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Racconti di ironia e satira

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Lettera al Vescovo

Eccellenza,

mi rivolgo a Sua Eccellenza in quanto massima Autorità religiosa del circondario, nell'impossibilità di reperire il Sacerdote pagano competente per territorio.
Eccellenza! Ho assistito alla processione di San Vito, dopo il sacro restauro del simulacro della chiorba, posta su un corpo talmente piccolo, che il santo appare in tutta evidenza macrocefalo.
Mi dicono che il restauro è stato effettuato ad opera di una mia ricca parente (che però non è presente alla processione). Costei ha fama di austerità, per cui la ricostruzione del corpo ha seguito criteri di economia, che si sono rivelati non in contrasto con la macrocefalia, la quale attira attenzione, devozione ed offerte.
Il santo si fa strada in mezzo a due ali di folla, tutta gente che si è scannata finora, che si scannerà a partire da domani e che oggi prega il santo di provvedere allo "scanning" in sua vece.
Se Ella può fungere da pagano Pontefice, almeno in questa occasione, prego Sua Eccellenza di intercedere presso San Giorgio, vero Patrono del paesino ove si svolge la trama, perché consideri con benevolenza questo colpo "di testa" dei suoi disaffezionati fedeli, e che abbia un occhio di riguardo per quei pochi che restano monoteisti per Lui, almeno in paese.
Eccellenza, tutto ciò a premessa della supplica che ora Le rivolgo: rimuova il prete, per favore! L'equanime uomo, dedito con egual fervore a vino e birra, tratta Vito e Giorgio allo stesso modo, come se fossero entrambi figli di una plebaica sbornia di popolo. Costui porta i voti... a un mistico Primo Cittadino. Che già si prepara a rimpiazzare Giorgio e Vito, in una spettacolare apoteosi.
Eccellenza, se Olimpo deve essere, che non sia un incubo!

   2 commenti     di: Nicola Saracino


Una poco sana tradizione

Una poco sana tradizione


Torr, famoso dilettante del paese, decise di non perdere la tradizione della famiglia: chiamare il primogenito con le iniziali del nome di una pedina degli scacchi. In realtà la tradizione era più complicata: il padre avrebbe dovuto chiamare il primogenito con il nome della pedina da lui preferita. Il padre di Torr, naturalmente, vinceva le partite grazie alle sue due torri che era solito chiamare Carmela e Giovanna. Allo stesso modo, Torr divenuto per la prima volta padre, nominò il neonato Alf. Cresciuto fin da piccolo, a pane e scacchi, mangiando su una scacchiera, dormendo riscaldato da copriletto quadrettati, Alf non riuscì a far altro che giocare a scacchi per tutta la vita.
Cominciò non appena poté e finì il più tardi possibile. Alf, a causa della sua postura errata, ben presto si ritrovò con una scoliosi niente male. Il padre e la madre lo portarono dall’ortopedico, che alla vista di cotanta obliquità non fece altro che mettersi le mani nei pochi capelli che gli rimanevano e abbandonare dapprima il suo caso (a dir poco patologico), e poi il suo mestiere. Non c’era dubbio che chiamar i propri figli con nomi quali Torr non poteva che renderli alti e robusti, verticalmente e orizzontalmente ben messi, ma chiamare il proprio figlio Alf, come minimo significava averli storti fisicamente e nei casi più sfortunati anche mentalmente parlando.
Non si può sostenere che Alf sia un vero e proprio dritto. In effetti, la sua stortezza era colossale; per un certo verso originale, per altri un po’ meno.
Cominciò a giocare a scacchi. Era diventato famoso per le sue grandi abilità strategiche, per gli arrocchi pomposi e le sue forchette indimenticabili. Tuttavia, ciò che più rendeva il suo gioco estasiante, era l’uso predominante e scalciante dei cavalli; che puntualmente aveva chiamato: Napoleone e Pegaso gli impavidi.
Nella sua vita aveva giocato a scacchi.
I suoi pezzi forti erano i cavalli.
Si sposò.
Fece

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L'eliminazione del secondo ramo

Se ne era parlato a lungo nella stesura del programma, prima della campagna elettorale, ma buona parte dei notabili della coalizione avevano osservato che l'argomento non poteva essere chiuso in fretta, che aveva bisogno di riflessione e decantazione, e che era meglio concentrarsi sulle questioni già definite, per apparire convincenti all'elettorato.
La coalizione vinse le elezioni e cominciò a lavorare alla realizzazione del programma. Ma ben presto venne a mancare la serenità: deputati, senatori, consiglieri, ed anche alti burocrati dell'apparato statale avevano il sonno e la veglia continuamente disturbati dall'ombra e dalle spine del "secondo ramo", l'argomento che fatalmente tornava all'attenzione ogni volta che si intraprendesse un qualsivoglia altro discorso.
Era, quello del secondo ramo, un quesito all'apparenza semplice, con altrettanto semplici risposte: un sì o un no. Nessuno ricordava come fosse sorto, ma tutti lo percepivano come un indispensabile prolegòmeno ad ogni azione politica futura, un nodo che impediva di avvolgere o svolgere ogni gomitolo, che si presentava con subdoli occhielli da cui potevano passare matasse intere, apparendo, scomparendo...
La questione in sé era semplice. Eppure svelava una diabolica complessità quando ci si rendeva conto che si riusciva a parlarne soltanto per pochi minuti, i quali bastavano a provocare uno sfinimento generale e la centrifugazione dell'attenzione dei presenti verso i più complessi e vari quesiti, su uno a caso dei quali si focalizzava infine l'attenzione di tutti.
Non che l'opposizione fosse in condizioni migliori. Anch'essa, percependo l'importanza politica del quesito irrisolto, tentava di preparare una piattaforma d'intenti atta a ribattere quella che sarebbe divenuta - quale che fosse - la posizione della coalizione al governo. In riunioni serrate, che cominciavano con grande ottimismo e finivano nella frustrazione, si partiva da un bivio: "se dicono sì...", "se dicono no...", arenand

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   3 commenti     di: Nicola Saracino


Il letto che si muove

Si stacca un istante dalle mie labbra, forse per respirare o per guardarmi negli occhi.
- Quest'anno il 23 novembre viene di domenica - dice.
Io la guardo senza comprendere e lei lo nota, perchè inclina lievemente la testa da un lato come fa sempre quando assume un'aria interrogativa.
Ma davvero non capisco. E quando accade corruccio la fronte e socchiudo gli occhi, ed anche nella penombra della stanza da letto la mia espressione è visibile.
Comincio a pensare.
Allora...
Più veloce.
Che cosa diavolo è il 23? Qualche festività? L'anniversario di qualcosa?
Natale, ovviamente, non può essere e neppure Capodanno, per cui stralciamo le feste comandate. Il suo compleanno o l’onomastico li escludo perchè, almeno quelli, me li ricordo. Oddio... sul secondo ho un paio di dubbi: ma comunque è nei primi mesi dell'anno, e non verso la fine.
Il nostro anniversario non è, perchè l'abbiamo festeggiato neanche un mese fa.
E quindi? L'anniversario della prima volta che abbiamo fatto l'amore? Della prima volta che le ho detto ti amo? Della prima volta che lei è arrivata puntuale ad un appuntamento? No, questo no: non è mai accaduto.
Sorrido, ma è un sorriso scomposto. Cerco di guadagnare tempo.
- Certo, domenica è un buon giorno -. Ma che cacchio dico?
Si accorge delle mie difficoltà.
- Amore, quest'anno l'anniversario del terremoto è di domenica - mi spiega, con un tono che non avrebbe sfigurato al TG1 della sera.
Annuisco.
Terremoto? E smetto di annuire.
Terremoto! Costruzioni che crollano. Voragini che squarciano le strade. Automobili inghiottite negli abissi della terra.
Terremoto! Onde immense che seppelliscono intere città. Cadaveri smembrati che galleggiano sulle acque.
Terremoto! Cupe nubi di polvere e detriti che oscurano il sole. Distruzione e sofferenza. Devastazione. Morte.
Il mio romanticismo compra un biglietto di sola andata per FanculoCity.
Mi metto a sedere al centro del letto e richiudo la camicia.
- Alice - sussurro, unendo

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Detective per puro caso

Una delle afose notti bresciane, di quelle in cui le zanzare ti punzecchiano senza pietà e che sono incolumi agli insetticidi spray o elettrici. Mia notte insonne, peraltro...
Così decido di accendere la tv e mi capita di vedere un film di Humphrey Bogart, "Il mistero del falco". Quante volte lo avrò visto: dieci... o molto di più? Non cambio canale perché proprio in quel mentre torno indietro di qualche decennio, nel 1978, al tempo in cui, giovane dalla fantasia stratosferica, mi trasformai in detective privato con l'incarico di individuare una bionda da capogiro sparita nel nulla.
Il fatto cominciò nel caldo afoso di un'estate a Brescia. Ero tornato a casa alla fine del primo anno di università e mi trovavo all'angolo tra Portici X Giornate e via Trieste, quando incontrai un amico d'infanzia, Carlo Arrivabene, che dopo la scuola dell'obbligo abbandonò ogni forma di studio per un lavoro di commesso di supermercato.
"Gli scaffali e le casse mi hanno rotto l'anima; finalmente, ho individuato un altro lavoro, più piacevole e spianato. Sarò fattorino in un'agenzia d'investigazioni."
Alle parole "agenzia d'investigazioni" sentii un tuffo al cuore; difatti, i film polizieschi, libri gialli, cronache nere, articoli di scappatelle coniugali, scomparse o pedinamenti, erano la mia passione.
"Vengo con te, tanto per farti compagnia dato che mi trovo in vacanza scolastica.", proposi.
L'agenzia era in uno stabile di Piazza della Vittoria. Nei corridoi c'era odore di tanfo. Sulla porta del secondo piano una scritta annunciava: "Agenzia investigativa -Veronica Abeni". Bussammo ed entrammo. Un nano (sembrerebbe quello da circo, lì preso in prestito dall'investigazioni) dai capelli senili, con un "Borsalino" in testa, si stava arrotolando una sigaretta.
"Che volete?", fece.
"Sono venuto per quel posto. Sono Arrivabene."
"Si, certo che è arrivato bene; nulla di grave anche se arrivasse male!", borbottò.
"Arrivabene è il mio c

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Ivo il soggettivo

Innanzitutto, sappiate che il protagonista di questa storia è un tipo fuori dal comune. Il suo nome è Ivo e qui ve lo descrivo, ma per non esser elusivo od evasivo, per quanto mai ripetitivo, nel farlo dovrò scrivere ben più di un aggettivo. Infatti, nonostante la giovanissima età, non solo Ivo è estremamente percettivo e sempre positivo, nonché propositivo, ma anche assai incisivo ed obiettivo... giammai tardivo eppure introspettivo, parecchio olfattivo e un poco combattivo; ma di fatto espansivo... a tratti operativo e, a volte, persino oppressivo; seppur sempre riflessivo e, in complessivo, nientemeno sensitivo... Tanto che, il misterioso motivo, per cui appunto si trova fuori dal comune, nel periodo estivo, pensa dipenda proprio dalla pesante eco che si porta addosso, un nome come "Ivo".

- Ivo, vieni qua - gli diceva sempre sua sorella più grande, Katia: una ragazzina di quindici anni coi capelli rossi come i suoi e tante lentiggini spruzzate sotto a un grande paio di occhiali tenuti su col nastro adesivo. Ivo le voleva un bene, che potremmo definire esplosivo.
- Ivo!!! Guarda che le prendi sai - lo rimproverava ogni tanto la mamma, quando faceva il cattivo perché era stato un po' aggressivo, o semplicemente più espansivo. Alla fine, però, la mamma non lo aveva mai picchiato, perché Ivo, che non era un sovversivo, tornava subito passivo ma festivo, con lo sguardo triste che ondeggiava giulivo... Nossignore: la mamma gli voleva bene e anche Ivo, le voleva bene, un bene superlativo. Anche se, a dire il vero, quando al mattino erano a casa da soli, la mamma guardava sempre le telenovelas alla TV, anziché star con Ivo. Meno male che poi tornava Katia da scuola, e subito giocavano a palla con la bottiglia vuota del detersivo... Che bei ricordi. A pensarci "chissà perché, adesso non è qui a giocare con me", pensa a un certo punto interrogativo.
Il babbo non lo aveva mai conosciuto, invece. Sicuramente doveva essere morto prima che

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   4 commenti     di: marco carlino


La tromba blue di Jack

Raccontavano, poco tempo fa, che sarebbe dovuto nascere il nuovo Miles Davis. Non mi ricordo più chi lo affermò su una rivista di curiosità matematiche. Un tale lo scrisse in un articolo, dopo aver fatto chissà quale calcolo statistico del cazzo. Primo, Miles non rinascerà, secondo che cazzo vuole dire? In quest’articolo si diceva che certa gente nasce ogni tanto. Diceva anche che quel “ogni tanto” era calcolabile con una formula che diceva così: x = quando Iddio si sveglia. Non era proprio uno scienziato nel vero senso della parola, però per quanto mi riguarda ci andava molto vicino. Scopriva formule strane e a volte complicate, altre apparentemente semplici: come questa; vista così uno pensa -è solo questione di tempo, prima o poi si sveglierà-. Quello che negli ultimi tempi preoccupava era il “ prima o poi”. C’era bisogno di qualcuno o qualcosa che facesse un gesto, avesse un’idea, un’illuminazione, una lampadina. Un tizio che si chiamava Russel Black, magistrale inseguitore e critico di vero Jazz, s’incazzò. Una sera prese sua moglie Jenny e cominciò a farci l’amore. Al punto più alto di godimento fece qualcosa di strano e inconsueto: bellissimo. Assomigliava più ad un ordine che ad una preghiera. Urlò: - Fai qualcosa… Cazzo!-. Non si sa bene a cosa si riferisse, ma urlò con una tale forza che svegliò, non solo l’intero pianeta, ma anche Dio, che preso alla sprovvista e svegliato di soprassalto battezzò uno spermatozoo del signor Black.
Le reazioni dei vari popoli a questa sveglia comune al continente furono delle più diverse: Bush si alzò e ordinò di ritirare le truppe dall’Iraq, poi andò a trovare Saddam sulla sua tomba e gli portò fiori bellissimi, non contento andò a fare colazione con Bin Laden e Fidel. A loro si unì anche Bossi che prese da bere un marocchino (non è da lui) e un Kebab per tenersi bello leggero di primo mattino.
Qualcuno finalmente si era svegliato…
Quella notte, fra le altre cose, c

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   4 commenti     di: Gianni Carretta



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