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Racconti brevi

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Piero ha le sue cose

23:30 circa di una calda serata estiva, se qualcuno lo vedesse penserebbe a un ragazzone distratto che si muove sul pianeta senza essersi mai chiesto il perché di una sola cosa, ma al contrario, mentre impugnava la pistola della pompa di benzina al self service del suo piccolo paese in collina, stava riflettendo in modo severo sui suoi ormai non più pochi 26 anni; anche in quel momento di normale vita quotidiana toccavano la sua immaginazione le folate di aria calda, il rumore della televisione accesa che arrivava dal bar del distributore che stava per chiudere, e anche una vecchia macchina passata lì vicino, una Visa marrone..., e ancora l'ultimo cliente del bar, un vecchio seduto lì fuori, con la gamba appoggiata su una sedia e la ciabatta che stava per cadere dal piede... le lucciole, a cui non faceva caso da tempo... tutto questo lo faceva pensare di trovarsi in un film, dove il regista forzava la calma prima di una scena da sussulto... ma poi ogni dubbio svaniva, era la realtà... non succedeva niente.
Salito in macchina accese la radio, con un gesto ormai inconscio e si diresse verso il pub, non aveva proprio voglia di andare a letto e terminare la giornata con zero emozioni e anche se averne grazie a qualcosa che poteva succedere in quel locale era veramente improbabile vi entrò ugualmente.

La Gina afflosciata al banco con una cannuccia in bocca fissava la televisione nell'angolo, Manuel e Alfredo giocavano a carte e poco più in là il Salvietta teneva un piccolo comizio; dall'espressione che aveva sembrava avere proprio la certezza di ciò che diceva e Piero dopo un cenno di saluto neanche troppo ricambiato battezzò il sedersi al tavolo con loro la cosa più interessante da fare. Parlavano di politica e lui che non ne sapeva tanto ascoltava avidamente cercando di farsi un idea;
Il Salvietta sbraitava contro l'attuale presidente del consiglio elencando una serie di fatti e di numeri che il governo aveva promesso e non mantenuto e non si capaci

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Il vecchio prete

Stava addosso al finestrino guardando fuori intensamente. Aveva una logora tonaca nera lunga fino ai piedi e un colletto bianco che non era proprio bianco. Appoggiato sul sedile un breviario.
Era un vecchio prete che non se ne vedono in giro da tempo.
Quando gli passai vicino si voltò, e in mano aveva il biglietto che mi porgeva. "Non importa" dissi, "se le interessa guardare fuori può farlo dalla cabina, si sieda al mio posto, vedrà un altro paesaggio" e lui non si fece pregare e si accomodò davanti. Intanto discorreva con pacata lentezza di se e del suo passato. Stava tornando a Venezia, dove risiedeva la sua famiglia e aveva preso il treno. Di solito quel viaggio - dal Polesine a Venezia - lo faceva in auto, ma non gli avevano rinnovato la patente: aveva 85 anni.
"Sono più vecchio di Cossiga" disse, e lo affermò come se l'ex presidente fosse straordinariamente vecchio.
"Cossiga è morto" dissi io.
"Oh, lo so" rispose e si rimise a discorrere della sua infanzia e giovinezza a Venezia, e di come in seguito decise di farsi sacerdote. C'era nelle sue parole una vena di nostalgia e di tristezza, ma era naturale fosse così: era solo un vecchio prete smagrito ecdi bassa statura che periodicamente tornava a casa da un posto nei dintorni di Adria.
"Ha una sua parrocchia?" gli chiesi, "una parrocchietta" disse, dove si occupava di tutto lui, compresi i lavori manuali e quant'altro, degli evidentemente modesti, edifici ecclesiastici che gli erano stati affidati.
"La mia famiglia è molto numerosa" continuò con calma parlando di essa e soprattutto di suo padre che era un ferroviere. Per questo guardava la ferrovia, i treni, i caselli con un interesse che superava la mera curiosità.
"Mio padre era soltanto un manovale, l'ultimo gradino della carriera ferroviaria, e lo fu per moltissimi anni, fino a dopo la guerra, era arrivato a provare vergogna di se stesso per non essere riuscito mai a fare un passo avanti, ma mai aveva aderito al fascismo e improvvisament

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   14 commenti     di: Ellebi


Le ultime parole

– Buongiorno.

– Fanno, 67. 80! – disse seccata la donna.
John estrasse un bigliettino dalla tasca e lo consegnò alla commessa. Sul foglietto c’era scritto:
– HO A DISPOSIZIONE SOLAMENTE 1005 PAROLE, POI MUOIO, MI DISPIACE.
– Oh... non lo sapevo – rispose allora la donna e riconsegnò il foglietto a John.
– Non si preoccupi, non poteva saperlo, arrivederci – disse John prima di uscire.

– HO A DISPOSIZIONE SOLAMENTE 998 PAROLE, POI MUOIO, MI DISPIACE.

– Che maleducato!
– HO A DISPOSIZIONE SOLAMENTE 604 PAROLE, POI MUOIO...
– Oh poverino, mi dispiace!

– Tesoro mi ami?
– Sì, Teresa ti amo.
– ZITTO, ti amo ti amo!

– HO A DISPOSIZIONE SOLAMENTE 64 PAROLE...

– John tesoro mio, ti amo, ti amo, ti amo tanto.

– Cosa farò. Come riuscirò a vivere senza di te?

– Dimmi, John, John, John!

– Mi ami, mi ami, mi ami?
– Sì.

– HO A DISPOSIZIONE SOLAMENTE 13 PAROLE...
– Mi ami, mi ami, mi ami?
– HO A DISPOSIZIONE SOLAMENTE 7 PAROLE, POI MUOIO...
– Mi ami, mi ami, mi ami?
– HO A DISPOSIZIONE SOLAMENTE 3 PAROLE, POI MUOIO, MI DISPIACE.
– Sì ti amo.

John morì tra le braccia di Teresa. Teresa lo stringeva al suo seno e non lo lasciò per tutta la notte.



Scherzose presenze

Vincitore di un concorso a cattedra per l'insegnamento di ruolo nelle scuole elementari, traguardo raggiunto dopo ben nove anni di supplenze brevi svolte nella sua regione di origine, la Campania, Felice Cannestraro di Napoli, trentaduenne di gradevole presenza, affetto da leggera balbuzie, sposato da quattro anni, era stato destinato ad una scuola del mio paese.
L'impatto con la realtà locale era stato davvero traumatico. Per lui abituato alla grande città, quel paese tanto vicino all'Africa non solo geograficamente, ma anche per le condizioni di vita che bene si potevano definire da terzo mondo, sembrava essere un castigo divino per l'espiazione di chissà quali colpe. Nessun albergo, solo bettole di infimo ordine e maleodoranti per consumare un pasto, assenza di ritrovi adatti al suo rango. Gli unici svaghi che l'ambiente offriva erano un cinema aperto solo la domenica, un paio di bar di cui uno possedeva un televisore ancora in bianco e nero ed una
di quelle case che ora hanno l'eufemistico appellativo di "chiuse" ma che allora erano bene aperte e frequentate.
Il nostro Felice rischiava di cedere al più cupo sconforto: aveva atteso e vagheggiato per anni di raggiungere la sistemazione definitiva, di entrare nella sua aula, di sedersi alla sua cattedra, di avere una scolaresca propria, ma, ironia del destino, guarda un po' in che posto doveva capitare.
Pur tuttavia, col passare dei giorni, entrato nel vivo della propria attività educativa, incoraggiato dal direttore didattico e dai colleghi, che trovava invero di una cortesia ineccepibile, cominciava ad abituarsi alla nuova situazione.
Il parroco della chiesa, cui si era presentato il giorno stesso dell'arrivo ed al quale aveva aperto il cuore e chiesto aiuto per trovare un alloggio, gli aveva procurato una stanzetta presso una anziana vedova, che gli preparava anche un pasto caldo a pranzo e cena. Il tutto dietro compenso onesto e ragionevole.
Il pensiero costante era per la moglie, una mora attraente

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   4 commenti     di: IGNAZIO AMICO


P. e N

C'erano una volta P. e N.
Non ricordavano perché si fossero conosciuti, né quando, né dove. Lui la adorava, glielo aveva confessato dopo aver fatto l'amore, la prima volta... con lei. Era una musa. Lui si nutriva della linfa che riusciva a succhiare dalla sua bocca e le suonava le canzoni. Avevano paura dei pitbull e si abbriacciavano quando non volevano scendere dal tavolo. Temevano di morire staccandosi. Quand'erano in mezzo agli altri, lui la guardava insistente, vivo, trasognato. Lei non era mai riuscita a sostenere il suo sguardo. Era troppo perfetto.
Correvano, andavano dovunque, entravano, uscivano, scappavano, fuggivano a gambe levate, ridendo. Poi si fermavano all'improvviso ma quando gli altri si voltavano a vedere dove fossero rimasti, se n'erano già andati nella direzione opposta. Di corsa. Così non avevano tempo per dirsi "ti amo", parlavano del rock e delle storie di stra-ordinaria follia, in volata, quando riuscivano a respirare. Vivevano nell'inebriante illusione di aver seminato l'oblio.

Un giorno N. è stremata dalla corsa. Strattona il braccio del suo capitano, gli guarda il petto, per la prima volta urla "TI AMO!". Si sente male. Le viene in mente la risata di suo fratello. Vuole tornare a casa.
Venticinque minuti dopo N. e P. sono in stazione, aspettano un treno. Il capostazione sta annunciandone l'arrivo. Un fischio lunghissimo, il suono più ansiogeno e appagante che abbiano mai sentito nei loro 38 anni di vita in due. P. si siede per terra, la testa nascosta tra le braccia, respira a pieni polmoni. N. corre, sale sul treno, si ferma istabile nel corridoio del vagone. Sbam, le porte si chiudono. Un secondo, lei si volta piano. P. sul binario sta già scappando nell'altra direzione.
Questa volta è solo.



Il rifugio di Emely

Il cielo è limpido e il sole primaverile riscalda l'aria.
Emely si ferma, sfila la felpa e l'annoda alla vita, poi rimette in spalla il piccolo zaino e riprende a camminare su quel sentiero che l'avrebbe condotta al rifugio, come già aveva fatto altre volte.
Contravvenendo alla regola fondamentale, oggi era sola.
Quasi sempre quel sentiero lo percorreva in compagnia, a volte di amici, a volte di semplici persone amanti delle camminate che lei contattava tramite la rete, ma quella Domenica era sola e difficilmente avrebbe incontrato qualcuno.
Un passo dietro l'altro, un respiro dietro l'altro percorreva quel sentiero che conosceva molto bene.
Ripido e sassoso all'inizio, diveniva poi più ampio e pianeggiante attraversando verdi pascoli e prati già tutti fioriti per poi costeggiare un piccolo torrente, seguendo il quale si penetra in una fitta pineta dove la parte alta delle piante forma come una specie di tetto che impedisce al sole di penetrare.
Emely, si copre le spalle e con agilità oltrepassa il torrente, sale verso sinistra e raggiunge una piccola sorgente dove sempre cambia l'acqua della borraccia.
Uscendo dalla pineta alza lo sguardo ed ecco che vede quel fabbricato rossiccio, un poco malandato quasi sempre con le finestre chiuse, il rifugio.
Quando lei era piccola, quel rifugio era però molto
frequentato, era di fatto un albergo un poco spartano ma molto accogliente.
Lo gestiva la famiglia Ammer, che anche ci abitava stabilmente ed Emely era sempre felice di arrivare lassù, perché il posto era stupendo e poi poteva giocare con Mark, il figlio quindicenne dei proprietari, un ragazzo simpatico, solare, anche lui con la montagna nel sangue e sempre pronto a far da guida alla famiglia di Emely nelle brevi escursioni.
Oqni anno passava le vacanze estive su quei monti e crescendo, fra lei e Mark si era instaurato un rapporto che andava oltre la semplice amicizia, stravedeva per lui al punto da sentirsi sinceramente innamorata, un amore r

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   4 commenti     di: alberto p


(Non) è tutto come sembra

Non è sempre stato tutto come lo conosciamo oggi, non è sempre stato tutto come lo vediamo oggi, non è sempre stato tutto, soprattutto, come lo percepiamo oggi. Secoli e secoli di filosofia, quella naturalista perlopiù, hanno investito i loro anni migliori per sviluppare il pensiero secondo il quale dalla percezione dei sensi deriva la conoscenza, come se quattro scapestrati ventenni tentassero di convincere gli anziani che il loro Interrail è foriero di molte più verità del viaggio del mondo in 80 giorni.
Omaggiato a dovere Jules Verne, e ringraziatolo per aver fornito la similitudine incipit per quello che è un altro petalo della mia antologia, poiché chi conosce il Greco lo sa, l ' antologia non è altro che una raccolta di fiori, proseguo la mia passeggiata per le contrade del sapere, e scomodo Platone, in modo che il suo Mito della Caverna funga da antitesi a coloro che si fidano troppo delle percezioni, e busso alla porta di Blake, ricevendo come accoglienza la sua massima sulle porte della percezione, perfetta sintesi della triade Hegeliana che vede come tesi e antitesi i due rami della filosofia citata.
Che i nostri sensi ci permettano di conoscere la realtà, o che siano del tutto inaffidabili, o che siano la cosa più vera che possediamo ma dobbiamo ancora appropriarcene, non è nostra intenzione sincerarcene. Ciò che a noi importa, è che vi fu un tempo in cui Ravenna e Venezia erano ostili l 'un l'altra, come il Cobra e la Mangusta, e che lungo la striscia che divideva queste capitali dell'intrattenimento acquatico vi erano svariate quanto desolate terre, necessariamente oggetto di contesa, come la siepe tra due villette a schiera comunicanti, labile confine dal quale ciascun residente può dedicarsi al suo business preferito: la vita altrui.
Potrei ora darvi dei riferimenti temporali e cronologici, come potrei smettere di scrivere e lasciare gli uni a bocca asciutta, gli altri rasserenati e liberi di tornare alle loro vite frenetiche, ma n

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   0 commenti     di: Riccardo



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Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata