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Racconti brevi

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Rau Lile, il poeta

<Coraggio, chi di voi vuole colpirmi? Provateci, sono qui ad aspettarvi>
Quei tre ignorantoni mi fissavano ora sbalorditi e non riuscivano a capire cosa io realmente mi aspettassi da loro, avevano esagerato, avevo già bevuto troppo quella sera e in quella sporca taverna di certo non volevo che qualcuno mi mancasse di rispetto, io, Rau Lile, avevo combattuto per questo regno da quattro soldi e di certo non volevo essere preso per i fondelli da tre ragazzetti ignoranti, la mia spada era sguainata e mostrava ai tre il filo più volte provato e più volte messo a nuovo, il taverniere come sempre mi fissava sarcastico, ormai conosceva il mio temperamento e qualche sera a essere sincero si univa ai cori di incitamento che gli altri clienti di quel buco mi tiravano dietro.
Quei tre ragazzi ora mi guardavano e due di loro fecero un passo indietro lasciando l'onore di rispondere al più giovane del gruppo, era un ragazzo robusto ma basso ed era l'unico di loro a fissarmi con sufficienza, il che mi faceva infuriare.
Mi guardai nuovamente intorno e un silenzio spettrale era caduto sulla sala, il giovane addolcendo lo sguardo mormorò qualche parola di scusa che mi fece abbandonare la stanza senza spargimenti di sangue. Tuttavia non poteva finire così, un guerriero come me non può di certo sopportare un'offesa rivolta a una mia opera. (ebbene si, dopo il congedo mi dedicai alla scrittura in versi)
Tornai a casa e rapidamente posai la spada per prendere la penna, un uomo saggio una volta disse che la penna può ferire più di qualsiasi spada, dovevo mettere alla prova tali parole, avrei composto un capolavoro.
In poco tempo fui nuovamente fuori nei vicoli silenziosi di Parigi e dopo qualche minuto fu proprio il ragazzo basso che si era scusato con me la sera stessa a passarmi davanti, mi osservò sorridendo e cominciò a cantare una canzone, probabilmente era ubriaco. Mi avvicinai a lui fingendo di stare al suo gioco e appena fui abbastanza vicino lo colpii con la penna

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Non c'è più tempo

Sola. Nessuno in giro. Una maledetta pietra. Due rose.
Una bianca.
Una rossa.
- Che ci fai lì - si chiede, con gli occhi gonfi ma ormai aridi.
Una settimana di pianti.
Lei, da sola.
Lui non c'è più.
Lei partirà.
- Dovevo dirti molte cose - un pianto isterico corrompe il silenzio del cimitero. Nessuno in giro.

La piazza era piena. Studenti e operai. Militanti e simpatizzanti.
Il governo aveva stanziato nuovi fondi per le missioni di pace, tagliando finanziamenti alla scuola pubblica, all'istruzione. Nostalgia del '68.
L'università, la culla della società civile, aveva accusato l'ennesimo colpo mortale, l'ennesimo decapitamento. Come sempre.
Finalmente gli operai erano tornati al fianco degli studenti. La coscienza era tornata a illuminare i cuori delle persone.
Non se ne poteva più.
Arianna era in prima fila, seduta a gambe incrociate con una sigaretta in mano. Una giornata caldissima. Sul palco c'era il suo ragazzo. Lo guardava. Lo rispettava. Con quel megafono in mano era il suo adone, l'essere perfetto. Forte, deciso. Stronzo. Ma andava bene lo stesso.
Le voci cominciarono a girare.
Lui si fermò un attimo. Il suo amico gli disse qualcosa all'orecchio.
La notizia squarciò l'anima di tutti i presenti.
Un ragazzo era stato colpito in Piazza della Scala. Da un poliziotto. Cori e insulti verso le forze dell'ordine, senza aspettare di sapere il reale motivo di quell'insano gesto.
La corsa frenetica.
Piazza della Scala si presentò loro come il teatro del più atroce degli spettacoli. Centinaia di poliziotti, un paio di ambulanze, i furgoni dei canali televisivi. Migliaia di curiosi.
E adesso anche loro.
Migliaia di studenti.
Migliaia di operai.
Arianna era terrorizzata. Tremava di fronte queste cose. Odiava la morte. Odiava le armi. Una ragazza normale, intelligente, sensibile.
Si guardò intorno.
Vicino al corpo coperto da un lenzuolo bianco c'era una bicicletta viola, con le ruote rosso fuoco.
Come quella di Ma

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Inverso

È iniziato tutto ieri sera, almeno credo, o me ne sono accorto solo ieri e in realtà è iniziato tutto molto prima. Ieri notte ho chiesto una 0, 20 bionda al bancone di un bar, e la cameriera mi ha portato una 0, 50 rossa. Naturalmente le ho detto che non l'avevo ordinata io, e lei ha replicato bruscamente che era proprio quello il mio ordine, io continuavo a dire che avevo chiesto una 0, 20 bionda, e lei mi diceva che era esattamente quello che mi aveva portato, abbiamo iniziato a discutere animatamente tanto che si è avvicinato un uomo, credo il proprietario che mi ha chiesto se c'era qualche problema, e io ho nuovamente ripetuto che desideravo una 0, 20 bionda, non una 0, 50 rossa. Il proprietario mi guarda un attimo in silenzio, mi chiede se avevo già bevuto, io mi alzo, prendo la mia giacca ed esco dal locale.
Ho pensato che forse ero stanco, mi sono messo a letto ed eccomi qua, a fissarmi allo specchio, con la faccia stravolta dalla notte, credo di aver fatto un incubo, non so.
Esco di casa per andare in ufficio, sono distratto e non ho voglia di concentrarmi sulla gente che mi passa vicino sul marciapiede, né di vedere chi mi schiaccia il piede in metropolitana, nei miei timpani vibrano una marea di suoni, ma non lascio che vengano tradotti dal mio cervello, preferisco lasciarli all'estremità dei miei sensi come fossero un ronzio, senza concentrarmi su di essi, comunque non avrebbero alcunché di interessante. Sono stanco.
In ufficio scorgo alcuni colleghi alla macchinetta delle bibite calde, mi avvicino e saluto, e infilo 50 centesimi alla macchinetta, segna che mancano ancora 20 centesimi, è impossibile, ma non ho alcuna voglia di bisticciare con la macchina, alcuna voglia, perciò mi frugo nelle tasche in cerca di 20 centesimi, ma ovviamente non ho altre monete, alzo gli occhi al cielo a faccio per andarmene, ma un mio collega mi porge 10 centesimi, io gli dico che mi servono 20 centesimi ma lui continua a porgermi la moneta, io la prendo stanc

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1 commenti    0 recensioni      autore: Sara *****


Jack, Libertino

Start.
Festa, mangiare, riposo di quattro ore, quando capita avere due ore di svago: "Non si può vivere così..." ripeteva Jack, ma diventò un circolo vizioso.
Prendi, via, corri, "ti aspettano!", festa, festa e festa; non c'è il tempo per il pranzo e la cena. Scegli tutto d'un fiato finche il cervello non andrà in carenza di ossigeno, finche le tue membra non implodono. Mandi a puttane una vita normale, quella della gente ordinaria, la gente sistemata, la gente felice con la sua famiglia, la gente che consolida di giorno in giorno una rispettosa posizione sociale. Ma non te ne frega un cazzo, tu sei il supereroe.
Bisogna accendere la TV ogni tanto, perché si sa, la televisione ti fa tornare a contatto con il mondo.
Lunghi silenzi con la luce del sole. Di giorno hai i riflessi troppo spenti per collegare qualcosa di apparentemente logico. Puoi solamente ambire ad essere una larva umana con il suo ciclo vitale limitato: mangiare, bere, cesso e nel tuo caso fumare.
Di giorno un vegetale sprizza più simpatia di te. Quando parli in realtà non dici niente, il motivo? Non si capisce un cazzo di quello che dici. Hai la bocca impastata dagli alcoolici e dal pacchetto di sigarette fumato la sera prima al club o al concerto.
Quando calano le tenebre, ti attivi, diventi un animale da festa e pensi agli altri coglioni che invece dormono e li sfotti. Tu stai vivendo la notte, il brivido del buio che ti elettrizza e ti nasconde da te stesso. Ma ancora non lo sai.
Il ritmo del tuo ultimo periodo di vita ti ha scombussolato i tempi e le fasi della tua giornata. Parti per una festa alle ore più impensabili tanto non te ne frega, i tuoi non ci sono. Non ci saranno per un bel pezzo, in viaggio da qualche parte a fottere come conigli (giustamente, se lo meritano). Hai un fido compagno nella tua stessa barca, che ti segue ovunque.
Chi ti vede al party pensa che tu sia una persona solare, con chissà quali progetti ed interessi nella vita, che parla con dimestichezz

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4 commenti    0 recensioni      autore: Enrico Cestaro


Anche i fumatori non muoiono

Tirò ancora una volta sulla sigaretta e la buttò a terra e con la soletta della scarpa l'appiattì sul marciapiede. Il divieto di fumare nei luoghi pubblici lo aveva indignato; poi si era adattato alla circostanza.
– Prendimi se ce la fai...
– Fermatevi vi dico!
Luigi afferrò il bimbo per il colletto: – Piantatela e venite qua, andiamo a bere qualcosa!
– Voglio un gelato!
– Non li fanno i gelati qui; prenderete una Coca-Cola…
– Uffa, io voglio rimanere a giocare.
– Dopo andiamo ai giardini... fermatevi maledetti!
Il bimbo alzò la sua mano ed afferrò quella del padre e fu all'istante tirato dentro il bar; la sorella si fermò a sedere sul bordo del marciapiede: – Voglio un gelato!
Federico si girò e tirò veloce la lingua di fuori e la canzonò:
– Niente gelato, niente gelato!
– Angela, smettila! – intimò il padre.
– Ma è Federico che mi tira la lingua!
Angela si alzò dalla strada e svogliatamente si diresse verso l'entrata del locale; scovò una margherita che era cresciuta improvvisa sul muro contiguo, la staccò, rimase lì per un po', poi entrò nel bistrot anche lei.
Federico era seduto sulle ginocchia del padre e di nuovo tirò di fuori la lingua.
– Ecco vedi, lo rifà!
– Angela siediti!
Angela senza dire più una parola si mise a sedere al tavolo e non volle ordinare la sua Coca-Cola.
Poco dopo un cameriere portò il caffè di Luigi e la Coca-Cola con una cannuccia colorata per Federico.
– Niente gelato, niente gelato!
– Federico, per Dio! Lascia tua sorella in pace.
Il padre sollevò Federico e lo sistemò sulla sedia di fianco.
A quel punto i tre rimasero in silenzio.
Angela guardava attraverso una finestra il traffico che scorreva rumoroso e la gente camminare su e giù sul marciapiede. Annusò poi una volta la sua margherita. Luigi sfogliava il giornale del mattino; era come se stesse cercando qualcosa nel vuoto, poi aggiunse un cucchiaino di zucchero al suo caffè.
Federico succhiava dalla

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Rabbia

Ho troppa rabbia ancora in corpo.
Le mie labbra a stento riescono a chiuderle con i miei canini aguzzi, la mia ombra che si scontra violentemente con la mia razionalità ha la sagoma di un serpente, che mi avvolge come il kundalini, dove il serpente si attorciglia alla spina dorsale, allungandosi fino alla sommità del capo, mordendola.
Troppe volte ho cercato aiuto, ma la mia repulsione a questa vita e a questo mondo che non sento mio, non mi da scampo, proprio come ora che sono qui sul bordo del cornicione del decimo piano di un palazzo qualsiasi.
Confuso, contrastato dalla mia vera natura, cosa mi accomuna con il resto della gente, nulla... sono troppo emotivo e sanguigno per... voi, che con il vostro aspetto rinnegato sottomesso, con la vostra primitiva anima che sta abbandonando il vostro corpo, siete ancora troppo legati alla macchina del potere e del consumismo, troppo controllabili non avendo una vera coscienza, le persone come voi tentano solo di calpestare le altre correndo dietro a piccole o grandi illusioni, siete troppi e...
... Ne sono terrorizzato, dalle vostre percezioni insensibili.
Siete inibiti nella vostra moralità da una censura del vostro più antico impulso, "Libertà", siete ancora inconsapevoli di ciò che realmente avete bisogno, il nuovo mondo vi ha tolto il vostro "Spirito di gravità".
Quello che avete tenetelo stretto e ben nascosto, fate che il vostro scrigno prezioso sia l'ultimo a essere aperto, prima però approfittatevene di quello degli altri, sappiate però che i cibi più prelibati non trovano buongustai.
Che il mondo che alcuni hanno e vi hanno creato, con le loro sfaccettature, sia la culla del vostro bene e del male. Siate come l'ouroborus, morte e rinascita nel cerchio perfetto della vostra vita.
Ho smesso di fare sogni, sapendo che di giorno mi sarei risvegliato in un'altra realtà, come se il mio Io non volesse più essere il primo attore neanche nel sogno sicuro che si presenterebbe come mostro o assassino oppu

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Risveglio

Lei si alzò da letto, tirandosi dietro il lenzuolo, in una sorta di pudore a ritroso.
Non riuscendo a sfilarlo dal materasso lo lasciò cadere, alzando le spalle, come se pensandoci avesse capito che sarebbe stato fuori luogo.
I raggi di sole che filtravano dalle gelosie socchiuse creando piccole scie di pulviscolo irridescente, sembravano aver annebbiato i fatti della notte prima.
A pensarci bene, lui non capiva cosa potesse essere successo, di così intenso e diverso dal solito.
Si domandava perchè non riusciva ancora a togliersela dalla mente, nemmeno ora che la osservava attentamente, mentre lei guardava allo specchio i segni che la notte aveva lasciato sul suo viso: il trucco degli occhi sciolto, i capelli arruffati. Lasciando scorrere lo sguardo, notò anche le imperfezioni di quel corpo, che la notte prima, stranamente, gli erano sfuggite: il seno non era alto e sodo, ma rilassato, forse troppo, pensando ai seni a cui si era abituato..
e quell'accenno di cellulite sui fianchi? e il ventre, segnato da piccole smagliature, un po' prominente.. forse troppo.
La dea conosciuta la sera prima, si era trasformata in quella sconosciuta che ora stava facendo la doccia nel suo bagno. Ma cos'era successo? perchè, invece della solita fretta di salutare ed andarsene, continuava a pensare a lei?
Eppure non era stata una notte di sesso "bollente" come gli era sempre piaciuto. Niente ricercatezze erotiche, niente frasi eccitanti, a parte i suoni sconnessi che uscivano dalle loro gole e il rumore dei loro respiri ora affannati, ora più lenti.
Lo avevano fatto un paio di volte, senza che durasse nemmeno tanto a lungo, seguito da momenti di silenzio.
Poi avevano chiaccherato, non ricordava nemmeno più di cosa. L'unica sensazione forte che lo aveva accompagnato per tutta la notte, e che ancora era presente, era una sensazione di serenità. Come quando ascoltava la sua musica. Come dopo una serata passata a cena con i suoi vecchi amici. Non poteva certo dire fo

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Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata