username: password: dati dimenticati?   |   crea nuovo account

Racconti brevi

Pagine: 1234... ultima

Il ciclista Mario

Arrivò a Cisternino da Laureto alle 11 circa. Uscito di casa presto al mattino, montata la bici sull'ultimo vagone del regionale Bari-Lecce, scese a Monopoli. Agganciò la borsa nera al portapacchi posteriore della city bike Bianchi, richiuse le cinghie laterali, si piazzò sul sellino e respirò profondamente il sole delle 8. 35 come a volersi riempire d'energia o forse per cancellare tutto il resto. Sistemò con cura maniacale le dita nei guanti mozzi di pelle nera, sganciò gli occhiali scuri dalla maglietta e li inforcò, indugiando sulle stecche finché ogni parte della testa vi si incastrò comodamente. Guardò a Sud il treno che, allontanandosi, gli strizzava l'occhio col faro rosso intermittente dell'ultimo vagone. Guardò a Nord le coppie di binari scintillanti ingoiate dalla curva impietosa e gli parve il passato. Rigirò velocemente la testa a Sud ed il futuro era già un puntino indistinto, neppure intermittente. Fissò i pedali e ne fece roteare uno a vuoto con un colpo secco del piede. L'arancione del catarifrangente l'abbagliò brillando velocemente e Mario fermò il pedale, il manubrio, il respiro, il tempo, i pensieri. Rimase immobile tre secondi e poi s'alzò sul pedale destro con la schiena dritta e la testa al cielo e tirò con forza a sé le manopole, il quadricipite si gonfiò e la bici partì.
Aveva lasciato Rita di fianco sul lettone. Le aveva accarezzato la nuca infilando la mano tra i capelli neri e corti. Lei non rispose, ovviamente.
Poi si preparò il caffè e tutto il resto. Raccolse la borsa della bici sistemata da Rita già la sera precedente. Aggiunse solo la borraccia d'acqua fresca di frigo. Con la borsa in mano, il cappelletto in testa messo al contrario, gli occhiali appesi alla maglietta e quei ridicoli pantaloncini fasciati sulle cosce e bombati sul sedere, si affacciò ancora in camera da letto. Rita era sempre lì sul fianco, immobile. Socchiuse piano la porta e uscì di casa con decisione.
Adesso pedalava con leggerezza

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: Carlo Diana


Capitoli

Era una mattina buia, il cielo cupo e un vento pronto a portarti via. Quel pomeriggio, dopo le lezioni si sarebbe svolto un incontro tra genitori e docenti, così per conoscerli.
Piccola decise di avvertire comunque sua madre nonostante sapesse che questa non ci sarebbe andata. Quel pomeriggio avrebbe infatti avuto il sesto incontro con gli alcolisti anonimi. Questo avveniva due volte a settimana.
Il padre invece?! Erano mesi che non lo vedeva dopo il divorzio con la madre. Ma di questo si parlerà in un altro momento.
Erano le 9. 00 e stava per entrare in classe pronta a lavorare il tornio. Infilatasi il camicie entrò nel laboratorio meccanico dove l'attendeva l'intera classe. Non mostrò mai nessuno problema ad essere l'unica femmina nella sua sezione, tanto meno a sentirsi al centro dell'attenzione. Ciò gli era sempre piaciuto.
Era lì, con gli sguardi maschili che la circondavano. Fece anche un ottimo lavoro.

-"Non pensavo ti divertissi a lavorare il tornio, sei la prima ragazza a cui vedo farlo."
-"Molte cose non dai di me, Daniel."
-"Di tempo per conoscerci però ne abbiamo molto, altri tre anni!"
-"Che fortuna." Sospirò con un piccolo sorrisetto.
-"L'ultima persona che mi ha detto una cosa simile si è poi pazzamente innamorata di me."
-"Stava messa male non credi? Io di sicuro non punto a te, tanto meno ad uno sbruffone che si crede bello quando non lo è."
Tutta la classe scoppiò a ridere. Piccola era la prima in tutto l'istituto che gli rispose cosi. Ci rimase anche lui.
-"A brò devi solo abbozzà..."
Iniziarono ad urlare i ragazzi nell' aula.
Daniel abbassò lo sguardo mentre lei, con passo seducente, avvicinandosi, lo baciò.
Tutti rimasero sorpresi anche da ciò. Nessuno capiva il suo comportamento, prima lo derise e poi lo baciò. Che strano effetto che fece. L' intera classe rimase a bocca aperta.
Daniel nel frattempo, sorrise.
-"Ne ero sicuro, nessuno può resistermi."

Era l'ultima ora di lezion

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: Sara Turco


L'ospite d'onore

È una bella notte di fine maggio, una di quelle notti che invoglia a stare all'aria aperta e così decido di rientrare a casa a piedi, in fondo si tratta solo di mezzora di cammino.
Mi trovo a metà strada quando il cielo si scurisce improvvisamente, si alza un vento freddo, la luna e le stelle vengono coperte da nuvole dall'aria minacciosa e poco dopo sento le prime gocce di pioggia sulla mia pelle.
La pioggia inizia a cadere intensamente e cerco riparo contro una porta che si trova sotto ad un balcone.
Mentre mi domando quanto tempo sarei dovuto rimanere lì sotto, la porta accanto a me si apre e spunta un signore in frac, con l'aria da maggiordomo.
"Ben arrivato, signore. La stanno aspettando. Mi segua, prego."
Evidentemente sono stato scambiato per qualcun altro. Vorrei obiettare, far notare l'errore, ma il maggiordomo era già sparito.
Decido di entrare, meglio spiegare l'equivoco una volta in casa e al riparo dalla pioggia.
Appena varcata la soglia rimango stupito. Un grande atrio si apre davanti a me. Alle pareti ritratti di uomini di altri tempi in pose autoritarie, alcuni indossano abiti eleganti, altri divise da ufficiali dell'esercito. Deve trattarsi della casa di qualche nobile. Un'ampia scalinata coperta da un tappeto rosso porta al piano di sopra, dove immagino si trovino le camere da letto. Si tratta di una vera villa, nonostante da fuori sembrasse una casa modesta.
Il maggiordomo mi aspetta alla mia destra, davanti ad una porta. La apre e mi invita ad entrare. Successivamente si dilegua chiudendo la porta alle mie spalle.
Mi ritrovo in una sala finemente decorata e al centro noto un gruppo di persone.
Vengo accolto da un uomo di circa ottant'anni e dall'aspetto signorile.
"Bene, ecco giunto anche il nostro ultimo ospite".
"Buonasera a tutti. Chiedo scusa, ma credo ci sia stato un errore. Io mi stavo soltanto riparando dalla pioggia di fronte alla vostra porta. Vogliate scusarmi, toglierò subito il disturbo"
"Nessun errore. Aspettavam

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: Matteo Costa


La casetta

" Quale fortuna! Oggi, al cantiere, è corsa una voce... sei mesi in Libia a costruire un villaggio. Ci daranno tanti soldi quanti ne guadagneremmo in dieci anni di normale lavoro in Italia. Io ho detto subito di si. Sono e mi sento giovane, forte, solo pochi mesi e realizzerò inaspettatamente il mio sogno. Desidero una casetta vicino la fontana grande, c'è un rudere da abbattere e tanta terra intorno. I miei tre figli potranno crescere in più spazio, Liliana finirà di fare quelle ripide scale tantissime volte al giorno, se ne gioverà con tutto il da fare di questi nostri tre maschiacci che vanno crescendo. Ma la cosa che più mi spinge ad andare è mia suocera: finirà la sua incombenza pesante nella mia famiglia.
Voglio tornare, dopo una giornata di lavoro, alla sera, stanco ma con la libertà di godere di un bacio o di un abbraccio per e da mia moglie.
Da quando ci siamo sposati c'è stata sempre questa presenza burbera che fiacca ogni mio gesto d'amore... non si fanno certe cose alla luce del sole, bofonchia ogni volta... Liliana è timida e un solo sguardo della madre la fa arrossire e bloccare. Io voglio mia moglie e i miei figli tutti e solo per me. Si, vado a Sheba.
Certo, non abbiamo assicurazione di sorta, ma cosa può accadermi?! Sono anni che faccio il carpentiere, che salto da un ponteggio all'altro su palazzoni prima in Germania ed ora a Roma. C'è un boom di lavoro in questi anni! Sto lavorando nel quartiere di S. Paolo: palazzi a perdita d'occhio nella zona non troppo lontana dal Tevere. Dal paese prendo la corriera ogni mattina alle tre per tornare a sera, quando è già buio, giusto in tempo per vedere i miei figli andare a dormire. Ci sarà ancora da lavorare a Roma quando tornerò, ma intanto avrò casa mia in poco tempo e... si, vado. Case alte tre metri... un gioco per me.
Sulla mia decisione si mugugna, soltanto mia sorella Elisa, benedetta, mi rincuora e comprende il mio entusiasmo, la voglia di migliorare la mia vita.
Non sono più

[continua a leggere...]

   4 commenti     di: Chira


Storia di un cd

Mi piace ascoltare la radio quando sono in macchina, specie
se sono solo, e questo capita spesso durante i miei viaggi.
Sono su una statale che attraversa gli Appennini, il tempo è umidiccio e, nonostante siamo ancora in pieno inverno, il paesaggio è rilassante. Non ho fretta, devo visitare solo un cliente, e non dista molto da qui. Tra le montagne la radio non si sente bene, decido allora di inserire un CD, uno dei tanti che ho lì mischiati nella tasca della portiera.
Alzo il volume e la musica invade l'auto e anche la mia mente.
Vengo rapito dalla canzone ma non per quello che dice ma perché ha il potere di aprire la porta dei ricordi... e che ricordi!
Mi ritrovo, neopatentato, sulla piccola Renault coi miei due amici mentre viaggio sotto un sole cocente, verso la meta delle nostre vacanze... la Spagna. Meta irraggiungibile e meta sognata da noi ragazzi, e quell'estate era nostra.
Ricordo la nostra eccitazione, ma non per le ragazze, non per il mare o il sole, eravamo impazienti di arrivare a Barcellona per vedere il "Camp Nou", il mitico stadio dove giocano i blaugrana, che ingenui che eravamo. Era la prima vacanza che facevo all'estero solo con i miei amici, e... cavolo!, avevo in mente solo il pallone;certo, mi interessavano anche altre forme,
di ragazze ne conoscevo abbastanza, ma.. non era la mia principale preoccupazione, in mente avevo solo la partita di pallone, gli allenamenti, le scarpette coi tacchetti intercambiabili,... fortuna che pochi giorni dopo essere tornato dalla vacanza, una dolce ragazza mi ha fatto capire che c'è un mondo oltre il pallone. Un colpo di clacson mi riporta nella realtà, menomale perché stavo per sbagliare strada, sono arrivato, il lavoro mi aspetta e anche la canzone è finita.

   2 commenti     di: alberto p


Il trono di Nebbia

Dopo un attimo di disorientamento capì dov'era: al porto.
Non se n'era mai andato, ma il tormento di quella sera l'aveva portato a pensare molto e tutto insieme, fiaccandone anche il corpo, come se avesse percorso tutta la città.
Si diresse verso la sua barca esitando proprio prima di salire sulla passerella.
L'indomani non sarebbe più stato lui il proprietario. Quella sarebbe stata l'ultima volta che sarebbe passato su quella passerella di vecchio legno scricchiolante per salire a bordo.
L'esclamazione di un sì deciso rivolto verso se stesso lo convinse a salire.
Notò che nonostante i suoi pensieri diventassero sempre più malinconici la sua barca non sembrava né più nuova né più bella. Il legno che lo circondava trasudava la fatica di una vita, quella fatica tipica di chi non solca un mare sereno o lotta tenacemente contro onde feroci per poi andare avanti, fiero dopo il loro passaggio. Era la fatica di restare sempre a galla, uno sforzo continuo durato una vita, che ogni giorno veniva segnata nel legno e nella carne.
Entrato nella cabina non si diresse verso i comandi. Prese una birra gelata dal piccolo frigorifero e la aprì per poi accendere una sigaretta.
Intanto era cessata la leggera brezza che soffiava sulla fiammella della candela che ancora non aveva acceso, quindi poté accenderla senza dubitare di averlo già fatto per la seconda volta. Per via di qualche gioco d'aria la fiammella non tremolava, si muoveva ritmicamente, quasi fosse un pendolo capovolto. Scaldava tutto l'ambiente, pur essendo così minuta.
I pensieri erano diretti a quella scelta di ritiro anticipato che gli lasciava il retrogusto amaro di qualcosa che non si era concluso come avrebbe voluto. Ma era inevitabile.
All'inizio della seconda birra sentì il bisogno di scappare in mare.
Non fu impulsivo nel farlo. Continuò a pensarci e ripensarci mentre slegava le cime che trattenevano l'imbarcazione ed aspettò così tanto prima di ritirare la passerella che

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: glauco collini


L'odore dell'erba bagnata

[continua a leggere...]

   4 commenti     di: Ottavio Miano



Pagine: 1234... ultima



Cerca tra le opere

Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata