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Saggi

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Anzianità

Il tempo maggiormente valorizzato è quello in cui l'uomo è considerato per la sua utilità; è il tempo dell'età giovane fino alla maturità. Andando verso l'età anziana, insieme con lo scadimento fisico, insorgono una sempre minor fiducia in sé stessi ed il conseguente disconoscimento nella società di quanto la persona sia. Spesso rimane soltanto il riconoscimento di ciò che la persona sia stata e non sempre questo riconoscimento è adeguato e benevolo.
È invece vero che il valore della persona è duraturo e va oltre lo scadimento fisico, inevitabile ed inesorabile della vecchiaia.
Il pensionamento dal lavoro, pur sacrosanto, ha tuttavia prodotto il luogo comune che sia finito il tempo attivo, produttivo e creativo della persona, con la conseguente cessazione della sua utilità comune. E se tutto va bene, si ritorna ad occupare un posto di aggregamento all'interno della propria famiglia, per eseguire a puntino tutti i programmi stabiliti dai figli che affidano loro i nipoti.
La creatività della persona non ha età ed ognuno con la propria, permea e cambia la società, in ogni momento della vita.
La sua operosità potrà essere attenuata dalla diminuzione delle energie o rallentata da una fisicità cagionevole; ma la creatività rimane anche se operativamente e produttivamente diminuisce. La creatività è l'espressione del nostro "Io", la nostra vitalità e finché l'Io vive, vivrà anche la sua espressività.
A motivo del permanere di questo valore intrinseco, il valore dell'uomo si accompagna a lui, alla sua presenza, in ogni età della vita.
La vita sociale non è ancora sufficientemente strutturata in modo adatto per coloro che sono in età anziana. Negli ultimi decenni alcune lodevoli iniziative sono sorte nel nostro Paese, come ad es: Le Università della Terza Età, i gruppi delle Parrocchie, i circoli culturali, ricreativi con l'organizzazione di giochi e feste e le moltissime scuole per ogni tipo d'attività. E non è poco!

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   2 commenti     di: Verbena


Inviolata quattro

"La sposa cristiana" è stato il testo di riferimento della formazione religiosa di mia madre. All'epoca non esistevano strutture pubbliche o private che facessero formazione, informazione ed assistenza alle promesse spose, per cui l'aspetto educativo personale gravava sulla volontà e sulle risorse delle promesse spose di apprendere e mettere in pratica gli insegnamenti per una buona vita.
Alla luce di quanto appena detto, la dedica presente sul frontespizio della copia appartenuta a mia madre: "... e che tu possa vivere lungamente felice nella grazia di Dio" risulta pienamente conforme alla mentalità di quel periodo che interpretava la felicità e la Grazia come qualità inscindibili tra di loro. L'imprimatur riporta in calce la data, maggio 1946 mentre Barezia e Giacomello sono gli autori.
Il testo raggruppa preghiere, istruzioni e consigli ed inizia con un tono confidenziale ed al contempo solenne: "Eccoti, dunque, o mia cara, adorna del bel titolo di sposa; quanto sono grandi i doveri che questo titolo t'impone e di quanta importanza sono le cose delle quali d'ora innanzi c'intratterremo! Rassicurati: i tuoi doveri sono tutti racchiusi in un sol precetto, e direi quasi in una sola parola: ama Dio innanzi tutto, indi tuo marito come il miglior dei tuoi amici dopo Dio".
A quel tempo le preghiere svolgevano una duplice funzione: da una parte aprivano il cuore alla Grazia di Dio; dall'altra fungevano da istruzioni affinché i comandi divini venissero più facilmente compresi. Nello stralcio della preghiera che riporto, viene espresso il rapporto che una buona madre doveva avere verso la prole: "Mio Dio, io vi offro i miei figli; siete Voi che me li avete dati, ma essi vi appartengono sempre..."
Nelle pagine del testo c'è una bella metafora sul sonno: "Il sonno è l'immagine della morte: il letto rappresenta la tomba... spogliati di tutto, (perché al momento stabilito) porteremo con noi (solo) un lenzuolo datoci per carità. Tali pensieri ed altri somiglia

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   6 commenti     di: Fabio Mancini


Dalla prospettiva di Dio: San Benedetto

Per elevare San Benedetto a compatrono d'Europa, la Chiesa deve averne avuto di buone ragioni, non solo perché il monaco per primo concepì il progetto del monastero per come oggi è organizzato, ma perché la vita e le opere di Benedetto furono straordinarie.
Gregorio Magno (540-604) monaco e successivamente Papa, racconta nei "Dialoghi" i prodigi che operò in vita Benedetto. Dal carisma della conoscenza (simile alla chiaroveggenza, solo che questa non viene utilizzata per il bene comune, ma viene spesso ostentata come potere personale) alle visioni soprannaturali celesti, passando per le guarigioni fisiche e alla liberazione degli spiriti diabolici, fino alla resurrezione di un bambino.
Ma il buon taumaturgo, da dove attingeva tale forza? Gregorio Magno spiega che quando il rapporto con il Signore è intimo e sincero attraverso la preghiera si riescono a compiere dei prodigi, ma anche nel caso in cui la volontà umana è conforme a quella divina si ottengono i medesimi risultati. E in Benedetto sinergicamente operavano entrambe le dinamiche.
È facile immaginare l'affetto che avesse attorno a sé Benedetto, ma anche l'invidia che suscitava nei religiosi non altrettanto virtuosi, al punto tale che per due volte tentarono di assassinarlo. Benedetto era ancora giovane, quando una piccola comunità di monaci chiese al Consacrato che fosse il loro abate. Solo dopo tante richieste, Benedetto accettò, ma l'osservanza monastica imposta ai monaci corrotti non piacque, così progettarono di avvelenarlo, mescolando nel vino una sostanza mortale.
Durante il pasto comunitario, al momento della benedizione del vino, la brocca che lo conteneva si frantumò in mille pezzi e Benedetto ebbe salva la vita. Anche un sacerdote di nome Fiorenzo tentò di eliminare il Monaco, inviando un pane avvelenato che venne nella circostanza presentato come un pane benedetto, segno di amicizia. Ma anche il secondo tentativo venne smascherato ed il pane gettato in un luogo lontano e s

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   3 commenti     di: Fabio Mancini


Ibn Hamdis, poeta di wasf ( anno 1055 d. c.)

Ibn Hamdis rappresenta un'antichissima voce di poeta, dischiusa in Sicilia, nel periodo arabo-islamico di quest' isola. Egli, di cultura araba, nacque a Siracusa nel 1055, quando oramai i Normanni cominciavano a conquistare la Sicilia. Ibn Hamdis ha lasciato un canzoniere molto ricco, circa seimila versi, per i quali egli primeggia in quella forma che è chiamata " wasf", ossia poesia descrittiva nata nell'Andalusia araba. Lo " wasf" canta non solo particolari della natura e del paesaggio nel senso più ampio, ma anche dell'amore, con l'esaltazione della bellezza femminile, del vino e della notte; del sentimento guerresco ( vedasi i versi sulla spada, sul cavallo, o sulla cotta di maglia per affrontare le lance), delle varie età della vita dell'uomo.
In Italia è pubblicata la raccolta " La polvere di diamante" , che rappresenta una scelta antologica di wasf creati da Hamdis, accompagnata da una interessante introduzione di Andrea Borruso, che ben spiega la complessità della poetica del tempo, nata dagli intrecci culturali del mondo arabo/ andaluso in Sicilia.

Vi propongo alcuni wasf, ricordando che si tratta di una poetica risalente all'XI secolo, la qual cosa rende la loro eleganza ed intensità veramente uniche.

- LA LUNA NUOVA NEL MESE DI RAMADAN-

Mentre la gente osservava lo spuntare della luna nuova, simile a lucertola per la magrezza del corpo, dissi:
O voi che digiunate, ecco il ramadan: la prima lettera del suo nome è per i fedeli scritta con la luna.

(n. d. s.: qui si fa riferimento al fatto che la prima lettera della parola " ramadan ", in scrittura araba, assomiglia ad una esile, piccola luna).


- LA SICILIA -

Un paese a cui la colomba diede in prestito il suo collare ed il pavone rivestì del manto delle sue penne.
Par che quei papaveri sian vino e i piazzali delle case siano i bicchieri.


- LE PLEIADI -

Di notte, sto ad osservare le stelle: lucignoli acces

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La spiritualità del curato d'Ars

Chissà quanti si sono chiesti cosa distingue la vita di un uomo, da quella di un santo. La risposte potrebbero essere le più diversificate, ma spesso si immagina la vita di un santo come quella di un super eroe, dotato di super poteri.
Eppure con tutta la nostra migliore fantasia, la santità è cosa assai diversa rispetto all'eroismo creato e celebrato dagli uomini. Se poi, parliamo di don Giovanni Maria Vianney, per tutti il curato d'Ars, ci accorgiamo che egli è stato più un uomo con molti limiti, piuttosto che un eroe senza colpa e senza macchia. Stando così le cose, sembrerebbe che esista una santità attribuita anche alle persone poco brillanti.
Ma perché proclamare santo il curato d'Ars e dichiararlo patrono di tutti i parroci del mondo, se questi era un sacerdote con scarse risorse intellettive, possedeva pochissima memoria, ignorava la grammatica latina e le sue catechesi erano copiate dalla predicabilia? Quali qualità aveva il curato d'Ars perché la Chiesa lo proclamasse santo? Cerchiamo di capire le motivazioni. Giovanni Maria Vianney a 19 anni inizia il cammino di formazione per diventare prete, opponendosi per due anni alla volontà del padre che lo reclamava nei campi, come sostegno alla famiglia.
Dopo ben 10 anni e con molti stenti, riesce ad ottenere l'ordinazione sacerdotale. Da questi elementi comprendiamo la tenacia, la determinazione impiegata dal curato nel voler perseguire una volontà incompatibile con le sue capacità. Ma un'altra domanda ci affiora nella mente: che cosa spingeva la folla ad arrivare fino ad Ars per ascoltare le prediche di un parroco poco acculturato? Le cronache riferiscono che la gente andava volentieri ad ascoltare le omelie del curato perché erano credibili, convincenti, passionali.
Il benedettino don Jean-Baptiste Chautard, nella sua opera fondamentale: "L'anima di ogni apostolato" riferisce un episodio significativo. Un avvocato anticlericale si reca ad Ars certo di poter ridere a spese di "quell'ign

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   4 commenti     di: Fabio Mancini


25 aprile 1945. W l'Italia

Per commemorare e ricordare il 25 aprile 1945 come data che ha posto fine, con il martirio di molti Italiani, alla oppressione nazifascista nel nostro Paese, voglio soffermarmi sulla lettera di Bruno Cibrario, detto Nebiolo, giovane partigiano torinese, di anni 21, catturato dalla Squadra Politica, processato per appartenenza al gruppo Squadra Azione Patriottica e condannato a morte dal Tribunale " contro Guerriglia" di Torino ; venne fucilato da un plotone fascista il 23 gennaio 1945, al Poligono del Martinetto di Torino, assieme ad altri nove partigiani, tra i quali Pedro Ferreira di anni 23, Ufficiale, medaglia d'oro al valore militare.

La lettera è tratta dalla oramai rara edizione Einaudi " Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana", 1952, che raccoglie una scelta di circa cento lettere di giustiziati.

" Dalle carceri giudiziarie di Torino, 22 gennaio 1945

Sandra carissima, dopo appena sette giorni dal mio arresto mi hanno condannato a morte, stamani. Non mi dispero per la mia sorte. Ho agito in piena coscienza di ciò che mi aspettava. Il tuo ricordo è stato per me di grande conforto in questi terribili giorni. Non hanno avuto la soddisfazione di vedere un attimo di debolezza da parte mia. Non mi sarei immaginato di scrivere la prima lettera ad una ragazza in queste condizioni. Perchè tu sei la prima ragazza che abbia detto qualche cosa al mio cuore. Mi è occorso molto tempo per capire cosa eri per me. Il mio carattere, la mia vita di quest'ultimo anno mi hanno impedito di corrispondere subito come avrei voluto al tuo affetto. Solo quando sei stata ammalata ho capito che senza di te mi mancava tutto. Io ti amo, ti amo disperatamente.
In questi giorni ho avuto sempre con me un nome in mente: Sandra; due occhi luminosi - i tuoi - hanno rischiarato la mia cella.
Oso dire che il ricordo carissimo, il ricordo di mia Madre, era unito al tuo tanto che io li confondo in un solo grande a

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L'estate nel villaggio dell'anima

Oggi quando vedo una pietra ascolto una poesia, quando vedo un uomo mi consolo, quando incontro una donna m'innamoro.
Sulla sabbia, divina armonia, nel battito celeste del pianeta ascolto la melodia dei tuoi passi, le dolci azioni dei fiori che come versi di dolcezza e di abbandono esprimono la bellezza della tua esistenza.
Sulla sabbia contemplo il deserto e il dono della sua essenza, il soffio vergine del vento che trasporta l'onda sublime dei tuoi passi per incontrare l'oceano dell'anima.
Dormi ora, se sei stanca tra le mie braccia di vento e di mare e lascia che il mio amore ti trasporti sull'isola perduta del tuo corpo, su villaggi di pietre antiche a conoscere la poesia della tua bellezza.
Stenditi infinite volte laddove non ci sono ricordi, memorie distanti, scene, situazioni di uomini e donne, eventi e destini che ti hanno allontanato dalla tua anima di pietra.
Distenditi laddove il vento soffia con dolcezza e permea di bellezza la soffice tela delle tue labbra.
Scriviamo insieme la nostra poesia sull'onda silenziosa della vita e lasciamo che la primavera nel villaggio non guardi ai doni che la tempesta ha lasciato ma contempli i doni che gli angeli della bellezza e della luce hanno sparso sulla terra.
Doni che contemplo quando cammino in ogni istante della mia vita, che raccolgo come un viandante felice sul suolo fecondo dell'esistenza. Anche il mio respiro per quanto affannato dalle ciccatrici del tempo è un dono, come un dono è il respiro delle piante, della sabbia e di ogni pietra la cui anima misconosco, e di ogni cosa che nel cielo percorre intere distanze come un canto di grazie e di magnifico abbandono.
Ho visto una pietra quest'oggi all'alba, nella quiete delle prime luci. Una pietra ho visto e l'ho salutata con un grazie, con un canto che proveniva da lontano, da un luogo distante e che sembra così accanto al mio corpo, un luogo in fondo così nascosto ma che abbraccia posti inesorabili e mete calde e senza forma e che ci mostra che anc

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   0 commenti     di: salvatore



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