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Racconti brevi

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Storia di una notte di metà primavera

Era una notte dei primi di Maggio. Ore 0;49. Io ero lì, nella mia camera nel mezzo di quello che desideravo, dormire, e quello che ero, sveglio e assonnato. La mia testa si perdeva tra pensieri strani e talvolta senza un senso logico, una miriade di pensieri, idee e paure che s'intrecciavano in spirali e mi lasciavano frastornato. Sì, ripensando a quello che era la mia mente quella notte, la forma che meglio la descrive è sicuramente una spirale, così misteriosa e ipnotica. Pensavo persino a cose, situazioni e persone di cui sapevo ben poco e, sinceramente, di cui non me ne fregava un cazzo. Io d'un tratto uscii da quello stato di trans causato da mille seghe mentali e forse un po' anche dal sonno. 0;57. “Cazzo, devo dormire! Ma sono troppo agitato. Fumerò una sigaretta. ” Presi il pacchetto di Diana Rosse, che era rimasto nelle tasche dei miei jeans, e presi una “paia”. La osservai e rimasi in contemplazione per qualche minuto. La sigaretta, nella sua semplicità, nella quotidianità che esprime, mi fa pensare alla perfezione. Così perfetta che da tantissimo tempo è così, e non si sente la necessità di un cambio. Niente come la forma di una sigaretta mi dà l'idea di stile, ma anche di sensualità e sicurezza. Un brutto vizio, non c'è dubbio, ma, come dice il mio amico Jack, “dobbiamo pur morire di qualcosa”. Jack, il più grande figlio di puttana che abbia mai conosciuto. Con tutto il rispetto per sua madre, è ovvio. Era da così tanto tempo che lo conoscevo, che ormai non mi ricordo più quando l'ho conosciuto. Ma in fondo che importanza ha? Sì che il destino è strano:se quel giorno, di cui non mi ricordo niente, non avessi conosciuto Jack, ora non starei qui a pensarci. Penserei ad altro comunque. Ma in fondo cos'è la vita? Un susseguirsi di giorni così insignificanti che non ci ricorderemo più con il passare del tempo. Un alternarsi di noia e ricerca del piacere, quel piacere che, appena raggiunto, fa scaturire subito altra noia. E s

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   2 commenti     di: James Mellroy


Amore fratto amicizia... dalla parte di lui

"Che differenza c'è tra essere amici ed essere fidanzati?" mi chiese Sara in un banale mercoledì pomeriggio di gennaio. Avevamo dodici anni ed eravamo migliori amici da sempre. Ma a quell'età stavo cominciando a capire che con lei non era come con Alex, il mio migliore amico. Sara si stava sviluppando e notavo che era diversa. Aveva qualcosa che mi confondeva; non so se fosse il suo seno che stava prepotentemente crescendo o le gambe affusolate e dritte o forse la bocca, alla quale non avevo mai fatto caso, ma che ultimamente attirava spesso la mia intenzione. E ogni volta che mi sfiorava la guancia con un bacio o incrociava le sue dita alle mie nelle scene più paurose dei film per me era una scarica elettrica. Ne volevo di più. Volevo stringerla a me, avere con lei un contatto più stretto. Forse nemmeno adesso, con la maturità dei miei vent'anni, riesco a descrivere bene quel turbine di sentimenti confusi.
"Beh..." feci finta di saperne qualcosa "la differenza è che i fidanzati si baciano, gli amici no" mi guardò con aria sconcertata, come se avessi detto qualcosa di troppo ovvio per essere preso in considerazione. Pensai bene di approfittare della situazione.
"Vuoi provare?" le chiesi e mi sorpresi del tono fermo che riuscii a usare. Sara annuì con il capo e io, come se l'avessi fatto un milione di volte, appoggiai la bocca sulla sua. Fu strano. Da una parte era qualcosa di completamente nuovo, dall'altra fu molto familiare; come se non avessi potuto farlo che con lei quel passo.
"Allora adesso siamo fidanzati?" mi chiese con voce un po' incrinata, assicurandosi di aver capito la mia spiegazione.
"Credo di sì" la logica era schiacciante. Così finalmente l'abbraccia senza il timore di farlo e senza la scusa del film horror, ma solo per il piacere di provare il calore del suo corpo sul mio. Per ufficializzare la cosa, le regalai un anellino d'argento che non si tolse più.

"Ciao Alex" dico rispondendo al cellulare "dimmi velocemente che sto lavor

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Ancora qualcosa

John era giunto solo a pochi passi dal ponte e guardò l’acqua gelida del fiume, “qui... ci sarà ancora qualcosa,” pensò.
“Che cosa vuole fare?” gli domandò una voce nella notte.
“Non so... qualunque cosa,” rispose John.
“Se lei si butta nel fiume, io sarò costretta a buttarmi,” continuò la voce.
“Se è costretta a buttarsi magari riesce a salvarmi.”
“Non dica sciocchezze,”
“Sono troppo stanco perché possa capirla,” disse John.
“Non c’è niente da capire; lei è pazzo.”
“Molto pazzo e molto stanco, sì.”
“E si tolga da lì!” ammonì di nuovo la voce.
“D’accordo.”
“D’accordo?”
“Sì, d’accordo.”
“Andiamo allora a bere un bicchierino,” avanzò la voce e indicò la stretta porta illuminata di una bettola, “qui ci sarà ancora qualcosa.”



La sconfitta

Trecento scalini. Non avrebbe mai pensato di farcela. Eppure adesso si trovava lì, sulla torre campanaria più alta che egli conoscesse, quella della sua città. Da quell'altezza gli giunse il brusio attutito della festa che, centodieci metri più in basso, si stava svolgendo nella grande piazza. Era il giorno clou del carnevale, centinaia di bambini si divertivano con coriandoli e schiume, le stelle filanti sembravano avvolgere tutti, grandi e piccini. Ed egli stava per sconvolgere tutto. Col suo gesto avrebbe provocato raccapriccio, terrore, panico e sgomento. Ne era consapevole ma anche esaltato. La torre era il suo palcoscenico, la gente, ignara, gli spettatori non paganti. Oltrepassò la balaustra e lasciò dondolare le gambe nel vuoto. La leggera ma pungente brezza di febbraio gli provocò brividi lungo la schiena. Non avrebbe atteso molto, non che avesse ripensamenti, ormai era deciso ma... ma... quei bimbi. Quelle minuscole figurine che sciamavano da una parte all'altra della piazza... scosse la testa in maniera vigorosa. Non doveva pensare ai suoi figli in quel momento, loro sarebbero stati bene ugualmente. La loro madre aveva un nuovo compagno, una brava persona per quel che ne sapeva. Erano in buone mani quindi, ed erano ancora piccoli quando il papà uscì di casa con la morte nel cuore. Ma vivevano in un'altra città, li poteva vedere raramente e, ogni volta, li sentiva sempre più distanti. No... non avrebbero sofferto più di tanto. Quel pensiero gli strinse il cuore e lo fece scendere sul cornicione. Ora sarebbe bastato lasciarsi andare. Chiudere gli occhi e lasciarsi andare. Si era sempre chiesto come sarebbe stato. Aveva passato giorni per decidere quale fosse il modo migliore. Avrebbe voluto gettarsi nel grande fiume ma, qualcuno, qualche angelo custode l'avrebbe visto e salvato. Impiccarsi? Non era sicuro nemmeno di saper fare un nodo. Il veleno l'aveva scartato da subito, una dose sbagliata e si sarebbe trovato in ospedale alle prese con una la

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   5 commenti     di: Ernesto


Non parlare!

Non parlare! sta zitto ancora per un minuto. È così bello questo silenzio, non sembra nemmeno di essere in una piazza affollata.
Ma dov'è andata tutta la gente? Ricordi, solo pochi minuti fa la piazza era piena di persone.
È tutto libero ora, possiamo correre, ti va? Non credo di farcela, non sono allenata, ma forse qualche metro riesco a farlo. Tu di sicuro non hai problemi, sei sempre in movimento, e poi vai a correre tutte le sere. Prima o poi comincerò anch'io, sono anni che lo dico... no, questa non è la dimostrazione lampante che non sono coerente, non appigliarti ad un piccolo pretesto per dimostrare la tua tesi.
Ma che fine ha fatto la gente che era qui? I negozi sono ancora aperti. Senti la musica che proviene da quel bar? ... ma perché è tutto vuoto? Mi sembra di diventare matta. Oggi non ho bevuto nemmeno un caffè, non voglio più berne, è da un pezzo che soffro d'insonnia. Eppure credo di essere sveglia ma sembra tutto così irreale. Tu come stai? Non rispondi? ... dammi almeno tu una parvenza di realtà! Cos'è una congiura? O solo uno scherzo? Lasciamo perdere, prendetevi pure gioco di me... io vado via, comincia a stufarmi questa situazione. Ma dove sei finito? Accidenti, ora perdo la pazienza!!! Vuoi venire fuori? Dove ti sei nascosto? Ti prego non lasciarmi sola, mi fa impressione questa solitudine.
...
La città è completamente vuota, ogni forma di vita sembra essere stata inghiottita da una voragine invisibile. Vorrei tanto parlare con qualcuno, anche la rubrica sul mio cellulare è priva di numeri, non posso chiamare nessuno. Chiamo il 113... squilla! ... forse qualcuno risponderà ... lo lascio squillare per dieci minuti poi riattacco. Sono stanca e depressa. Ho due possibilità: abbattermi e piangere disperata oppure correre. Scelgo la seconda, comincio a correre, corro sempre più veloce e più corro più acquisto resistenza... corro intorno alla piazza vuota, che bella sensazione! Chi diceva che non ero coerente? ... ecco

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   9 commenti     di: valeria ste


Un dubbio infantile

Martino pensava che mamma e papà fossero sordi.
Urlavano tra loro da più di mezz’ora, di là in cucina.
Lui se ne stava in sala con Teddy l’orsetto di peluche stretto al petto e sbirciava dall’uscio accostato.
Era curioso, non aveva mai capito come si diventava sordi, e a mamma e papà era successo all’improvviso.
Lo aveva capito perché la mamma urlava contro papà tutto il giorno, proprio come faceva quando andavano a trovare la signora Becci, la vicina di casa sorda come una campana.
Gli era dispiaciuto molto, così per parlare con papà urlava anche lui, ma papà lo sgridò dicendogli che non è rispettoso urlare alle persone grandi. Se doveva essere sincero, quel discorso non l’aveva proprio capito (che voleva dire “rispettoso”?), la mamma poteva e lui no? Comunque aveva smesso di urlargli.
Piano piano anche papà si era messo ad urlare alla mamma, forse lui le aveva attaccato l’essere sordi, e da lì aveva smesso di fare domande su questa malattia.
Non poteva urlare perché non era “rispettoso” e loro, se parlava piano, non lo sentivano.
Si ricordava ancora di quella volta alla casa al mare, quando la mamma aveva bruciato il pollo e papà aveva iniziato a gridarle che non era capace a fare la moglie.
La mamma gli rispose che se voleva un pollo cotto alla perfezione, la prossima volta l’avrebbe cucinato da sé.
Quella era stata la prima volta che avevano urlato insieme.
Martino strinse più forte a sé Teddy, la mamma stava urlando:
- Mi porto via Martino e non te lo faccio vedere mai più!
Ma lui non voleva andare via. Voleva stare sia con la mamma che con papà, ma non come ora che erano sordi, come prima.
Li vedeva dalla porta. I capelli biondi della mamma erano raccolti in uno chignon dietro la testa, e indossava una gonna lunga fino alle ginocchia, blu scura come la camicetta.
Diceva che si vestiva così per papà, ma Martino pensava che era più bella quando teneva i capelli sciolti, i jeans e le magliette rosa e v

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Il signor Lucci

Era il pomeriggio di un maggio qualsiasi. Una giornata che si poteva facilmente confondere con qualsiasi altra fosse primaverile, o con un barlume di calda freschezza.
- È permesso?
La segretaria, nel suo consueto camice bianco che malcelava la camicia rosa lievemente scollata, puntò il dito verso un punto imprecisato della sala alle sue spalle, senza staccare gli occhi dal monitor, riempito dai colori del sito di una discoteca della periferia.
- Grazie. - rispose il signor Lucci un po' a bassa voce, un po' in silenzio, tentando di incrociarle forse lo sguardo, certamente la scollatura.
Prese posto, accavallò le gambe, le sciolse, le accavallò di nuovo. Alla ricerca di maggiore comodità appoggiò le braccia, ma quando queste caddero nel vuoto, solo allora si accorse di aver preso posto su una sedia di legno, per nascondere l'imbarazzo e darsi un'aria dignitosa come se nulla fosse accaduto si guardò intorno. La sala non era grande, piuttosto molto alta. Una modesta lampadina al centro del soffitto più sporco che dipinto di bianco e a scendere a completare la stanza d'attesa quattro muri di eguale dimensione colorati senza troppa attenzione di un po' di rosa e un po' di giallo, combinazione che creava una miscela di discutibile gusto. Del resto in quella stanza i pazienti ci dovevano trascorrere al massimo una mezzora e i titolari dello studio non concorrevano certo al concorso per il miglior design d'interni.
Già, i pazienti. Il signor Lucci ne contò tre. Alla sua destra una vecchia signora seduta sull'unica poltrona del locale nascosta nel suo pelliccione e nel cappello di lana, abbigliamento testimone di pericolosi problemi di pressione sanguigna. Oppure mentali. Sul muro di sinistra, invece, una coppia di gemelli, entrambi calvi, entrambi trentenni, vestiti con una canotta bianca e pantaloni da lavoro blu. Di loro non riusciva a diagnosticare nessuna patologia, ma rideva sotto i baffi per quell'espressione infantile che rendeva ancor p

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   7 commenti     di: Guido Ingenito



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Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata