PoesieRacconti utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare gli annunci. Per informazioni o negare il consenso clicca qui.     Chiudi

Racconti brevi

Pagine: 1234... ultima

Pioggie estive

La pioggia precipitava dalle nuvole leggera e sottile, ma pungeva come mille aghi. Scendeva sul viso di Vittoria che correva sul marciapiede, nel vano tentativo di trovare un riparo al più presto.
Una pioggia improvvisa, tipica dell’estate, l’aveva colta di sorpresa mentre passeggiava diretta al mare.
Le nuvole si rincorrevano e scontravano. Da lì a poco la pioggia sarebbe diventata violenta, almeno era questo quello che prometteva il cielo cupo che andava serrandosi sopra la sua testa.
Vittoria vide un ragazzo ripararsi sotto una balconata. Prese la palla in balzo e vi si precipitò, a sua volta, quasi scontrandolo.
Un bel ragazzo, più alto di lei. Dai capelli corti a spina che la pioggia aveva scompigliato. Neri come i suoi occhi scurissimi. Un viso delicato e dolce. Indossava dei jeans larghi bagnati fino a metà gamba.
“Chissà come mai!” pensò.
Un giubbottino di jeans appena toccato da qualche goccia.

Marino se la trovò solo di fronte all’improvviso.
I capelli rossi di Vittoria erano diventati più scuri nei punti bagnati dalla pioggia. Il viso chiaro riluceva per le gocce che le scorrevano sulle gote.
Le lentiggini sul naso erano deliziose e rosate. Il vestitino bagnato aveva aderito ai suoi seni, nudi sotto la veste.
“Non porta il reggiseno” pensò “ in effetti con il caldo che faceva era meglio togliere che mettere!”
La pelle chiara traspariva dal tessuto leggero e lui si sentì avvampare.
La pioggia aumentò ed il cielo diveniva sempre più tetro.
“Che bella che sei!” continuò a pensare Marino guardandola di nascosto.
La pioggia rimbalzava sul marciapiede e contro i muri. Le bagnava la gonna che aderiva alle sue gambe morbide e lisce.
Lui sentì un brivido salirgli lungo la schiena, non certo per il freddo, la sua eccitazione andava aumentando.
“Sarà meglio non guardarla!” pensò, ma il pensiero differiva dalle sue azioni. Lo sguardo oscillava dalle gambe, alle cosce, al seno, al viso ed alle labbra.

V

[continua a leggere...]



Stanza 617, quegli uomini

Durava da un paio di giorni: una pala meccanica mordeva e sbriciolava un marciapiede e il rumore della scavatrice irrompeva assordante nella stanza; David non ne poteva più; ottuse, disciplinate, inutili frenetiche vite. Era un inferno. Non udiva più il muggito delle mandrie, gli uccelli, gli animali selvatici. Sono fuggiti, scomparsi. Spostò con fatica una mano, afferrò il pulsante sopra il lenzuolo e pigiò sul bottone rosso per sempre.



L'ultima sigaretta

l mare era abbastanza tempestoso nonostante la giornata che ormai giungeva al termine fosse stata calma e serena. Le onde schiumose si abbattevano con furia sulla spiaggia rocciosa e selvaggia. All'orizzonte, uno spettacolo degno della tavolozza del migliore dei pittori: il sole si tuffava fiammeggiante nel mare inquieto e lasciava intorno a se i colori più disparati, dalle accese tonalità di rosso, arancione e rosa alle più cupe tonalità di blu. A qualche metro dal bagnasciuga su cui si abbatteva l'ira delle acque, in una posizione riparata, era posta una barca rovesciata. Un uomo poggiava la sua schiena alla chiglia della trasandata imbarcazione. Era vecchio, o forse la vecchiaia era apparente, un illusione data dalla sua trasandatezza. La barba era abbastanza lunga, ma non più di tanto: era la tipica barba che molti associano al filosofo. Il volto era scavato da profonde rughe. Due lacrime maleodoranti di whisky gli scivolarono fino al mento. Da un pacchetto sgualcito posizionato vicino ad una bottiglia ridotta ormai in frantumi afferrò l'ultima sigaretta e cominciò a lasciar andare i ricordi. La prima cosa che riusciva a ricordare della sua infanzia era un orologio: a quanto ne sapeva lui era il ricordo più lontano nel tempo che possedesse, quello più vicino al momento in cui aveva fatto capolino sullo scenario della vita. Era un orologio bianco, ordinario, senza numeri sul quadrante, abbastanza grande: non sapeva perchè, ma lo associava alla sala di attesa di un'ospedale, e nella fattispecie all'attesa con suo padre della madre che in sala parto dava vita al suo fratellino. Fratello che rappresenteva un'anima totalmente opposta alla sua; e infatti destino volle che spesso e volentieri fossero nemici. Aveva acceso la sua sigaretta e il flusso dei ricordi lo portarono ai tempi dell'università. Allora era un bel ragazzone, sigaretta sempre in bocca e chitarra a tracolla. Studiava filosofia ed era sempre in prima linea durante le proteste e i sit-

[continua a leggere...]

   4 commenti     di: Dark Side


Breve storia della mia fotografia notturna

Il primo progetto prevedeva che tu stessi fermo e mi lasciassi scattar foto. Ma andò male, eri troppo evasivo.
Il secondo doveva trattare argomenti pungenti e tu eri il personaggio che sullo sfondo nero, parlava. Ma anche quello fallì, provavi sempre a sfuggire dall'obiettivo. Il terzo stava per cominciare, quando capii che sarebbe andato male come i primi due. Allora presi le tue mani, dei chiodi, un martello e iniziai a colpire i tuoi palmi con rabbia. Restasti immobile, occhi sbarrati, capendo che non avresti potuto più fuggire. E ti scattai delle foto. Bianco e nero. Il tuo sangue non aveva più quell'aspetto deliziosamente vermiglio. E tutti credettero fosse un falso, quelle tue mani martoriate. Non avevano tenuto conto di ciò che avevi fatto alle mie di mani, quando le prendesti e le baciasti. Per la prima volta.



Il prescelto

Esiste una zona sconosciuta del nostro cervello in cui sono custoditi tutti i segreti dell’universo per secoli e secoli, fino all’inizio del mondo. Quando il nostro pianeta era ancora giovane e questa conoscenza dell’immenso ci viene restituita solo quando siamo morti. E per nostro grande rammarico nessuno mai è tornato da questo tetro viaggio o forse si.
Vi voglio raccontare la storia capitata ad un promettente giovane scienziato agl’inizi della sua carriera e per quanto incredibile possa sembrarvi è realmente accaduta. Nella cittadina di … nello Shire dove sono nato e vivo attualmente nel periodo in cui ha inizio questa storia, abitavo in un appartamento della 37ª strada.
Stavo preparandomi ad una tesi che avrei dovuto consegnare l’indomani mattina. Essendo da molto tempo concentrato decisi di rilassarmi un po’ con una buona tazza di caffè, mi avvicinai alla finestra e sorseggiando il caffè contemplavo fuori. Quando ad un tratto squillò il telefono, così venni a sapere che a causa di un ritardo il cadavere di un uomo fu trattenuto per diversi giorni in obitorio, quando per cause inspiegabili il cuore gli ricominciò a battere.
Non vi dico lo stupore del guardiano nel vederlo seduto sul lettino che di corsa si precipitò al telefono e mi chiamò. Lo sentii agitato e cercai di calmarlo, gli spiegai che a volte un uomo può avere un trauma e sembrare apparentemente deceduto. Gli raccomandai di non farlo allontanare che sarei giunto lì immediatamente.
– Buonasera dottore.
– Buonasera, dove si trova quell’uomo.
– È ancora seduto non si è mosso di un centimetro. Fissa la parete è come ipnotizzato.
– Lo sarebbe anche lei se fosse morto è risorto.
– Che dice devo chiamare i familiari?
– Non ancora voglio prima visitarlo e poi è tardi penseremo domani al da farsi.
– Bene dottore come desidera.
Mi avvicinai a quell’uomo gli presi il polso e feci segno al guardiano di avvicinarsi e di sbottonargli la camicia. Dopo di

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: Rosario Zingone


Sulla madre di nives

quando Nives nacque le mani della sua mamma erano ruvide e callose ma il volto era bellissimo... era una bella donna fisicamente, dolcissima, parecchio silenziosa con 2 lunghe trecce nere che ogni sera lei scioglieva e pettinava... il mattino raccoglieva quei bei capelli in ordine sul capo... neppure un filo veniva fuori nonostante la sua giornata fosse lunga... quanto??? forse più di 24 ore... Nives non ricorda di averla mai vista dormire ed ora si chiede quando la sua mamma riposasse... ma le mani erano segnate dal duro e pesante lavoro quotidiano... chi lavorerebbe oggi tante ore??? non c 'erano privilegi per le donne.. avevi bisogno... lavoravi... il suo sorriso era ineguagliabile, era morbido e dolce... la madre ripeteva_sorridi sempre, anche se il tuo cuore soffre... agli altri delle tue lacrime interessa poco... ma se ti vedranno sorridere il loro cuore si rasserenerà...-Nives si accorge di avere le stesse mani di sua madre, pur senza aver fatto il suo stesso lavoro... in alcuni momenti si accorge anche di somigliarle... in po' o forse... no!!! forse il sorriso... in questo si accorge di somigliarle... sì , il sorriso... a Nives piace quando gli altri le fanno i complimenti per il suo sorriso ed è come se con lei sorridesse sua madre... sua madre... pensieri che vanno verso una donna che l'ha generata... chissà se anche amata!!!

   2 commenti     di: soffice neve


Diario di un mediocre perduto nelle gole del mondo 11

La birra disgusta il cervello rendendolo torvo.
Non c'è un granché da dire su questo periodo. I medicinali mi hanno reso apatico. Mi sento svuotato di tutta la passione che mi accompagnava nei periodi della fanciullezza. Quando tutto piroettava nel grande caos, e in quel caos si liberava dando sfogo alle fantasie più ataviche.
Era bello poter contare su un cervello libero. La libertà la si sente quanto non ci si è ancora scontrati con alcuna contaminazione. Il bambino è così. Ha l'occhio puro. Impara a conoscere il mondo potendo contare sulle sue semplici impressioni.
Le sovrastrutture ci schiacciano. Creano falsi mondi su mondi, una specie di gioco di pregiudizi dove ad avere la peggio sei sempre tu.
Tutto scorre troppo velocemente quando si è giovani. Il tempo passa e tu sei là, preso dalle tue quisquilie adolescenziali che neanche te ne accorgi. È una questione di strategie mentali. Le strategie mentali del ragazzo sono concentrate solo ed esclusivamente sul presente. Il passato quasi non esiste, il futuro non è sufficientemente interessante. È meravigliosa proprio per questo la gioventù, perché corre imperiosamente come un grasso fiume in piena lungo la lettiga degli anni.
Ma quando si cresce le cose cominciano a mutare. La concentrazione dell'adulto è sempre rivolta alla progettazione di un qualche futuro. Ci si affanna in cerca di qualcosa che perennemente sfugge. Un senso. Una direzione. Qualunque cosa che crei le fondamenta sulle quali affondare i piedi per sentirsi sicuri. Poi la malinconia fa il resto. Malinconia intesa come rimpianto, come tempo perduto che non tornerà mai più.
È strano ritrovarsi adulti quando un momento prima si era ancora presi dalle morbide faccende della leggerezza. È strano ma inesorabile.
Ricordo ancora quando la mia vita era costellata dai giochi più impensabili. Il gioco dell'amore. La voglia costante della conquista. Ritrovarsi perdutamente in serate senza senso brindando a quella gioventù che non sa

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: Ferdinando



Pagine: 1234... ultima



Cerca tra le opere

Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata