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Racconti brevi

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Quei cari amici di mail

Eccoci alla mia terza e ultima proposta creativa, antidoto finale all'inarrestabile decadenza dell'arte dello scrivere.
Ah, l'epistolario via mail! Quale magnifico strumento di conoscenza e di manifestazione del proprio stile e del proprio pensiero, riflesso nello schermo psichico dell'Altro! La colonna dorsale invisibile della grande letteratura!
Prassi perfetta della ricerca interiore del Sibi Scribere e perfetta realizzazione del Consorzio Autori Indipendenti, l'unica finora che abbia visto in pratica!

In sette anni di scrittura Web ho allacciato e sviluppato almeno una cinquantina di relazioni epistolari mail, considerando anche gli scambi di vedute tramite messaggi privati e chat nei siti letterari.
Possiedo una mole di messaggi mail dalla quale potrei ricavarne una decina di libri molto interessanti.
Strumento formidabile per avvicinare anime affini e testare improbabili cialtroni, quello delle mail.
Grazie all'epistolario digitale ho imparato a dividere il grano dalla pula, e col passare del tempo in modo quasi infallibile.
Ho imparato a riconoscere quello che frequenta i siti letterari solo per rimorchiare o perché è solo come un cane e non sa come cavolo impiegare il nulla che soffoca la sua vita, il "cacciatore di gonzi", il temibile maneggione che vorrebbe spillarci euro per farci pubblicare con la sua inesistente casa editrice a pagamento virtuale; gli attaccabrighe di professione e i tantissimi - un mare nell'oceano Web -narcisisti nati, i pallosissimi artisti "incompresi", per i quali "io sono io e voi non siete un cazzo".
Una commedia umana variegata e di formidabile impatto espressivo; ah, se avessi gli appoggi giusti, ne verrebbe fuori un ritratto tragicomico al fulmicotone! Un libro meglio di quelli di Fantozzi!

Molti amici di mail sono svaniti, altri sono rimasti per sette anni, altri vanno e vengono come le nubi e le onde del mare, come è naturale che sia.
La vita vera scorre come un fiume, ignara delle tastiere e dei computer.

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   3 commenti     di: Mauro Moscone


La storia di Emma

La perdita di una persona cara non la si avverte subito. Passano istanti, ore, giorni, nei quali tutto sembra irreale e non ci si rende pienamente conto di quanto è accaduto. Poi, dopo qualche tempo, avviene qualcosa che rende percepibile la mancanza.
Erano passate alcune settimane dalla morte di Emma e le sue figlie si erano riunite nella sua vecchia casa per fare l'inventario della roba. Ogni cosa veniva riposta con cura in uno scatolone e suddivisa fra le donne a seconda dell'affezione o meno a un determinato oggetto.
Isabella non voleva essere lì. Provava un senso di soggezione nel vedere le stanze oramai quasi del tutto vuote. Sentiva sua madre e le sue zie discutere su cosa farne della casa e cercò di allontanarsi il più possibile. Salì le scale e raggiunse la soffitta. Sin da piccola era sempre stata affascinata da quella stanza. Vi trascorreva giornate intere, giocando con vecchie bambole o colorando il suo album da disegno. Amava quel luogo.
Scatole, tappeti, vecchi mobili erano tutti accantonati su una parete. Sull'altra una macchina da cucire padroneggiava la scena e accanto a essa un baule di legno sembrava contenere vecchi stracci, embrioni dei vestiti nei quali non sarebbero più stati trasformati.
Isabella si avvicinò e cominciò a guardare quei tessuti ricordando di come suo nonno Emilio, quando era in vita, elogiasse continuamente il talento sartoriale della sua signora.
D'un tratto qualcosa colpì la sua attenzione: un cofanetto di velluto verde scurissimo giaceva abbandonato sul fondo del baule. Su uno dei lati una chiave era fissata con del nastro adesivo.
Aprì quel piccolo contenitore e vi scorse immediatamente una foto in bianco e nero, con i bordi frastagliati. Raffigurava una coppia elegantissima sulla banchina di una stazione. Lei impeccabile con il suo cappotto lungo e il cappello lievemente inclinato sulla testa. Lui, avvolto nell'austero fascino della sua uniforme militare. Sorridevano, ma nei loro occhi si coglieva distinta

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   9 commenti     di: Roberta Criscio


Finché la barca va

Si guardano gli uni con gli altri con occhi che cercano, senza riuscirci, di nascondere il terrore.
Un rombo all'improvviso sovrasta il monotono sciabordio delle onde.
Piccoli pianti nascono di colpo, subito calmati con bisbigli premurosi. Il boss li ha avvertiti prima di salire a bordo, niente lagne o pianti, terminando il breve discorso con uno sguardo eloquente.
Due lampi nella notte, poi una prua che si avvicina, il ruggito del motore che diviene un sordo borbottio, urla concitate che non lasciano presagire nulla di positivo.
- Tu, vieni qua! Stammi a sentire bene. Prendi il timone, vai sempre dritto verso quella stella. Se va bene arriverete all'alba. -
Lo guardano salire sul motoscafo, ascoltano il sommesso brontolio trasformarsi in un urlo straziante e lo vedono allontanarsi.
In mezzo al mare l'urlo meccanico si trasforma idealmente in quello di decine di bocche disperate, chiuse dalla paura.
Il barcone si rimette in moto.
Il pilota improvvisato prende mano con la guida del battello.
Un'unica leva per imprimere la giusta direzione e per dare o togliere gas.
Facile.
Guarda la stella indicata dal boss. Per non sbagliarsi decide di fissarla senza sosta.
A prua decine di occhi si sforzano per cercare un segno, una luce che li possa rassicurare, ma riescono a vedere solo le onde, le placide onde del Mediterraneo.
Uno dei passeggeri prende dalla sua sacca una radiolina portatile, la guarda mostrando il suo piccolo tesoro ai vicini.
Nella notte si diffondono le note di una canzone. Decine di voci si levano con gioia.
- Italia, Italia!! Chi capisce l'italiano, chi parla l'italiano? -
Una mano si alza e tutti quegli occhi eccitati si girano a guardare.
- Sono già stato in Italia tanti anni fa. Era una canzone famosa. -
- Chi è che canta? -
- Non mi ricordo il nome della cantante. -
- La canzone? -
- Finché la barca va. -
- Come!? -
- Te l'ho detto. Finché la barca va. -
Tutti quegli occhi si guardano tra loro, poi una risata fr

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Ciccio e Cicci

Tony e Jonny erano ritornati abbronzati dalle vacanze.
Trascorsero una meravigliosa luna di miele e il loro amore non aveva più frontiere.
"Dai, tiralo fuori..."
"Eccolo," disse preoccupato Tony.
"Oh poveretto, vieni qui dalla mamma," disse Jonny.
Delicatamente Jonny aiutò Tony a tirare fuori dalla grossa sporta appesa attorno al collo il cagnolino.
"Oh Ciccio, Ciccio mio," disse Jonny e baciò ripetutamente il baffuto musetto, "è tutto finito, siamo a casa, vedrai quanto è bello da noi."
Erano appena riusciti a passare indisturbati il controllo dogana aeroportuale e ora andavano a recuperare la loro macchina al grande parcheggio.
"Che banda di frosci," disse Tony spingendo il grosso carrello pieno di valigie.
"Ciccio," disse Jonny accarezzando il cagnetto, "Ciccio il clandestino, il mio Midnight Express, sei stato davvero bravo," e gli baciò la piccola lingua rosa; Ciccio serrò i suoi occhietti neri.
Ciccio era proprio buffo; un 'Chiwawa' aveva detto Tony, un po' corto sulle zampe, vero, ma Jonny se ne era affezionato dal primo istante: con aria smarrita il cagnolino sgambettava lungo la risacca della spiaggia, aveva il pelo strapazzato ma d'un grigio brillante quasi argento. Lo raccolsero e lo curarono.
"Vedrai come Cicci lo amerà..." disse Tony guidando la macchina direzione città.
"... Cicci-ciccio-mio, sì sì fra poco farai la conoscenza di Cicci," disse Jonny a Ciccio ordinatamente seduto sulle sue ginocchia.

A casa presentarono Ciccio a Cicci. Poi fece buio.
Cicci il gatto si era nascosto sotto il divano nel salotto e quella notte non era salito sul letto con loro.
"Sono così arrabbiato con Cicci," disse Jonny.
Tony si girò verso Jonny sdraiato di fianco a lui con Ciccio sul petto. Li abbracciò, poi disse: "Devi dare loro un po' di tempo."
"È maleducato e fa pure l'offeso," disse Jonny e sollevò Ciccio tenendolo con le mani dietro le zampette anteriori, "dagli anche tu il bacietto della buona notte..."
"Vedrai che domani matt

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Poteva sembrare strano

"Poteva sembrare strano che lei lo amasse ma, come si sa, le vie del Signore sono infinite e le sue incrociarono quelle di lui ma fu solo quando trovò traffico che capì d'essere entrata come tangenziale nell'ora di punta.
Da giorni lei lo seguiva con gli occhi e col cuore che derapavano a ogni svolta, che sorpassavano sulle corsie d'emergenza nonostante la consapevolezza che sarebbe potuta incorrere in imperdonabili e salate infrazioni.
Lui, da parte sua, apriva nuovi svincoli, aumentava corsie, si scioglieva in confluenze che avrebbero dovuto farlo correre meglio in direzione di lei.
Le loro direttrici erano sempre le stesse, forse solo gli orari erano da rivedere ma anche a questo stavano già pensando da tempo.
Poteva sembrare strano che lui la amasse ma, come si sa, l'amore è cieco ma lui era un buon oftalmologo quando il cuore sapeva aprire retine e cornee in un rapporto che non sarebbe mai nato per caso."

   1 commenti     di: paolo veronesi


La risposta

Elena si fermò innanzi a lui e Andrea vide i suoi occhi neri come la pece penetrargli dentro come due carboni ardenti. "Che cosa vuoi da me?" le domandò Andrea, "Da te non voglio nulla" rispose Elena "Volevo capire, rivedendoti, se t'amavo ancora!"; poi, senza aggiungere altro, ritornò sui suoi passi.
Andrea la rincorse e raggiungendola le chiese: "Elena, dimmi la verità, perché sei tornata? Ti prego, voglio tutta la verità!". Lei non rispose e s'allontanò lasciando Andrea dietro di se.
Elena era partita un anno addietro; aveva bisogno di tempo per riflettere, meditare e poter chiarire alcuni aspetti oscuri della sua vita. Voleva capire, guardandosi dentro, che cosa volesse e cosa cercasse veramente. L'India era il suo sogno! Il fascino dell'India l'accompagnava sin dalla fanciullezza. L'India era una terra carismatica e piena di mistero ma pure una terra molto povera e crudele. Elena voleva visitarla per scoprire tutto il suo fascino e il suo segreto.
Intanto Andrea era rimasto impietrito e disperato dal comportamento d'Elena.
Elena, il suo grande amore, era cambiata!
Ad un tratto si sentì sfiorare la spalla e sobbalzò di scatto, si voltò e vide un giovane prete. Il giovane lo fissò e gli chiese: "Perché hai questi occhi cosi tristi?", "Perché sono stato abbandonato!" rispose Andrea. "Dai, parliamone, sono un sacerdote" disse il giovane "Chissà, forse posso aiutarti!".
Da lì nacque una confessione a cielo aperto tra Andrea e il sacerdote. Il sacerdote, dopo aver ascoltato la sua confessione, gli diede un libro d'astrologia e gli disse: "Ma che fai, piangi? Studia le stelle e così potrai trovare la risposta in te stesso; visto che non sei nato per fare il prete forse potrai aiutare gli altri in altro modo. In bocca al lupo ragazzo!". Detto ciò il sacerdote sparì nel nulla.
Così Andrea rimase lì, solo col suo libro e con i suoi pensieri; poi si voltò e si rivoltò guardandosi diverse volte attorno ma del pret

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Lettera ad un figlio

LETTERA AD UN FIGLIO
( più di un sogno )


" Che io sia morto ieri, ieri l'altro, stamani, a me non importa. Il mio tempo ormai è inalterabile. Se anche da meno di un minuto mi fosse impedito di scegliere se restare nel tepore del letto o se infilarmi le pantofole per vestirmi e uscire a girovagare qua attorno alla ricerca del sole e di un angolo non infestato da auto e da moto: ritieni che potrebbe importarmene?
A questo inutilmente e disperatamente pensavo mentre con lo sguardo davanti alla mia eternità ti vedevo con le mani congiunte in preghiera. Mi ero accontentato di vivere la mia vecchiaia sfogliando il Corriere, avevo giocato ad accendere e spegnere il televisore, mi ero aggirato per le stanze di casa mia chiedendo meno di un bicchiere d'acqua... finché non me ne sono andato. Mille e mille volte avrei voluto chiamarti in disparte per supplicarti di non ricordarmi con l'aspetto dei miei ultimi anni. Meno di un minuto mi sarebbe stato sufficiente, il coraggio mi era sempre venuto meno.
Ieri, quando meno di due metri ci separavano, era troppo tardi. Ero vissuto sino ad un'età che gli uomini definiscono avanzata, eppure anch'io fui giovane, spensierato, spavaldo, figlio mio. Sino all'ultimo giorno quando mi ero fatto la barba nello specchio mi ero visto con i lineamenti della mia gioventù, con le braccia e con il cuore stracolmi di forza e di volontà...


Ricordi

le nostre escursioni in montagna quando eri un bambino alto due o tre centimetri più di Pollicino? Era il rituale dei nostri sabato pomeriggio estivi, non ci avrebbe trattenuti nemmeno il timore di un imminente temporale. Quando arrivavo a casa, di ritorno dall'ufficio, era già tutto pronto: scarponi, borraccia, provviste di frutta nel caso di un crampo di fame allo stomaco... Non avevi trascurato niente. Un rapido pranzo, con te che in un minuto avevi buttato giù pastasciutta e bistecca e giravi intorno al tavolo morso dalla tarantola. Poi finalmente parti

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Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata