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Riflessioni

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Vuoto in testa

Un elastico giallo che si allunga e si accorcia in continuazione, tenuto in tensione dalle due mani;
un elastico che viene lanciato contro il soffitto e poi ripreso al volo... ripetutamente, dadue ore a questa parte.
Ho imparato a memoria la conformazione di ogni singola venatura del mio armadio. Forse è l'ora di cambiare orientamento degli occhi... Anche se in verità, non lo stanno fissando per niente...!
E chissà cosa stanno guardando, lì, persi nel vuoto... Assenti. Già... assenti...
Intanto Martin Taylor suona in sottofondo. Indisturbato. Nello stereo.
Cosa suoni però non l'ho ancora capito... Ho perso il conto delle canzoni. Quante canzoni si potranno ascoltare in due ore? Bah, non ho voglia di fare il conto.
Note su note, si accumulano; andando a ingolfare la mente... i pensieri...
Così si potrebbe dire che "ho solo il jazz in testa"... e invece... Boh.
Non so nemmeno io cosa ci sia nella zucca...
Capelli. Quelli di sicuro. Anzi, per la precisione loro sono "sulla" testa...
Ma il resto...? Non lo so...
Anche un elastico che parte verso il soffitto, infondo, è qualcosa che ho "sopra" e non "dentro" me... Quindi non è nemmeno l'elastico.
Esiste il detto "avere il sale nella zucca" ma non penso di avercelo mai messo... A quale scopo poi? E allora non lo so. Non so davvero cosa ci possa essere...
Una TAC forse sarebbe la soluzione migliore... Potrei scoprire finalmente cosa occupi la mia mente.
Mmh... Ci penserò su.
Speriamo che un esame del genere mi aiuti a capire cosa stia succedendo meglio di due ore spese a lanciare un elastico contro il soffitto, ascoltare jazz e fissare il vuoto, facendo finta di studiare le venature dell'armadio... come sto facendo anche adesso trall'altro...
Già. Forse è meglio una TAC.
Ci penserà su. Forse...
Ma adesso scusatemi, devo riafferrare l'elastico giallo al volo, ascoltare jazz e fissare il vuoto, facendo finta di studiare le venature del mio armadio per almeno altre due ore...

   0 commenti     di: Iacopo M.


Chi siamo? Dove andiamo?

pubblicata da Claudio Bertucco il giorno domenica 11 settembre 2011 alle ore 13. 16
Andai dal parroco a proporgli il dilemma. Caro ragazzo disse:non menar il can per l'aia, e qualcosa d'altro. Io sono un prete di campagna con il dubbio di tirar a sera e poter desinare. Rivolgiti ad Ismaele il guru sulla montagna. Ascoltato il consiglio mi avviai su per i monti. Trovai il santone tra capre e pecore intento a rosolar spiedini. Con ancora il fiatone cosi a lui mi rivolsi:A dotto'chi si e' dove si va'. Non ci ho mai pensato, rispose il santone. È una vita che sono quassù. Siamo io e te e' se vuoi: andiamo a pascolare le pecore. La risposta non mi convinse. Salutai e me ne Andai. Sulla statale intravidi la Gina, donna con superba esperienza. Aveva tacchi altissimi. Un vestitino leopardato. Normalmente non portava gli slip e come ti avvicinavi già gli dovevi 5 euro. Superfluo dirvi che per il trucco andava dal Toni il muratore che comunque ci sapeva fare. Chi siamo dove andiamo? Con 30 euro andiamo dietro nel bosco e poi ti dico il resto. Scombussolato uscii dal bosco non sapendo più chi ero. Non ci dormivo più. Avevo sentito di una zingara che leggeva le carte e il futuro. Non la trovai in biblioteca ma al campo nomadi. La. Irma aveva una bandana a mo di lenzuolo che la fasciava. Il vestito era colorato d'unto. I nei sul suo volto massiccio sembravano castagne messe lì d'ornamento. Il donnone fumava un sigaro dal fumo acre che nascondeva la mancanza della doccia. Cosi si rivolse a me. Nel tuo futuro ti vedo più leggero e so che non andrai lontano! La donna onesta non volle soldi per la consulenza e me n'andai. Non trovavo più il portafogli e mi era sparita la macchina. Cosi m'avviai a piedi. Gli anni passavano l'enigma non aveva soluzione. Un giorno freddo dove gli alberi si spolverano di brina e i dolori ti ricordano l'età, incontrai uno strano signore. Occhi stralunati un ghigno di malaffare, un mantello nero. Dinoccolante e zoppicante si trascino a me. So de

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Un incontro speciale

La prima volta che ti vidi mi accorsi soltanto della tua voce che tuonava nella grande sala rotonda, stipata di gente che non conoscevo.
Dal posto dove ero seduta, a fianco di un'amica che aveva accettato il mio invito a venire all'incontro, riuscivo a vedere le tue ginocchia che battevano sotto il tavolino, ogni volta che un concetto enunciato si rafforzava con il volume e l'intensità del tuo dire.

Si trattava di energici richiami alla vita cristiana.
Poi cercai di non lasciarmi distrarre dalle tue gambe e mi misi attenta alle cose difficili che spiegavi.

Usavi parole specifiche della materia teologica ma il tuo modo forte di spiegare, con fughe ampie che aprivano incisi lunghi che potevano durare anche un quarto d'ora di ininterrotta divagazione, rendevano le nostre meningi tese e surriscaldate.

Capivo che quanto dicevi era farina del tuo sacco, non avevo mai sentito nessuno annunciare Cristo così! Capivo che era esperienza, che quello che dicevi era vero.

Con un po' più di tempo mi accorsi che ciò che insegnavi non era soltanto etica cristiana, ma era una proposta, un invito concreto a vivere nella quotidianità, tutti valori, le regole, le norme, che le istituzioni, a noi ignoranti e tardivi, raccomandavano di vivere nei luoghi della nostra vita abituale, nelle nostre famiglie, sui luoghi del lavoro, in ogni istante della giornata, perché il significato del mangiare e del bere, del lavorare o del dormire era uno solo: Cristo!
Ma mano che le tue parole si adeguavano al modo comune di pensare esemplificando le applicazioni del discorso filosofico (così allora credevo) alla realtà della vita, incominciai a comprendere che, facendo le debite distinzioni ed il doveroso non confronto, parlavi di cose che conoscevo e che senza badarvi troppo, da sempre vivevo.

Mi nacque subito dentro una simpatia, una piacevole attrattiva che mi era destata soprattutto da quell'immenso contenuto che era dentro di te e che usciva dalla tua bocca come un

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   0 commenti     di: Verbena


Le rapide

Navighi tranquillo nel fiume di casa tua, ormeggi beato nei meandri della felicità.
Poi d'improvviso il corso si fa più veloce, e vivace il navigare.
Cozzi con la tua piroga contro rocce affioranti, schivi i risucchi, sobbalzi veloce nell'acqua spumeggiante.
La corrente si fa tumultuosa, trascina la tua canoa tra gli anfratti della roccia e le balze della corrente impetuosa: fatichi a governare il timone e le rapide si fanno sempre più ruggenti.
Il fragile kayak, tra piroette e sobbalzi, sfiora rocce taglienti, tra spruzzi accecanti e boati fragorosi prosegue la sua folle corsa verso l'ignoto.
Un botto improvviso e la piccola imbarcazione si sfascia contro un'ostacolo affiorato all'improvviso.
Tra mille difficoltà, sballottato dalle gelide acque, affronti distrutto l'ultimo tratto del fiume.
In un attimo la corrente s'acquieta, tutto sembra più calmo, poi improvvisamente accelera vertiginosamente e, con un grande balzo nel vuoto, vieni risucchiato dal fragore della sottostante cascata: "Il Salto Ángel" (*).

(*) È la cascata più alta del mondo, si trova in Venezuela (n. d. r.)



Pensieri stonati

Son giorni ormai che difficilmente mi va di parlare, a volte capita anche a chi, come me, di parole da offrire ne tiene sempre tante. Se solo un attimo mi fermo ad ascoltare tutti questi silenzi che fanno rumore nella mia testa, sembrano come tante carrozze di un treno merci, di quelli pieni di spifferi con i pacchi accavallati su scricchiolevoli casse di legno, insomma un fracasso bello potente.
Allora inizio a dar forma di parola a tutti quelli che io chiamo "pensieri stonati", sono un'insieme di numerose emozioni che t'investono anche se non vuoi. Mi domando sempre perché . Io sono sempre quella dei perché e dei come, vorrei almeno una volta dar spazio ai se ed ai forse, invece non mi riesce...
Che cazzo di periodo di merda, una vita ad inventarti uno straccio di lavoro, e se dico inventare abbraccio tutto il termine non lasciando indietro neppure il puntino della i. Lotti, paghi, sei onesta, rispetti tutto e fai pure di più, il risultato è che sei sempre l'ultima ruota del carro, arrivi e devi sorridere a tutti, non ti puoi permettere di dire niente a chi non gli frega nulla se per te quello è lavoro. Grazie alla prossima volta, sei sempre dietro una vetrina ed offri il tuo sudore, i tagli alle mani e le scottature, la schiena, la vista, l'inventiva, la passione, tutto ciò che un artigiano nella sua arte può offrire tu lo dai, e poi... mi verrebbe voglia di spaccare tutto, prendere un martello e fare un gran casino, magari poi mi ricoverano, mi faccio interdire, così un minimo di sostentamento per comprare i calzini a mio figlio quando gli cresce il piede li avrò ... e vaffanculo dio denaro che non mi frega nulla di te. L'importante e che ci sia la salute mi dicono! Si, col cazzo puoi permetterti d'ammalarti, mica io sono onorevole che mi passano tutto gratis. Ma non voglio darla vinta a chi ha sempre avuto tutto facile, difficilmente mi lascio abbattere ed ora meno che mai posso permettermelo. Continuerò a lottare fino all'ultimo spiraglio di luc

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   8 commenti     di: Teresa Tripodi


Prato

Silenzio tutt'intorno, interrotto solo dall'abbaiare lontano di un cane.
Distesa sul prato osservo il camminare frettoloso delle formiche, a volte fastidiose, quando corrono sul corpo.
Una leggera brezza toglie la calura di queste ore pomeridiane.
In questa quiete la mente vola, i pensieri incalzano e ti vedi in un luogo diverso, quello del tuo voler vivere.
Luogo dove ti ritrovi spesso, quando chiudi gli occhi.
Dove non esistono le parole: "non puoi amare", dove il giorno sorridi al sole e la notte accarezzi la luna, sfiori le stelle.
Tuto sembra esser a potata di mano perchè il tuo cuore è aperto all'amore.

   3 commenti     di: Sole Luna


PIOVE

Piove! Entro in un bar, cappuccino e cornetto, giornale gente intorno a me, profumi “puzze” tintinnio di cucchiaini, bicchieri sporchi e nessuno mi guarda, anzi nessuno guarda l'altro e piove! Sono appena le nove e non ho ancora deciso cosa fare di questa giornata. Le unghie mi sono ricresciute, a casa dovrò tagliarle. Spero di non dimenticare l'ombrello in questo bar. Ad esser sinceri non solo l'ombrello lascerei in questo bar. Arriva una coppia infreddolita e chiede due caffè. Lei minuta biondina e occhi troppo grandi per quel viso così piccolo, perchè sono così grandi? Che cosa vedrà che io non vedo? Lui alto, mani in tasca, occhi assonnati e scarpe sdrucite. Arriva il caffè ed entrambi bevono e si guardano intensamente ed anche gli occhi di lui si fanno grandi negli occhi di lei, ecco guardano l'amore di tutta una notte, e di tante notti ancora, ecco cosa vedono, ed io mi rassereno, mi tranquillizzo e vado via con l'ombrello e tutta la mia vita nel bene e nel male.

   4 commenti     di: Anna Ferrara



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