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Racconti brevi

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Clementina

Aveva gli occhi come il cielo settembrino in una giornata di tramontana, gli stessi che aveva trasmesso ai quattro figli rimasti orfani prima del previsto; come ci fosse un tempo giusto per esserlo.
La sua specialità era la pasta ai formaggi; mi divertiva vedere i fili che si allungavano come prolungamento degli spaghetti.
L'ho sempre vista molto anziana, con occhiali spessi quasi da uomo, senza vezzo.
L'ultima cosa che ricordo di lei furono i calzettoni di lana, che faceva a noi nipoti, dai colori accesi: rosso, verde, giallo, blu, con un doppio rigo di colore diverso al bordo, in contrasto con la sua vita ormai scolorita nella casa di riposo.


Centodieci familiare



Il ritorno di Debra

Il telefono squillò.
Robert alzò il ricevitore: – Pronto.
– Ciao, Robert.
– Chi è?
– Robert, sono Debra!
– Io non sono Robert.
– Oh, mi scusi. – Debra riattaccò.
Il telefono squillò ancora sette volte.
– Pronto – disse Robert.
– Robert? – indugiò Debra.
– Qui non c’è nessun Robert.
– Ma Robert, che ti prende?
– ...
– Robert!
– Perché mi hai chiamato? – disse infine Robert.
– Oh, è un po’ di tempo che volevo farlo.
– È meglio che non ci parliamo.
– Ma Robert, sono due anni che non ci sentiamo.
– Beh, le cose stanno così.
– Dimmi almeno come stai?
– Bene. – Robert cominciò ad agitarsi.
– Mi sei mancato, Robert.
Robert non rispose. Il petto gli faceva male. Poi disse:
– Cosa c’è?
– Non rimango a lungo in città, Robert.
– ...
– Ho pensato che potremmo incontrarci... per un caffè magari.
– Per piacere riappendi e lasciami in pace.
– Come vuoi. Ciao!
Debra aveva riappeso.
Robert abbassò la testa e strinse il ricevitore all’orecchio. Chiuse gli occhi, aspettò, ascoltò il suo cuore e serrò gli occhi maggiormente e poi abbassò il ricevitore.

– Ti ringrazio di essere venuto – gli disse Debra.
– Sei sempre più bella – le disse Mike.
– Prendi un caffè?
– Sai che non bevo caffè, Debra.
– Oh, dimenticavo...
– Un bicchiere d’acqua mi andrebbe bene – aggiunse Mike guardandosi intorno.
Debra aprì il minibar e estrasse una bottiglietta di acqua minerale.
– Sei sicuro che non vuoi dell’altro?
– Senti Debra, perché mi hai chiamato?
– Ho voglia di fare all’amore con te, Mike.
– Ritorni dopo due anni, cerchi un motel e vuoi farti scopare?
– Mike, che ti prende?
– Non sarei dovuto venire.
Mike si diresse alla porta.
– Mike!
– Lascia stare... – Mike aprì la porta.
– Aspetta Mike!
– Mi dispiace Debra. Addio. – Mike uscì e chiuse dietro di sé la porta.

– Debra, non credo che sia una buona idea

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L'arcobaleno a rotelle

Che giornata, quella di Venerdì!
Dopo la terapia antalgica in ospedale al mattino, nel pomeriggio, come a voler riprendere le posizioni perse, il Dolore ha contrattaccato con violenza. Un assalto su più fronti, devastando e torcendo budella e visceri; acquisendo nuove tattiche offensive, ha disperso i suoi nemici e riconquistato il mio corpo. Solo il cervello era attivato a cercare una ragione, una soluzione, una tregua, un compromesso, un armistizio o, almeno, un momentaneo cessate il fuoco per raccattare i brandelli delle illusioni, lasciati in pasto alla realtà.

Daisy, innamorata com'è, mi guardava con occhi impotenti ed acquosi e seguiva ogni mio passo, come fosse in grado di reggermi, se fossi crollato a terra.
Mi sono chinato a fatica per gratificarla e rassicurarla. Lei ha alzato la coda ed inarcata la schiena, quasi fosse un gatto, e ha posato il capo riccioluto e morbido sulla mia gamba. L'ho accarezzata a lungo, inginocchiato, pensando a quanto mi costasse muovere i muscoli contratti e disobbedienti. Mi sono sollevato pesantemente e portato le mani dietro le reni martoriate: "che vita di merda", fu il pensiero sconfortante.
Di là, dove le persone sono vive, le mie donne discutevano con animosità; non importa per quale motivo, uno qualunque è sufficiente per non venirsi mai incontro. Nella zona limbica dov'ero confinato, una sorta di terra di nessuno tra le frontiere della Vita e della Morte, mi pareva fosse vanificato ogni tentativo di rilassamento, qualunque tecnica tentassi - e ne conosco molte -; mi occorreva silenzio, pace, colore... ecco, si, mi mancava colore: cromoterapia, si può provare! Ma non c'era che grigiore attorno e grigio scuro era anche la macchietta che mi zampettava intorno. "Povera Daisy" pensai, mentre gli altri due cani sonnecchiavano indolenti, "anche tu avresti bisogno di un po' di colore e di calore... fa'nculo tutto! Anche il Dolore!": "Andiamo Daisy, dai!". Mi vestì in fretta, presi in braccio il cane e, senza dir

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   2 commenti     di: Marcello Caloro


Parole e nuvole

Finiti i compiti avevo l'abitudine, con la bella stagione, di sedere fino all'ora di cena, sul gradino di marmo della portafinestra.
Si abitava in collina e da quel poggiolo coglievi una Genova che ti si offriva generosa dalla Foce alla Lanterna, sere in cui tramonti d'uva fragola matura si allungavano da Portofino a Capo Noli, bastava un temporale per avere la magia, fatta colore, di un arcobaleno; a primavera la balaustra di ferro veniva sfiorata dalle ali delle prime rondini che, tornate ai nostri cieli, stridevano a coprire il rumore dei pensieri di chi, come me, stava naso all'aria a contemplare il cielo.
A seguire le nuvole.
Non ricordo quando è stato che il mio anziano vicino cominciò a leggerle - le nuvole - a voce alta, a tempo con il cigolio del dondolo su cui sedeva sul suo terrazzino, anticipandomi le forme diverse in cui si sarebbero trasformate e individuando, volta a volta, sagome di continenti, profili umani e criniere di leone o code di cavallo che si rendevano manifeste nell'azzurro sovrastante.
Timida, non dicevo nulla ma, da quella prima volta in poi, sul finire del pomeriggio, mi accoccolavo con la schiena appoggiata al muro in impaziente attesa.
Delle nuvole e delle parole del mio compagno di giochi.
Anni dopo, quando già non abitavo più nella casa dei miei genitori, seppi che il vicino, non più autosufficiente, era stato trasferito in una casa di riposo e che più tardi era trapassato a miglior vita. Da quel momento ho saputo che, quando alzo gli occhi e scorgo nuvole nel cielo, ce ne sarà sempre una che si muta in un profilo gibboso con la punta di una barba volta in avanti: è il suo modo di continuare a giocare con me.



La bella Deanna

Enrico incontrò Deanna e lì per lì s'innamorò. Deanna vide Enrico e di Enrico subito si dimenticò.

“Pronto?”
“Ciao Deanna, se tu solo sapessi come mi ha fatto piacere conoscerti.”
“Chi è al telefono?” domandò Deanna.
“Sono Enrico, ci siamo incontrati questa mattina!”
“Enrico?”
“Enrico. Ero con Antonio e Stefano, giù al porto.”
“Ah sì, Antonio e Stefano pure, sì...”
“Beh, ho pensato di telefonare, ” disse ancora Enrico.
“Hai fatto bene Enrico.”
“Non s'incontrano spesso persone come te.”
“Cosa vuoi dire?”
“Mi sei subito piaciuta, vorrei conoscerti meglio Deanna.”
“Grazie per il complimento, ma non credo…”
“Senti, che ne diresti di una pizza?”
“Ho già mangiato grazie. Un'altra volta, forse.”
“Non ti ricordi di me, vero?”
“Sì sì, certo; giù al porto questa mattina, eri con Antonio e Stefano…”
“Io dovevo finire con il mio lavoro... altrimenti sarei venuto volentieri con voi.”
“Ah, peccato; ci siamo divertiti un mondo alle giostre...”
“Ci possiamo rivedere Deanna?”
“Certo Enrico, chiamami settimana prossima.”
“Sì, Deanna, mi ha fatto piacere parlarti.”
“Pure a me, ciao Enrico.”
“Ciao ciao.”
“... Enrico? ”
“Su dai Antonio, mettimelo in bocca, adesso.”
“Enrico?”
“Hmm... era con voi, che ne so io. Stefano! non fermarti, infilamelo dentro di più. Più forte accipicchia.”

Enrico entrò in doccia e strofinò per bene la pelle con acqua e sapone; dopo una giornata di lavoro il puzzo di pesce gli rimaneva addosso. Insaponò per bene il petto, la pancia, i fianchi, le cosce, poi le palle e il pene e incominciò a masturbarsi.



Senza Naso - Parte 1

Edgar era un ragazzo di 18 anni, capelli neri, occhi verdi, una voce pesante ed un'anima irrequieta.

Edgar, però, era diverso.

Edgar era nato senza naso.

Non aveva subito operazioni chirurgiche, non aveva avuto difficoltà durante la nascita, non aveva problemi respiratori. Era semplicemente nato con il viso anche tra gli occhi e la bocca. A guardarlo non sembrava neanche troppo strano, il suo aspetto era perfettamente naturale. Solo fissandolo si cominciava a notare qualcosa.

"Cazzo, ma quello non ha il naso"

Quante volte aveva sentito questa esatta frase mentre camminava per strada. Era solito indossare un naso da pagliaccio, giusto per sembrare pazzo piuttosto che deforme, ma il travestimento non funzionava molto. La gente cominciava a prenderlo in giro, senza nemmeno mostrare la pietà che invece di solito si riserva a chi, poveraccio, è nato diverso da noi. Aveva provato a trapiantarsi un naso altrui, aveva anche trovato un donatore. L'operazione era durata parecchie ore, al termine delle quali i dottori era usciti trionfanti dalla sala operatoria:

"Signora, suo figlio ora ha un naso. Sarà difficile per lui riuscire a sopportare gli odori, inizialmente, ma entro un anno sarà tutto perfettamente normale. Gli dia queste pasticche"

L'unico odore che Edgar riuscì a sentire fu l'odore di merda, della sua merda che si era fatto addosso durante l'operazione. Appena sveglio, ebbe giusto il tempo di assaporarla. Tempo due minuti ed il suo naso era caduto a terra, e sul suo corpo neanche il segno di una cicatrice. Suo nonno non ebbe nemmeno il tempo di rubargli il naso, vivendo la battuta che avrebbe potuto raccontare per anni, giù al bar.

Forse fu questo che spinse Edgar a farlo.
Forse fu questo a convincerlo.
Una ragazza una volta si innamorò di Edgard. Portava sempre quel suo bel naso rosso da pagliaccio, non poteva spaventarla poi così tanto. E lei, beh lei era spaventosamente bisognosa d'affetto. Durò poco. Dura sempre poco quando

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   0 commenti     di: konis


L'appuntamento

Non devo pensarci.
Ecco, stanno aprendo la porta, sento gli scatti della serratura, mi sembra di vederla quella chiave, che gira, lentamente...
Voglio pensare a quando eravamo ragazzi, a quando era estate... il mare...
Elisabeth... quanto eri bella! Quando ti vedevo non capivo più niente, mi sembrava di stare sulle montagne russe... ti amavo Elisabeth, quanto ti amavo...
Invece hai scelto Lucas.
Sento i passi, lenti, monotoni, inesorabili. Stanno girando l'angolo, sono quasi arrivati.
"Sei strano Bill" mi dicevi "tu mi piaci molto, lo sai, ma sei strano, non so... a volte mi metti paura". Te ne sei andata, Elisabeth, con quel ridicolo Lucas...
Sono rimasto solo.
Ti ho cercata, Elisabeth, ti ho cercata...
Si sono fermati proprio qui, qui davanti a me.
Non li ho mai visti così compassati, così rispettosi.
Sì, sì, ora vengo.
Ecco, ora stiamo andando. Ho un appuntamento, devo essere puntuale.
Lei non può aspettare.
Quante volte ho pensato di averti ritrovata, Elisabeth, invece era solo una piccola sgualdrina. Quanto erano volgari, come ho fatto a sbagliarmi, come ho potuto pensare che fossi tu?
Siamo arrivati, c'è parecchia gente. Che facce però, mettono paura.
Non lasciatemi solo in mezzo a queste persone.
Sento il loro odio.
Le ho sistemate tutte, sai Elisabeth, quelle che più volevano assomigliarti.
Erano oscene, si dimenavano, facevano finta di godere...
Gli ho tolto la tua faccia...
Sono entrato in una stanza. Siamo in tre, io e altri due, mi fanno distendere su una specie di poltrona. Sto bene qui, sono calmo.
Quella strana gente continua a guardarmi, sempre con quegli sguardi. La porta si è richiusa, se ne sono andati, sono solo qui dentro.
Mi hanno messo qualcosa sul braccio. Non riesco a vedere.
Forse un tubo.
Mi fa male.
È successo qualcosa.
La loro espressione è cambiata, mi guardano diversamente.
Forse non mi odiano più.
Qualcosa è entrato nel mio corpo.
Non sento più dolore.
Ho un appun

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