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Racconti brevi

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Ricordava, Ricorda, Ricorderà

L'Aquila così maestosa volava nel cielo limpido fin quando un brutto temporale la spaventò. Impaurita cercò rifugio e non trovandolo fu colpita da un fulmine, un fulmine nero e assetato di dolore.
L'Aquila cadde giù non riuscendo più a battere le ali : era in prenda al terrore.
Faceva freddo quella notte, quella notte così buia : nemmeno le stelle c'erano a farle compagnia con la loro lucentezza.
Risuonavano boati, lamenti, pianti.
L'Aquila era distesa giù , sotto la polvere non riusciva a vedere più niente : era cieca.
Dopo poco riuscì ad alzarsi, provò nuovamente a sbattere le ali quando finalmente un giorno riprese il volo ma qualcosa era cambiato.
L'Aquila non aveva più un posto dove volare, un posto dove riposare, gioire, piangere, amare. Si sentiva sola ed anche se provava ad andare avanti c'era qualcosa che non glielo permetteva.
Ad oggi, ogni volta che ripercorre "quella" notte, riprova lo stesso sconforto, la stessa paura, anche se gli anni passano questa sensazione la tormenta.
L'Aquila però è in grado di reagire, di non mollare, e spera davvero di poter tornare a volare nel suo cielo, più forte e sicura di prima portando sempre dentro di sè tutti coloro che non ci sono più , il ricordo e la consapevolezza di ciò che ha passato che mai nessuno potrà capire.
L'Aquila Ricordava, Ricorda e Ricorderà.

6 Aprile 2009 - 6 Aprile 2014 : L'Aquila Vola.

   5 commenti     di: Lunetta


Intermezzo

- Ti passo a prendere.
- Bene, sarò giù ad aspettarti.

La macchina di Henry parcheggiò davanti il palazzo. Henry uscì dalla macchina:
- Ciao Cristina, andiamo a piedi, è qui vicino.
-Ah non sapevo - disse Cristina.
Si tenevano per mano e camminavano sul marciapiede. Non faceva freddo. Era una bella serata di fine settembre. Henry voleva farle una sorpresa e non le aveva detto dove andavano.
Cristina suonava il flauto alla filarmonica della sua città. Henry faceva lo scrittore, e non aveva ancora pubblicato niente. Cristina non sapeva come Henry campava (il non sapere come Henry campava non la disturbava).
Henry piaceva a Cristina, Cristina piaceva a Henry. Si conoscevano da qualche settimana; a lei e anche a lui, quel rapporto andava bene; più che una passione era nata tra loro una amicizia. Facevano all'amore e si erano scambiati tra loro confidenze.
Camminavano in silenzio. Cristina non faceva domande e anche Henry non parlava.
- Domani partirò con il gruppo della filarmonica all'estero per una tournee di due anni - pensava Cristina - (glielo dico a Henry?)
- Domani mi ucciderò, ho già comprato una lunga corda solida - pensava Henry - (glielo dico a Cristina?)
Arrivarono davanti ad una libreria. La grande vetrina della libreria era illuminata.
- Eccoci arrivati - disse Henry.
- Hai finalmente pubblicato un libro, vero?
- Sì, è esposto proprio qui; in centinaia d'altre librerie in tutto il mondo, anche.
- Oh caro, che sorpresa! Dimmi, dimmi, mostrami il tuo libro.
- È quello lì! - Henry indicò con l'indice il libro.
- "Cristina e i gatti." - lesse Cristina, poi ripeté: - "Cristina e i gatti?"
- Sì. "Cristina e i gatti."
- "Cristina e i gatti", di John Millner?
- È il mio pseudonimo.
- Perché mai ti sei firmato così? - chiese Cristina - di cosa tratta il tuo libro?
- È una sorpresa. Volevo solo mostrarti il libro, ora andiamo al ristorante, siamo in ritardo, dai andiamo.

John Millner, nel frattempo, sull'altro emisf

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Petit fleur

Chissà perché infilò la stretta scala che portava in soffitta.
Non le piaceva quel luogo pieno di cose inutili, polverose, buttate a caso.
Quel giorno invece sentì forte il bisogno di entrarvi, di guardare, di ritrovare il suo passato, di farsi mordere dai ricordi.
Mucchi di giornali ingialliti, scatoloni con vecchi libri di scuola, la carrozzina dei suoi figli, scarpe sparse qua e là...
Su di una cassapanca impolverata il giradischi a valigetta Europhon di color verdino spento, e vicino la pila dei dischi in una busta di plastica.
Scese le scale, spolverò il giradischi, alzò il coperchio, attaccò la spina, fece scattare il braccio e il piatto partì.
Funzionava.
Il loro disco... cercò nella pila... finalmente lo trovò.
. Le note del pezzo si diffusero nella la stanza: Petite fleur di Sidney Bechet
. Il suono triste e malinconico, a tratti struggente, la prese, e le parve di trovarsi ancora fra le braccia del suo Stefano.
Chiuse gli occhi.
Sentì il suo strano odore di mandorle amare, il suo calore, la guancia che premeva sulla sua.
Il ricordo si fece intenso, acuto, le note evocavano momenti indimenticabili di gioia e spensieratezza... poi il distacco improvviso, doloroso, amaro.
Il pezzò finì, il braccio a fine corsa fece un secco clic e il disco si arrestò.
Una folata di vento gonfiò la tenda che andò a lambirle il viso, quasi una carezza dolce...

   0 commenti     di: Sergio Celetti


La coppia perfetta

I due a quel tavolo potevano essere interessanti. Lei sui ventotto, lui sui trentacinque. Lei carina, capelli biondi, probabilmente tinti, alta, slanciata, un bel seno non troppo pronunciato, bei denti. Sembrava immusonita, stava a testa china sul piatto, ogni tanto mandava giù un boccone masticato e rimasticato. Lui le stava parlando animatamente, a voce bassa. Lei faceva di si o di no con la testa. Non sembrava convinta di quello che le stava dicendo l'uomo. Decise che questa sera si sarebbe occupato di loro. Diresse l'apparecchio verso il tavolo a cui sedeva la coppia. Era anche fortunato: tra il suo e il loro posto non c'era nessun ostacolo. Lui aveva terminato di mangiare, lei aveva avanzato quasi metà della pizza che aveva nel piatto e stava cercando qualcosa nella borsetta. Si soffiò il naso con un fazzolettino di carta, mentre lui si alzava per andare a pagare alla cassa. Appoggiò le posate sul piatto e finì di bere quel poco di birra che era rimasta nel boccale. Era diventata calda e gli diede un senso di disgusto. Il conto lo saldava sempre all'entrata, prima di sedersi al tavolo: una pizza margherita e una birra media, alla spina. Era un cliente regolare: frequentava quella pizzeria già da qualche anno e conoscevano le sue abitudini. Uscì a passo svelto dal locale: nel parcheggio si sedette nella sua auto, in attesa. Aveva inserito la chiave di avviamento, ma non aveva acceso il motore. La coppia uscì qualche minuto dopo. Si tenevano un po' discosti uno dall'altra, segno che non si erano ancora riappacificati. "Bene!" pensò "questi sono perfetti." Attese che la loro auto uscisse dal parcheggio, accese il motore e la seguì. Aveva anche annotato il numero di targa, poteva sempre servire, nel caso avesse perso il contatto. Tastò la tasca della giacca dove aveva riposto l'apparecchio: "Lo sentirò a casa, quando rientro." Si tenne ad una distanza di sufficiente a non dare sospetti. Il traffico era scarso e non era difficile tenerle dietro. Sapeva

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Estremi che si sfiorano

La piccola spiaggia di sassi si era ormai abituata alla silenziosa presenza di quell'uomo anziano il quale, col sole o con le nuvole, tutti i giorni dell'anno si accomodava sotto il salice piangente, facendosi sfiorare dalle sue fronde mentre queste ondeggiavano, cullate dalla brezza, come se stessero per tuffarsi in acqua. Le onde, rese dense dal gelo invernale, accendevano i colori sbiaditi dei sassi, accarezzando le radici di quell'albero solitario, nel loro armonico pulsare in sintonia con i battiti del cuore del lago.
La solitudine, in quell'ansa del mondo avrebbe regnato indisturbata, se il Mistero silenzioso non avesse deciso altrimenti.
In un freddo mattino la spiaggia vuota si animò di vita, per l'arrivo di un gruppo di anatre che si fermarono a chiedere delle briciole, in cambio della loro bellezza.
Un bambino da lontano le vide, e le avvicinò di corsa, sbocconcellando loro del pane che teneva tra le mani.
Con la coda dell'occhio il bambino sbirciò il vecchio e il salice, e gli parvero elementi di un quadro vivente che attendeva l'allegria di un fanciullo, così si aggiunse a quella incantata presenza, senza che la tristezza potesse opporvisi.
Sarebbe stato facile immaginare quale, tra i colori di quel quadro, si sarebbe opposto alla depressione emanata dall'immagine.
La qualità del silenzio è conosciuta solo dalle ragioni che le parole hanno per tacere, ma il bambino non aveva ragioni da aggiungere al silenzio e salutò l'uomo, i cui occhi cercavano di mettere a fuoco, nascosti dietro le sottili fessure delle palpebre, i motivi che avevano allontanato un tenero affetto.

— Ciao— disse sottovoce il bimbo, senza disturbare l'uomo con lo sguardo

— Ciao— rispose questi, in risposta al calore della spontaneità

— Cosa stai guardando? — continuò il piccolo, questa volta fissando i ricami delle rughe che si erano animate nel rispondergli

— Cerco di ricordare il volto di mio figlio, che non vedo da tempo—

— È partito

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   0 commenti     di: massimo vaj


La collana della prima comunione

Odio da sempre la collana della mia prima comunione. A poche centinaia di metri da casa si trova uno di quei compro oro che sembrano delle bettole in cui la gente disperata va a vendere le cose di una vita. Così decido di andare a farmi valutare l'odiato monile. Sono le sette di sera e il traffico sembra concedere istanti di tregua, un lieve odore di camelie e gelsomini si diffonde nell'aria pesante.

Prima di attraversare la pericolosa rotatoria, riesco a vedere le vetrine oscurate del compro oro, la mia collana ha i minuti contati e qualunque sia la cifra che lo strozzino mi offrirà, io la accetterò senza remore.
Faccio per salire sul marciapiede, ma qualcosa colpisce la mia attenzione, qualcosa di diverso, non che ormai non sia abituato a tutte le schifezze che si possano vedere sulla faccia della terra ma questa cosa... una luce abbagliante si riflette sulle losche vetrine del compro oro, tanto che i miei occhi ne rimangono accecati.

Faccio per guardare la cosa, ma ancora vedo a pois, riesco a capire che si tratta di un essere vivente, una lucertola o un pesce forse, naturalmente morto. Un pesce? Cosa ci farebbe un pesce sotto al marciapiede? Caduto forse dalla borsa della spesa? Chissà...
In fondo chi se ne frega, il mio obiettivo adesso è liberarmi dalla collana che non ne posso più di averla tra i coglioni da quando ero solo un bambino.

Dopo qualche passo, ritorno indietro. La vista mi si è schiarita e riesco a vedere l'animale in un modo completamente diverso. Non è un pesce e neanche una lucertola, ne sono sicuro. Ma cos'è? Un senso di profonda sofferenza emana dal suo corpicino allungato, la sua pelle maculata e liscia tende al grigio, dagli angoli della bocca si diramano dei tentacoli della lunghezza di circa tre centimetri. Ormai la collana e il compro oro sono solo un lontano ricordo.

Un'idea folle attraversa la mia mente incuriosita: prendere il misterioso corpicino e portarmelo a casa, studiarlo con calma ma per fare ciò mi serv

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   3 commenti     di: vincent corbo


Ispirazione in prima linea

Mille miliardi di cellule stavano facendosi, come d'abitudine, i cazzi loro, quando il fastidioso strillare della luce rossa catturò l'attenzione di tutti, persino delle cellule intestinali, inchiodandola alle proprie, faticose, responsabilità.

— L'Ispirazione è sulla linea di partenza! Tutti si preparino alle manovre di lancio! —

La reazione fu immediata, perché quando il corpo sotto allarme è quello di uno scrittore... ogni distretto cellulare è stato allenato all'imprevisto da una moltitudine di esercitazioni. Chi scrive lancia quotidianamente allarmi fasulli che avvisano di prepararsi all'arrivo di un'ispirazione che, contrariando le aspettative di tutti, arriva quando pare a lei. Così, i mille miliardi di cellule, escluse quelle del distretto intestinale che in quei frangenti devono faticare a chiudere il boccaporto, si ritirano deluse dedicandosi alla loro principale occupazione: pulsare noia diffondendola all'intero organismo.

— Questa non è un'esercitazione!
— Ripeto: questa non è un'esercitazione! —

A queste ultime parole persino il cervello dovette rassegnarsi ad alzarsi dal suo giaciglio, distogliendo la sua attenzione da apprensioni talmente dannose, da sembrare previsioni giustificate.

L'Ispirazione, intanto, si faceva massaggiare i muscoli dal pensiero, che sempre rispetta le idee dalle quali è messo in movimento, perché non le comprende mai del tutto.

Finalmente calda e matura l'intuizione scattò improvvisa, presentandosi in tutto il suo splendore inatteso di fronte all'attonito pensiero che, col suo esercito di neuroni solitamente dediti alla soddisfazione di sé, si trovò nella stessa condizione di un generale al comando di un plotone di boy-scout destati da un urlo alle tre del mattino.
La mente, arma impropria dell'intelligenza individuale, quando deve decodificare attraverso l'Intuire interiore i tentativi fatti dall'Intelligenza universale di trasmettere l'inconoscibile, trema d'inettitudine, e finisce

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   0 commenti     di: massimo vaj



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