, non lo vedeva ma tra le lacrime invocò la sua presenza lì per sempre. Michele riempiv una millesima parte di lei ma non era tutto. Non lo invitò mai nella sua casa nè in quel piccolo appartamentino sotto le stelle dove era stata di Joussef.

   13 commenti     di: soffice neve


Perché

Perché l' uomo che non sa piangere ispira timore?
Perché la solitudine morde qualche volta dal profondo del cuore, e quando non sai dove vai guardi indietro e poi continui il tuo cammino?
Perché solo il silenzio e grande e tutto il resto e solo debolezza?
Perché la saggezza vuol dire imparare a non soffrire?
Perché si ride quando si nasce e si piange quando si muore?
Perché l' amore senza motivo ha vita lunga?
Perché tutto ciò rappresenta noi stessi, la vita, l' essenza fatta dai profumi, colori e i sapori di ognuno di noi, lasciando le tracce del passato, il tempo, le parole dette e non dette, i sogni, l' amore il destino che trova un altra anima innocente, pura e sincera cosi è l' infinito. La vita è l' infinito.



Breve storia di Simone e del suo dio

Come quando si aspetta qualcosa che non si sa quando arriverà, se nel giro di un minuto o tra decine di anni, Simone guardava fuori dalla finestra. Non aspettava nulla, in realtà. Guardava. Osservava. Studiava.
Sapeva vivere solo così, Simone, guardando la vita.
In piedi su uno sgabello -perché la finestra era troppo alta per lui- Simone guardava la vita, immaginava, sognava, viaggiava.
Era come nelle favole: poteva scegliere chi essere, ogni giorno una vita diversa, un personaggio diverso. Anzi, era anche meglio delle favole. Quelle che gli raccontava mamma Nellie duravano sempre troppo poco, e non lo facevano sognare. Non danzavano, non sorridevano. Anche mamma Nellie, a dire la verità, sorrideva molto poco. Anche papà Vin.
In compenso, urlavano sempre. Urlavano con lui, urlavano tra loro, sempre. Urlavano molto più di quanto non sorridessero.
Simone non capiva perché. Una vita in cui si urla, come può essere felice? Simone pensava che ci fossero delle cose che andavano dette piano, sussurrate, lasciate cadere come cade la prima neve dell’anno, discreta, gentile. Ma i suoi genitori non le avrebbero mai dette.
In fondo, a Simone non importava molto se i suoi non capivano. Un po’, sì, gli dispiaceva. Perché poi, diciamolo, i grandi sono così bravi ed esperti e sicuri nelle cose loro, da grandi appunto, che i bambini non capiscono, e si smarriscono invece in quelle più semplici. Non sanno cosa fare, non riescono a decidersi, e quando si decidono, alla fine, sbagliano. Forse non erano proprio tutti così, ma questo Simone non poteva saperlo. Certo gli sarebbe piaciuto poterli aiutare, in qualche modo, ma gli avrebbero mai dato retta? Simone pensava di no. E probabilmente aveva ragione.
Doveva essere difficile, la vita, per i suoi genitori. Ma la sua, pensava Simone, era bellissima. Dalla finestra vedeva una grande strada e il parco, e più oltre le colline, e una, in particolare, una collina che a Simone sembrava altissima, la più alta del

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   2 commenti     di: Stella


In quel campo da calcio di Kiev

Quel giorno, nel Febbraio del 1943, faceva freddo. Quel freddo che solo l'inverno ucraino poteva presentare. Una brezza gelida si alzava, quella mattina, nei pressi della città di Kiev. A Babij Jar, per l'esattezza. Questo era il nome del fossato, dove, nelle notti del 29 e del 30 Settembre di due anni prima, a dieci giorni dall'invasione nazista dell'Ucraina, vennero gettati i corpi esanimi di 33mila ebrei. Trucidati da scariche di fucili. E quel giorno, quel gruppo di uomini, vestiti di pezze e denutriti, sapeva a cosa stava andando incontro, in piedi sul ciglio di quella che ormai era divenuta una fossa comune. Di fronte a loro, una schiera di soldati dalla divisa scura e col simbolo dell'aquila sul taschino destro pronta a fare fuoco, con i fucili spianati. Mancava solo l'ordine per l'esecuzione.
Ormai la sorte era segnata. Ma nella massa di prigionieri, ce n'erano tre che il destino lo avevano già sfidato. E battuto. Di fatto firmando la propria condanna a morte su un campo di calcio, qualche mese prima.
Si chiamavano Nikolai Trusevich, Aleksey Klimenko e Ivan Kuzmenko, ed erano, rispettivamente il portiere, il capitano e l'attaccante della gloriosa squadra della Dynamo Kiev.

Il 19 Settembre 1941 la Germania invadeva l'Ucraina, che era una delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Ogni attività che poteva divertire, distrarre e dare qualche speranza alla gente, veniva bandita. I cittadini ribelli venivano torturati e mandati nei campi di concentramento, mentre coloro che preferivano collaborare con il nuovo regime venivano graziati. I restanti erano costretti ai lavori forzati, alla fame e alla lotta per la sopravvivenza. Ovviamente gli sportivi non se la passavano meglio. Squadre e circoli venivano sciolti, per cui chi viveva di sport, doveva arrangiarsi come poteva. E anche al calcio toccava la stessa sorte. Ed ecco che poteva succedere, durante una camminata per le strade di Kiev, di incontrare qualche giocatore di calcio importante, costretto alla fa

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   2 commenti     di: Alberto Tonello


Capelli

Si fissava nello specchio, con le mani in testa, stropicciava i capelli a destra e a manca, quei pochi che erano rimasti perlomeno. Aveva deciso che il giorno seguente avrebbe perfino cambiato l'illuminazione in bagno, per alleggerire le sue pene. Niente da fare, nemmeno con l'illuminazione più dolce riusciva a guardarsi nello specchio. Lo tormentavano, quei suoi capelli, erano sei capelli contati. Cercava di stenderli con cura su tutta la superficie della testa, per coprire quell'orrenda pelata che lo tormentava, niente da fare, non si stendevano nemmeno, sei capelli e pure stronzi, ognuno per la sua strada. Decise allora che si sarebbe comprato un berretto, così finalmente sarebbe stato capace di uscire di casa nuovamente, ritornare alla realtà, lì nel mondo di fuori dal quale era scappato per la vergogna. Aprì la porta di casa, raccimolò tutto il coraggio che aveva in corpo e si spinse fuori, si trascinava per la strada, con sguardo sfuggente incrociava le persone. Non aveva il coraggio di vedere le reazioni delle persone. Era tormentato dal suo pensiero, si ripeteva: "E certo, non dicono nulla perché non sanno cosa nascondo sotto questo cappello" e con sguardo pieno di invidia scrutava le lunghe chiome dei passanti. La sua vita oramai erano i capelli, i suoi capelli, i capelli degli altri. Pensava: "E certo che gli altri sono tutti contenti, con tutti quei capelli sarei felice pure io, e invece devo sopportare questa disgrazia"Accendeva la televisione e vedeva capelli, usciva per strada e vedeva capelli, non riusciva più a vivere, tutto il mondo girava intorno ai capelli, guardando le posizioni di rilievo che occupavano i suoi amici nella società, si diceva tutto preso dalla rabbia: "capelli! Capelli! Capelli!!! Loro hanno i capelli."Sdraiato sul letto, completamente affranto, non riusciva più a sopportare tutto quel dolore, si lasciò andare in un lungo pianto, si abbandonò completamente al suo destino di povero pelato. Decise così di levarsi quel berr

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   2 commenti     di: Kossakowski



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Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata