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Saggi

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Il dinamismo virtuale e l'Entità cosmica in Noi

Il dinamismo virtuale, è l'esatto opposto del dinamismo "Herberthiano". L'illustre matematico fu uno dei più grandi esponenti del dimamismo cosmisco, non del dinamismo dell'uomo.
Il dinamismo, è accettabile, nei parametri di un'esistenza epistemiologica. È la Terra che si muove intorno all'uomo... Non viceversa.
È risaputo dalle accertate terorie Copernicane che, se l'Essere umano, oltrepassa, i limiti della Umana coscienza, cade meccanicamente, in un vortice, che lo porta inevitabilmente in un processo di involuzione.
Non è la mente umana, artefice del progresso ma la visione dell'Uomo, nell'ampiezza, della sue vedute.
Il poeta, romanziere e chimico Johann Wolfgang von Goethe, era solito dire: "La Cultura non è un movimento Eliocentrico asincronico, ma la legge dell'uomo che segue il ritmo e le fasi delle stagioni (maree e fusi orari, equinozi, ecc.). Non ci si mette a confronto per la svenevole forza di arrivare primi, ma per valutare, e non verificare, eventuali inadempiezze del comportamento, a cominciare dal proprio.
Basta un solo momento di vita interiore, per cogliere l'attimo."



La scala dell'umore

LA SCALA DELL'UMORE
(disturbo bipolare o spirituale)

-VERSANTE POSITIVO
(+1 allegria, +2 gioia, +3 buonumore, +4 ironia, +5 euforia, +6 mania, +7 delirio di grandezza)



-SERENITA'
(gradiente giusto dell'umore, maschera o mimica dell'anima!)


-VERSANTE NEGATIVO
(-1 tristezza, -2 astenia, -3 apatia, -4 melanconia, -5 angoscia, -6 depressione, -7 delirio di persecuzione)


Il gradiente giusto del bello è la DOLCEZZA:


Mostrasi sì piacente a chi la mira
che dà per gli occhi una dolcezza al core,
che 'ntender no la può chi no la prova...

L'ideale per i figli in una bella e sana famiglia è la dolcezza materna e la serenità paterna!



La Putta Onorata di Carlo Goldoni

Sto rileggendo la gustosissima " La Putta Onorata "di Goldoni, che nel 1749 venne portata in scena, durante il Carnevale di Venezia, per ben ventidue rappresentazioni e che viene ritenuta dalla critica" la prima commedia veramente veneziana", perchè rappresenta l'ambiente socio-culturale tipico della città. Ossia l'ambiente borghese/nobile/mercantile della Serenissima oramai in decadenza commerciale, ma in grande auge culturale. Mi piacerebbe soffermarmi su questo, ma mi riservo un altro momento. Nella trama si tratta di una giovanissima popolana che viene "assediata" da vari pretendenti ( il nobilomo un po' losco, il vecchio mercante ringalluzzito, il giovane spiantato), ma lei resiste poichè intende concedersi ( e sposarsi) solo all'uomo che veramente ama. La putta è per antonomasia la ragazza da marito che vive in casa, vigilata, sottoposta e che non deve dare confidenza a nessuno. Di " putte" nelle commedie goldoniane ve ne sono diverse e di vario carattere, e ad esse Carlo Goldoni riserva sempre un acuto senso di osservazione degli adulti che girano loro attorno. Il commediografo le fa sempre sposare- a fine commedia- al loro vero e solo innamorato, riconoscendo loro una libertà di scelta fondamentale, ossia scegliere il marito, contro il costume del tempo che voleva i matrimoni spesso combinati per interessi, a colpi di dote dai " bezzi" sonanti.
Vi propongo, con la mia traduzione, la moderna riflessione di Bettina, innamorata del giovane Pasqualino, la quale si sente circuita da uomini di scarso spessore e che la ripugnano. Notate l'intelligenza e l'acume di questa putta:

Da atto primo, scena sedicesima, Bettina (sola):
" Gran desgrazia de nualtre pute! Se semo brute, nissun ne varda; se semo un puoco vistose, tuti ne perseguita;mi veramente no digo d'esser bela;ma g'ho un certo non so che, che tuti me core drìo. Se avesse volesto, sarìa da un pezzo che sarìa maridada, ma al tempo d'adesso ghe xè puoco da far ben. Per el più

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Le Verità taciute

Tutti sapevano di quell'uomo solo, che visse nella Fede del dolore, ma nessuno parlò.

Salve, Lettori,
sono quel poeta, del quale non ci sono documenti, pur essendo vissuto sulla Terra in un tempo recente. Poiché non si conosce il mio pensiero, né tante cose del tempo in cui vissi, ma solamente alcune raccolte, raggruppate nel titolo in mio onore: "Pianto di Stelle", ho ritenuto duopo presentarmi, poiché è già l'ora che volge al tramonto.
Io fui Giovanni, figlio quartogenito, di Ruggero Pascoli e Caterina Vincenzi.
Per le leggi del cuore, a onor del vero, mia madre ebbe un altro nome che fu occultato dalla "adozione".
La famiglia adottiva di mia madre, apparteneva a due illustri casati: Vincenzi ed Allocatelli; quest'ultimo, essendo altolocato, si avvalse del diritto di precedenza. Le origini paterne, almeno quelle, non sono ignote... Mentre di mia madre, non si sa niente; gli storiografi si sono attenuti alle conoscenze generiche, non avendo a disposizione dati certi, ed i miei discendenti non hanno sentito la necessità di chiarire la sua posizione. Ma ora, per offrire a chi ha taciuto, una opportunità di far la pace, il poeta vuol dire alcune cose, a cominciar da Lei, che si è annullata per dare ai propri figli ciò che fu tolto a Lei. Ella ci disse, prima di morire: "Non rilevate che fui poverina, perché voglio che abbiate dalla vita, ciò che vi spetta di diritto."
Mia madre, prima di essere adottata, fu "battezzata" col nome di Helenia; la sua identità fu taciuta per motivi dinastici, da parte degli Allocatelli,

Come nelle intenzioni del Principe, ma senza che mio padre fosse preparato all'incontro, i miei genitori si conobbero nel mese di settembre del 1839, in occasione della raccolta delle olive, nella proprietà data in appalto dai Principi agli Allocatelli. Il rapporto tra i Principi La Torre e la famiglia dei Conti Allocatelli, era curato, da interessi economici e contemplava la divisione del ricavato in parti uguali.

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I grandi Santi: Sant'Agostino d'Ippona

"Esalavo invece dalla paludosa concupiscenza della carne e dalle polle della pubertà un vapore, che obnubilava e offuscava il mio cuore. Non distinguevo più l'azzurro dell'affetto dalla foschia della libidine. L'uno e l'altra ribollivano confusamente nel mio intimo e la fragile età era trascinata fra i dirupi delle passioni, sprofondata nel gorgo dei vizi".
Il narrante di questo stralcio autobiografico potrebbe essere un gaudente pentito, che raggiunta la sazietà dell'appetito sessuale svela al pubblico le sue perversioni. Potrebbe anche essere un uomo che carico di stagioni e di passioni racconta di sé e del suo istinto. Ed invece non è né l'uno, né l'altro, bensì S. Agostino d'Ippona che all'età di 43 anni ricorda la sua adolescenza nelle sue Confessioni.
Il libro parla della conversione del retore e riesamina con un tono duro i ricordi legati alla sua giovinezza, quando allora sedicenne lascia la famiglia a Tagaste e raggiunge Cartagine per completare gli studi. Ben presto si rivela un ragazzo sveglio ed intelligente con l'interesse per il teatro, specie per le storie di passione e di sentimento.
Ben curato e colmo di sé, il giovane ha il fascino a sufficienza per sedurre anche le donne sposate, ma la sua precocità lo porta alla paternità ad appena 18 anni; una condizione non voluta alla quale si adegua con amorevolezza dopo la nascita del figlio Adeodato. La donna di Agostino è una serva del popolo e la loro unione rimane salda.
All'epoca di Agostino (354 - 430) le ancelle (cioè le schiave) non potevano possedere nemmeno una famiglia propria ed anche di fronte al consenso del padrone il matrimonio veniva considerato come un semplice concubinato, mentre i figli nati erano di proprietà del padrone.
Fatta tale precisazione possiamo comprendere perché dopo una lunga convivenza, al momento in cui Agostino licenzia la propria ancella e quest'ultima gli affida il figlio, lei non avanza alcuna pretesa. Un Agostino addolorato racconta che l

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   7 commenti     di: Fabio Mancini


Binasco:Terra ospitale per gli Ebrei

Secondo quanto riporta il Mosaico, Bollettino della Comunità Ebraica di Milano: "La comunità di Milano risale all'Ottocento. In città, infatti, capitale del ducato dei Visconti, prima, e degli Sforza poi, era sempre stato concesso agli ebrei di fermarsi al massimo tre giorni consecutivi per sbrigare i loro affari. Per questa ragione essi risiedevano in località vicine, come Monza, Abbiategrasso, Melegnano, Lodi, Vigevano, Binasco, e andavano ogni giorno a Milano. Questo pendolarismo fu possibile fino al 1597, anno in cui furono espulsi."
Tale ospitalità confermata anche da una rapida "spigolatura" su internet digitando "Ebrei e Binasco trova poi degna segnalazione negli anni bui delle persecuzioni razziali e della "soluzione finale" nella storia e nelle vicende umane di Augusto Weiller, avvocato milanese, sfollato con la moglie, la figlia e il figlio in questo piccolo paese a metà strada tra Milano e Pavia.
Così, molti anni dopo, ne descrive il ricordo il figlio, ing. Guido nel libro autobiografico " La bufera. Una famiglia di ebrei milanesi con i partigiani dell'Ossola"-Edz. Giuntina:..." Nel tardo pomeriggio dell'8 settembre, aspettavo, a Binasco che papà, mamma e Silvana arrivassero da Milano"..." Milano era semidistrutta, le strade in cattive condizioni, molto gli "sfollati pendolari"..." Ero uscito dal nostro "monolocale con servizi ed angolo di cottura"..."Ad un certo punto sentii una voce lontana che gridava una frase, ripetendola più e più volte, che all'inizio non capivo. Poi le parole si fecero più chiare " La pace sia con voi! A ripeterla era un contadino, che avanzava, in piedi su un carro a pianale basso trainato da un cavallo al passo, tenendo in mano le redini e facendo gesti larghi con il braccio libero"..."Tre o quattro giorni dopo, non ricordo la data esatta, papà ascoltò alla radio, la piccola radio rimediata, sistemata sul comò, una trasmissione in tedesco. Non ho mai saputo se fosse la voce di Hitler o di uno dei suoi; a trasmi

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Impius Aeneas

Probabilmente qualche lettore si stropiccerà gli occh i: Impius Aeneas? Ma non ci hanno sempre detto che Enea è per antonomasia pius? Tutti abbiamo nella nostra memoria scolastica l'immagine che dell'eroe ci dà Virgilio, che lo descrive con versi bellissimi e giustamente famosi con il vecchio Anchise sulle spalle, mentre trascina con una mano il figlioletto Ascanio, con l'altra regge le statuette dei Penati. Troia è in fiamme, l'eroe deve affrontare un futuro incerto, e il crollo di Troia non può per lui essere compensato dal vago oracolo che gli promette una patria nuova, che dominerà il mondo.
Ma il protagonista dell'Eneide, secondo una ben diversa eppur documentata tradizione, si sarebbe reso colpevole di un orribile tradimento: e tantissimi saranno stupiti di sentirsi raccontare di un altro Enea, traditore, con Antenore, della sua patria, e perciò scampato alle stragi e alla rovina della sua città. Proprio in ricompensa del suo tradimento i Greci avrebbero concesso a lui e ai suoi familiari ed amici una sorta di lasciapassare, ed egli sarebbe partito per fondare una nuova Troia.
Le testimonianze relative alla storia dell'impius Aeneas sono numerose, sia greche che latine, e per la maggioranza niente affatto secondarie. Vi accennano, tra gli altri, autori come Livio (1), Orazio (2), Seneca (3), Tertulliano (4) e, a detta di Donato (5) e Servio (6), lo stesso Virgilio; e tra i Greci, con riferimento a fonti assai più antiche, Dionigi d'Alicarnasso (7) e Dione di Prusa (8).
Tra l'età di Nerone e la latinità più tarda, la storia di Enea traditore riprende vigore, e, pur restando naturalmente in ombra rispetto alla versione virgiliana, trova ampio spazio nel resoconto che della guerra di Troia dànno due singolari autori, "Ditti cretese" (9) e "Darete frigio" (10). Gli autori che si celano dietro questi pseudonimi dicono di essere stati partecipi, l'uno nell'esercito greco, l'altro tra i difensori della città, di quel memorabile conflitto. Indirettam

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