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Saggi

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Santa Teresa d'Avila: un Amore sopra le righe

Esiste una bellezza che và al di là del semplice soddisfacimento dei sensi e che coinvolge l'ambito intellettivo e spirituale?
Coloro che hanno conosciuto santa Teresa d'Avila, raccontano che era una donna molto bella; aveva i capelli neri e le mani bellissime, il viso proporzionato, la carnagione bianchissima, il sorriso amabile e quando parlava di Dio si animava di una forza incantevole.
Nella sua autobiografia, Teresa, dice: "Dio mi ha dato la grazia di piacere a chiunque". Ai nostri giorni leggere o ascoltare una simile affermazione, ci induce a pensare che Teresa d'Avila fosse guarnita di un'avvenenza universale ed avesse dei modi gradevoli e arrendevoli al punto da suscitare la simpatia e l'ammirazione di coloro che la avvicinavano.
Chi ha letto le sue opere, vi scorge un linguaggio di una semplicità infantile, ma illuminato di Sapienza e di Verità che segnato dalle esperienze mistiche, approdano alla teologia spirituale, usando il metodo della narrazione.
Teresa d'Avila conferma la strada della "teologia narrativa" come rilevato nei Vangeli e in gran parte dei libri sacri, poiché sopra ciò di cui non si può tacere, si deve narrare.
Teresa d'Avila racconta le sue esperienze soprannaturali, ma il suo primo libro autobiografico viene sequestrato dall'inquisizione senza che questa però, vi ravvisi alcuna traccia di eresia. Su santa Teresa d'Avila è stato detto e scritto di tutto: una persona allucinata e suggestionabile, una femmina sessualmente repressa, una indemoniata, una donna indecisa e ipocondriaca, una masochista.
Sembra che a parlare dell'Amore trasformante di Dio, si venga etichettati, perseguitati, diffamati, ma mai dimenticati, perché altrimenti come spiegare l'interesse dell'uomo contemporaneo verso una mistica vissuta nel pieno rinascimento spagnolo?
Considerando che la donna in quel periodo storico non aveva accesso all'istruzione e che le era negata qualsiasi forma di autonomia, poiché il lavoro della donna era

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   3 commenti     di: Fabio Mancini


Riflettendo sugli scritti di Sant'Agostino

Un interrogativo ultimamente mi ha tenuto occupato ed ora ve lo presento: cos'è la prescienza divina? È possibile accostarla al libero arbitrio? E per ciascuno esiste veramente una predestinazione?
Credo che l'argomento susciti un certo interesse, perché intuire il rapporto che Dio ha con noi e ricostruire il fine ultimo dell'esistenza, sono dei temi che ci riguardano tutti, anche se con gradi ed intensità diverse.
Naturalmente sarebbe tutto più semplice se Dio concedesse una intervista o se ci autorizzasse a fare una ripresa, purtroppo questo non è possibile e quindi temo che dobbiate accontentarvi della mia povera e scarna spiegazione.
Forse per chiarire l'onniscienza divina dobbiamo immaginare la storia di ciascuno come ad una pellicola cinematografica che una volta frazionata in più fotogrammi e disposti in ordine sopra un grande tavolo, si riesce ad avere un'organica sequenza d'insieme.
Così facendo gli eventi ed il loro corretto significato, si presentano in una prospettiva molto più chiara, finalmente liberata dallo spazio temporale, per cui: il passato, il presente ed il futuro si mostrano indistinti e simultanei.
La similitudine ci fa comprendere la visuale di Dio per il quale ogni fatto che si svolge, si compie nel presente. Eppure qualche teologo sostiene che la prescienza di Dio va oltre la fantasia e lo scibile umano. Secondo costoro Dio sarebbe in grado di conoscere persino lo sviluppo dei fatti mai accaduti, vale a dire l'evoluzione degli "eventi futuribili".
Con il libero arbitrio l'uomo può scegliere il Male anziché il Bene e anteporre la corruzione alla virtù, indipendentemente dalla prescienza di Dio. Nel reciproco esercizio della libertà Dio non viola lo spazio vitale dell'uomo, anzi gli lascia la libera strada alla sua evoluzione.
Il passo evangelico: "fa levare il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti" (Mt. 5, 45) significa che ciascun uomo in vita riceve il medesimo trattamento,

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   4 commenti     di: Fabio Mancini


Il gusto

Nel gusto sono compresenti e finalizzati tutti i sensi del nostro corpo poiché vediamo, udiamo, tastiamo, odoriamo, allo scopo di poter discernere ciò che ci piace da ciò che non ci piace.
A questa parola, nella nostra lingua, si possono dare significati diversi e lo percepiamo principalmente nelle papille gustative, dandoci la possibilità di gradire o non gradire cibi e bevande.
C'è un altro significato di questa parola ed è relativo a ciò che preferiamo e ci piace in modo del tutto soggettivo, per motivi in parte misteriosi che sono insiti in noi geneticamente; altri che sono costitutivi della personalità andata formandosi nella nostra storia e che provengono dagli usi ed i costumi dell'ambiente dove siamo nati, permeando il nostro modo d'agire e di guardare alle cose con l'occhio predisposto a scegliere con ciò che ci è stato inculcato da chi era responsabile della nostra formazione o che, in qualche modo, l'abbia influenzata..
Ovviamente il tutto si sintetizza nella specificità personale, che viene espressa in modo unico ed originale ed il gusto diviene uno degli aspetti preponderanti della nostra personalità poiché con esso effettuiamo la maggior parte delle nostre scelte di vita: dal modo di vestire all'arredo della casa; cosa scegliamo di mangiare, dove preferiamo andare in vacanza ed ovviamente anche il tipo di attività che ci piace svolgere.
Giocano il loro ruolo le opportunità e le occasioni ma il gusto determina ogni nostro orientamento.
Un cibo ci piace perché lo abbiamo sempre conosciuto, fin dai primi anni della vita ed il suo sapore è divenuto preferibile per noi proprio perché si è innestato nel nostro palato gradualmente, facendoci gradire il cibo a partire dal latte materno.
Lo stesso cibo o la stessa bevanda possono invece essere disgustosi per lo straniero che li assaggia per la prima volta.
Ho visto con i miei occhi un ragazzo inglese risputare nella tazza, il caffè espresso che gli era stato se

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   0 commenti     di: Verbena


Inviolata uno

L'approccio di mia madre alla pratica religiosa nasce probabilmente con la devozione verso San Pellegrino, patrono di Altavilla Irpina (il paese natio di Geny) il cui martirio si commemora il 25 di agosto.
Ogni anno i devoti del Santo, chiamati Battenti, tra il 24 ed il 26 di agosto si recano in pellegrinaggio a piedi nudi, provenienti dai paesi limitrofi. Essi indossano una divisa composta da maglietta e pantaloni bianchi; la maglietta indica l'effigie del Santo ed il nome dell'associazione di appartenenza, poi a completare l'uniforme, una vistosa fascia rossa portata a tracolla.
I Battenti portano in offerta grossi ceri in segno di ringraziamento delle grazie ricevute o come auspicio per i prossimi favori, fin quando al lungo suono di tromba, in prossimità del santuario si prostrano sull'asfalto bollente.
Al successivo suono di tromba, i fedeli procedono a carponi e col capo chino entrano nella chiesa dell'Assunta. Ultima ad entrare è la rappresentanza dei Battenti di Altavilla che portano in spalla il baldacchino con la statua di San Pellegrino.
Sulla forza taumaturgica di San Pellegrino, anche Padre Pio ne ebbe esperienza. Era il 25 agosto 1899 e l'allora dodicenne, Francesco Forgione accompagnato dal padre Grazio, vide deporre da una madre in lacrime, una bambina deforme. Nella chiesa c'era un gran vociare dei fedeli, trovare il raccoglimento per la preghiera era molto difficile, eppure, in tali condizioni apparentemente sfavorevoli si compì il prodigio: la bambina si alzò e iniziò a camminare come se nulla fosse. Un episodio che consolidò la scelta del giovane Francesco a consacrarsi a Dio e che mai dimenticherà.
Per quanto San Pellegrino non fosse nativo, né visse ad Altavilla perché le sue reliquie furono traslate da Roma nel 1780 su richiesta di Padre Giuseppe Maria Crescitelli, devo precisare che gli Altavillesi dall'anno 2000 anch'essi il loro Santo in casa: Alberico Crescitelli, pronipote di quel Giuseppe Maria sopracitato, al qual

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Commento critico La commedia nera, Monsieur Verdoux di Charlie Chaplin e l'attualità

Tanti sono i traguardi raggiunti dalla tecnologia che ha il compito di facilitarci la vita, di renderla meno faticosa e più semplice, cercando, con successo e rapidità, di accorciare le distanze e farci pervenire "il mondo in casa". La notizia in sé si apprende immediatamente, si appura e si conosce con la massima velocità da qualunque parte del mondo provenga risulta alla portata di tutti ed ognuno la soppesa e la valuta come meglio crede. Canali televisivi per ogni esigenza e gusto, internet, social network, notiziari di tutto il mondo ci fanno giungere in tempo reale una serie di fatti ed avvenimenti in pochi secondi e senza alcun filtro. Ecco che mi sono chiesto se e quale potrebbe essere il limite di tale flusso di notizie ed informazioni, non tutti ne fanno il giusto uso dal momento che i toni del linguaggio e la crudezza delle immagini possono facilmente portare i fruitori che siamo tutti noi ad un interpretazione distorta del messaggio verbale o visivo che ci arriva. Si parla di alta definizione, di "esperienza 3D", si usano appositi occhialini per la visione di film con particolari effetti speciali che dovrebbero farti sentire "dentro" la storia ma è rara l'attenzione al contenuto proposto e si stimola assai poco, a mio giudizio, la fantasia di chi guarda, dove per fantasia intendo la capacità dello spettatore di crearsi una storia sua per immedesimarsi, oppure un contenuto adatto e vicino a quel che vede nel suo ambiente circostante. Si cerca, al contrario, un sensazionalismo nelle figure e nei fatti che possa fungere da cassa di risonanza senza porsi il problema di stabilire percorsi leciti ed anche divieto. Si crea un disorientamento forse ad arte in cui tutto si può e giusto o sbagliato diventano parole inutili dal dubbio confine.
Già alla fine degli anni 40, al termine del conflitto mondiale che aveva avuto il disastroso epilogo di vite umane ed un vero e proprio sterminio di massa, i mezzi di diffusione dell'epoca giornali, le prime televisio

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Parole e parolacce

Uno dei temi più discussi e dibattuti di questi tempi è quello delle "parolacce" che vanno sempre più diffondendosi, dopo aver rotto i muri dell'ambito confidenziale, familiare, amicale. Non vi sono distinzioni ne di età ne di luogo, così l'epiteto volgare, l'insulto, l'ingiuria, vengono espressi sia in pubblico che in privato senza ritegno, in ogni rapporto, ad ogni livello e, cosa più dolorosa, persino tra genitori e figli.
Ho sempre ritenuto che la parolaccia fosse un modo indegno di scaricare le proprie tensioni, un piccolo retaggio di inciviltà che l'uomo si è trascinato dietro nel corso dei secoli, senza riuscire mai a liberarsene, nonostante gli altissimi livelli di conoscenza e di civiltà raggiunti.
Ha imparato a mettere il freno alla propria istintività, con l'aiuto dell'esercizio educativo che viene impartito fin dalla tenera età; tuttavia non v'è chi non si accorga che pur mettendo tappi ben saldi sulla bocca, a tempi e luoghi alterni, la parolaccia riaffiora.
Ora io non voglio mettere a fuoco il cammino che l'uomo ha compiuto per raggiungere l'attuale grado di civiltà; mi pare eccessivo e non pertinente; però non è difficile capire che essere civili è faticoso, comporta un impegno costante di apprendimento e di controllo su di sè che richiede uno sforzo senza tregua, a partire dalla nascita e durante tutto il percorso esistenziale.
Rapportarsi civilmente, evolversi comporta una costante attenzione per la ricerca della giustizia, controllando la propria intolleranza, cercando sempre di mantenere il dialogo chiarificante a proprio favore, senza annientare l'altro come a volerlo cancellare con una sola parola perché l'insulto uccide la dignità ed ottenebra l'onore della persona, anche se per un breve istante.
La parolaccia è una sintesi, un concentrato d'accusa e di calunnia, espressi senza pudore e senza misurarne la portata.
Con vari eufemismi l'espressione "figlio di..." l'ho sempre sentito dire, anche da

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   1 commenti     di: Verbena


Ricordo di un poeta: Nino Oxilia (1889-1917)

Ho scoperto recentemente Nino Oxilia, poeta nato a Torino nel 1889 e morto giovanissimo in combattimento, durante la prima guerra mondiale. Egli è apparso come una cometa nel firmamento dei poeti italiani, ma credo che se fosse sopravvissuto, ci avrebbe lasciato versi eterni. Vi invito a soffermarvi su queste due liriche, le quali, pur se collocate nel momento crepuscolare, aprono già al superamento di quella fase e si profila un incipit di futurismo. Le sue uniche due raccolte sono " Canti brevi " del 1909 e " Gli Orti", pubblicata postuma nel 1918.

Da " Gli Orti"
È tardi

È tardi. È molto tardi. È bene che si vada.
Vieni, dammi la mano;
rifacciamo la strada.
La tua casa è lontano.
Perchè taci e ti guardi
la punta delle dita?
Piccola tu, mia vita,
vieni, fa tardi.
Le nubi si sono raccolte
tutte su Monte Mario
chiudendo l'ali grige.
Tu piangi e non sai perchè piangi.
S'accendono i lumi;
tu vorresti dirmi qualcosa
e mi accarezzi le mani
e i tuoi occhi luccicano
tra le lacrime.
Vieni, dammi la mano;
è bene che rincasiamo.
Non dirmi nulla: io so bene
perchè tu piangi.
Andiamo mia piccola, vieni.
Tu piangi perchè fa sera.


Da " Sono stanco delle parole consuete"

Sono stanco delle parole
consuete
Ho sete
di cantarti, o cuore,
liberamente
saltando ridendo piangendo d'amore.
Il mio scrittoio fuma
come un cratere.
Il cuore è una palla di gomma:
rimbalza, è un 'onda di schiuma...
Lasciatemi bere
la lava che fuma!

Lo propongo perchè mi è cara la semplicità dei suoi versi e la capacità di creare contrasti di sentimenti e di umori non sondati. Si sente che in Oxilia v'era la bella giovinezza.




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