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Racconti brevi

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Sunglasses

Era una domenica di una primavera già calda, quella in cui avrei compiuto sei anni. Mio padre mi aveva fatta vestire per portarmi fuori, lui da solo.
Non lo sapevo ma quella sarebbe stata la prima volta in cui avrei messo piede in un cinema e, nella migliore tradizione, anche per me il cinema era quello parrocchiale.
L'odore delle caramelle mou vendute alla cassa riempiva le narici appena si entrava mescolandosi poco dopo ad un aroma dolciastro di tabacco.
A fianco del cassiere l'espositore delle Charms - quelle gialle, le mie preferite che, solo a nominarle, ancora ora mi sento frizzare il dorso della lingua per il cuore al limone che contenevano! - e, un po' più a lato, un trespolo con occhiali da sole per bambini di quelli che si vendevano sulle bancarelle alla festa del patrono nei paesi, montatura di plastica colorata e lenti di celluloide marroncina.
Insieme ai biglietti per lo spettacolo mio padre ne acquista un paio, gialli e me li porge. Me li aggiusto sul naso: i miei primi occhiali da sole!
Non faccio in tempo a voltarmi verso l'ingresso da cui entrano i raggi luminosi del primo pomeriggio che mio padre me li sfila e, con mossa rapida, estrae ed accartoccia le lenti, restituendomi la montatura mentre parla con il cassiere dicendo che quelle lenti mi avrebbero danneggiato la vista.
Mi sento stupida con quella montatura gialla, senza lenti sul naso e soprattutto non capisco perché mio padre li abbia comprati.
Entriamo in sala e subito spengono le luci: meno male così nessuno mi vede.
Non ricordo quale fosse il film.
Mio padre non ricorda questo episodio.



Un pomeriggio di luglio

Quel pomeriggio di luglio, come oggi, il caldo torrido e l'aria irrespirabile; tutto fermo, sospeso senza speranza di cambiamento a breve.
Nessun balletto di foglie nei cespugli, quattro lucertole appiattite immote sul fondo bianco d'un grande vaso in ceramica, sotto la grande finestra.
In lontananza la sirena bitonale d'un'ambulanza s'avvicina al soccorso.
Il cane nero al riparo nell'ombra d'un cespuglio di buganvillea, la bava evidente, la lingua pendente tra il disperato frinire di cicale.
Tutto pareva inerte, apatico, tutto tranne il cranio di Alfredo, dove invece s'affollavano confusi ricordi che maceravano in un illogico miscuglio.
Quel giorno che aveva dieci anni e gli avevano regalato il primo telescopio. Aveva iniziato a scrutare il cielo notturno e non s'era più stancato.
Si preparava al pallido occaso, inebriato e curioso fino ad astrarsi dalla postazione librandosi col pensiero, smettendo quando l'aurora iniziava a scolorire le tenebre maestre di conoscenza, dal crepuscolo del giorno a quello della notte.
Quel pomeriggio spuntarono immagini vecchie di sessant'anni, di compagni in pantaloncini corti, come erano allora e come li ricordava. Ma dove saranno, come saranno diventati?
Quel Carmelo con la chitarra che affascinava le ragazze.
Giovanni, già d'allora dalla barba ispida perché aveva ripetuto ogni classe della media almeno due volte, innamorato dell'insegnante.
Il povero Lucio poliomielitico, che si trascinava la gamba malata in una gabbia di ferro senza mai perdere il sorriso.
Quanti amici!
E le feste da ballo fra adolescenti dal viso anche butterato luoghi di consapevoli arditi strusciamenti, di cocenti desideri carnali.
Ma poi, quel pomeriggio, tra la folla variopinta di pensieri bislacchi, saltò fuori la persona colta, lo scienziato, l'astronomo con le sue complessità, e i pensieri risalirono al cielo, a quella massa scura che ormai sapeva leggere come un libro, dando del tu ad ogni stella, ai pianeti, conoscendo il valore del

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   5 commenti     di: salvo


Atmosfera di Natale

Si avvicina silenziosamente. Affascinante, elegante, misteriosa l'atmosfera che precede l'avvenimento più atteso dell'anno, il Natale.
Respiro profondamente e nell'aria ho l'illusione che tutto il mondo possa sentire contemporaneamente insieme a me la pace che respiro in questo momento.
L'Atmosfera del Natale si presenta alla mia immaginazione come una donna sensibile e attenta ai dettagli madre di una festa troppo importante per essere trascurata.
La luce è soffusa, i colori sempre più caldi contrastano il freddo nell'aria. Immagino la neve, pura e silenziosa da osservare di nascosto mentre cade e con lei anche la mia malinconia.
Non c'è tempo per tristi pensieri la mia protagonista è gioiosa ma da ricca signora pensa solo alle apparenze eppure mi piace la sua indiscutibile bellezza, il suo elegante abito rosso, i gioielli, la vanità. Persino sull'abete vedo riflessa la sua ricchezza e luccicanti animaletti di cristallo alternano palline in vetro soffiato.
Trasparenze, specchi, bagliori, per tutto l'anno i colori sono stati poveri ma ora è tempo di oro, argento
di profumi speziati, peccati che il Re potrà forse perdonare.
Ora mi sveglio e la mia più amata regina è mia nonna che prepara con cura la tavola cercando la tovaglia meno consumata, quella messa via solo per la grande festa.
Mi guardo attorno, mi sento in colpa per aver sognato una ricca atmosfera ma infondo è una magia che mi concedo solo raramente.
Anche quest'anno vado a riprendere l'abete impolverato lasciato riposare in soffitta. Lo guardo mentre lo estraggo dal vecchio scatolone riciclato, compongo un monologo interiore, mi domando cosa direbbe se potesse parlare... pretenderebbe cure migliori ma nonostante il suo colore un po spento dagli anni, appare felice di essere ancora lui l'abete di casa. Lo sistemo, ponendolo con cura nel punto più visibile del soggiorno e rovisto tra gli addobbi sempre più datati. Il topolino, la scarpetta, la pigna dorata, l'angioletto.

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Piccolo mondo antico

La sottile striscia di catrame si srotola sui fianchi del monte, scalfendone lievemente la bellezza. Durante la salita possiamo scorgere a lato della strada, in mezzo all'erba dei prati, delle mucche accovacciate che guardano con la massima attenzione la nostra auto e noi che siamo dentro, con quei loro bellissimi, enormi occhi neri. Più in alto, su una piccola prominenza rocciosa un bue ritto sulle sue gambe poderose viene avanti di qualche passo, infastidito dalla nostra presenza.
Oltrepassiamo questa scenetta bucolica senza che quanto abbiamo visto abbia lasciato nelle nostre menti domande irrisolte o dubbi esistenziali. È così che ci aspettiamo debba essere una tranquilla gita in montagna quindi se ciò che vediamo corrisponde all'archetipo radicato nella nostra mente, restiamo calmi e indifferenti, in pace con la nostra coscienza.
Più su la strada aumenta la sua pendenza, cominciano i tornanti e la radura inizia ad essere contaminata dai primi, solitari abeti che presto aumentano di numero finché non diventano bosco.
Siamo arrivati. Parcheggiamo l'automobile sulla vasta banchina a lato della strada facendo molta attenzione a non mettere le ruote sull'erba. Qui sono molto precisi, ci costerebbe una multa d'importo sostanzioso.
Si possono contare circa una decina di auto, ognuna con a bordo almeno due persone. Un plotone di allegri viandanti irrompe nella placida armonia dell'abetaia, iniziando ad addentrarvisi impegnando i numerosi sentieri.
Ogni tanto il terriccio smosso, le orme di numerosi zoccoli e le frequenti attestazioni del risultato finale di lunghe e ripetute digestioni ci segnalano che stiamo attraversando il percorso abituale della mandria vista in precedenza.
Dopo un po' di tempo il gruppo si disunisce, ognuno impegnato nella ricerca, ognuno perso dietro un proprio personale pensiero. A un tratto il terreno inizia a scendere e gli alberi si diradano, il sottobosco lascia lo spazio qualche sparuto ciuffo d'erba, che in breve diviene c

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L'ospite d'onore

È una bella notte di fine maggio, una di quelle notti che invoglia a stare all'aria aperta e così decido di rientrare a casa a piedi, in fondo si tratta solo di mezzora di cammino.
Mi trovo a metà strada quando il cielo si scurisce improvvisamente, si alza un vento freddo, la luna e le stelle vengono coperte da nuvole dall'aria minacciosa e poco dopo sento le prime gocce di pioggia sulla mia pelle.
La pioggia inizia a cadere intensamente e cerco riparo contro una porta che si trova sotto ad un balcone.
Mentre mi domando quanto tempo sarei dovuto rimanere lì sotto, la porta accanto a me si apre e spunta un signore in frac, con l'aria da maggiordomo.
"Ben arrivato, signore. La stanno aspettando. Mi segua, prego."
Evidentemente sono stato scambiato per qualcun altro. Vorrei obiettare, far notare l'errore, ma il maggiordomo era già sparito.
Decido di entrare, meglio spiegare l'equivoco una volta in casa e al riparo dalla pioggia.
Appena varcata la soglia rimango stupito. Un grande atrio si apre davanti a me. Alle pareti ritratti di uomini di altri tempi in pose autoritarie, alcuni indossano abiti eleganti, altri divise da ufficiali dell'esercito. Deve trattarsi della casa di qualche nobile. Un'ampia scalinata coperta da un tappeto rosso porta al piano di sopra, dove immagino si trovino le camere da letto. Si tratta di una vera villa, nonostante da fuori sembrasse una casa modesta.
Il maggiordomo mi aspetta alla mia destra, davanti ad una porta. La apre e mi invita ad entrare. Successivamente si dilegua chiudendo la porta alle mie spalle.
Mi ritrovo in una sala finemente decorata e al centro noto un gruppo di persone.
Vengo accolto da un uomo di circa ottant'anni e dall'aspetto signorile.
"Bene, ecco giunto anche il nostro ultimo ospite".
"Buonasera a tutti. Chiedo scusa, ma credo ci sia stato un errore. Io mi stavo soltanto riparando dalla pioggia di fronte alla vostra porta. Vogliate scusarmi, toglierò subito il disturbo"
"Nessun errore. Aspettavam

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   0 commenti     di: Matteo Costa


Raccontami

Tornando a casa alla fine della sua giornata di lavoro già' pregustava i momenti che sarebbero seguiti: la porta si apre, lei lo accoglie con uno :-"ciaaoo, sono in cucina"- oppure fischiettando adagiata sul divano con un libro in mano.
Mario e Carla convivevano già da qualche anno, avevano arredato la loro casa
con il gusto di chi vuole passarci molto tempo insieme!
Lui, un uomo sulla quarantina piuttosto alto e snello, gestiva un' attività in proprio,
aveva un' espressione che manifestava sincerità'.
Lei insegnante, di qualche anno più' giovane di lui, con un carattere gioviale amava sperimentare in cucina e cercava di smaltire in palestra!
Era convinta che i suoi fianchi fossero troppo larghi ma a Mario piacevano così.
La loro vita scorreva tranquilla, magari ogni tanto litigavano, ma ogni tanto è normale.
Alla fine si ritrovavano sotto le coperte e scherzando si abbracciavano. E Carla a volte, dopo una giornata particolarmente faticosa, forse per il piacere di vagare
con la fantasia e anche perché' la voce di Mario così bassa e calma la faceva sentire sicura, diceva: -"raccontami una storia"-
E a quel punto era come se scattasse qualcosa : lei si girava su un fianco di fronte a lui, le ginocchia raccolte e le dita dei suoi piedi sfioravano le sue ginocchia con un piccolo movimento continuo, rilassante.
Una mano sotto il capo e l' altra a cercare un contatto : lui intanto comincia a inventarsi di tutto: folletti, animali parlanti, gnomi e chissà' cos' altro.
Spesso sono storie che non hanno ne' capo ne' coda, improbabili, ma del resto quasi sempre Carla si addormenta prima che finiscano e forse... crea il suo finale in sogno!
Era una serata invernale, la pioggia batteva sui vetri con un ritmo continuo, avevano spento la luce da poco quando lei con il tono di una bambina capricciosa disse :-" amore raccontami una bella storia"-così lui che non sapeva dirle di no, comincio' : -"c'era una volta un cane zoppo

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Solo sangue dentro

Buddy non aveva nessuna malattia, nessun male incurabile, ma si sentiva così distrutto dentro che il vomito spesso sopraggiungeva e le lacrime facevano troppo spesso da compagne.
Nessuno mai si accorse di tutto ciò, quando stava tra la gente, tra gli amici o con l'amata era normale, raramente incupito o triste.
Soltanto una persona conosceva i suoi segreti e anche lei sarebbe impazzita se non l'avesse lasciato.
Caren era la sua ex donna, si amarono profondamente per anni, fino a che la follia di Buddy non fece esplodere il rapporto. Grazie a Dio rimasero buoni amici, e lei gli ripeteva sempre : "Buddy devi dispensare la tua follia a piccole dosi, non puoi farlo tutto in una volta, nessuno può neutralizzare tutto quel male assieme, contienilo per Dio."
E così lui fece sempre, nessuno poteva immaginare l'epilogo.
Era una bella giornata di sole, ci svegliammo prima dell'alba per andare a pescare e tutto prometteva bene, l'unico ritardo fu nello svegliare Buddy addormentato a bordo cesso, postumi di una sbronza, ma capitava spesso a tutti e ci facemmo una risata mentre lo prendevamo per il culo per quelle stupide mutande lerce che indossava.
La sosta al bar, durò moltissimo, Buddy spese quindici euro in tortillas: semplici alle cipolle, col prosciutto, con il formaggio. Ne andava pazzo!
Io presi da buon italiano cappuccino e croissant, sembrava più un latte macchiato che un cappuccino, ma il croissant era ottimo, almeno quello, gli altri presero tortillas e caffè pure loro. Passata una buona mezz'ora finalmente uscimmo dal locale.
Il viaggio era un po' lungo così incominciammo ad attingere dalla scorta di birre per la pescata.
Sigarette e birre, la macchina puzzava di noi, di tabacco e della birra che si appiccicava ai sedili ad ogni curva presa troppo veloce. qualcuno ogni tanto cercava riposo appoggiato ad un finestrino ma veniva svegliato rapidamente da qualche urla euforica di Buddy, "cane pazzo" lo chiamavamo era l'unica persona che conoscessi c

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