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Racconti di ironia e satira

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Implicazioni invisibili del terzo principio della dinamica

Su quel pianeta, come nell'intero universo, tutto era condannato a muoversi, e una delle leggi che regolava questo muoversi era quella che imponeva a ogni azione di avere una reazione che le fosse analoga e contraria. Gli abitanti del pianeta utilizzavano quella legge della dinamica per muovere veicoli e per sopravvivere al movimento, attraverso lo sfruttamento dei princìpi del movimento. Motori che producevano energia spingevano, dalla parte opposta a quella dove l'energia usciva con forza, gli stessi motori ai quali stavano attaccate le strutture che contenevano, allo scopo di favorirne il movimento, esseri che mai avrebbero immaginato che la legge della dinamica potesse avere delle applicazioni diverse da quelle che utilizzavano. Eppure le scritture sacre di quel pianeta avevano da tempo avvisato che a ogni azione sarebbe corrisposta una reazione uguale e contraria, e che quella reazione ci sarebbe stata anche oltre quello che era il dominio della scienza. Chiamavano, quella reazione, paradiso o inferno, secondo la qualità degli equilibri spezzati che sarebbero stati ricomposti dalla reazione contraria scatenata. La scienza non aveva smesso, per questa che le appariva come fosse soltanto una persecuzione morale, di applicare al movimento lo sfruttamento legale della ripercussione, così i veicoli erano progettati senza la preoccupazione del risparmio energetico. Alla scienza non pareva possibile che quello spreco di energia costituisse un'azione che avrebbe provocato reazioni inverse.
La questione da dover districare riguardava, semmai, quanto la simultaneità tra azione e reazione dovesse essere necessaria nel legame che si stabiliva tra una causa e il suo effetto. Ovviamente avrebbe dovuto esserci simultaneità a che da una causa potesse sortire un effetto perché, altrimenti, quando questo effetto si fosse verificato con un certo ritardo, anche se infinitesimale, si sarebbe attuata una contraddizione irrisolvibile, perché a un evento passato, e dunque in

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   1 commenti     di: massimo vaj


Technology

Lo confesso apertamente: sono un disastro tecnologico. Per dirla più esplicitamente sono, come si dice dalle mie parti, come l'asino che essendo nato senza coda non riesce più a metterla. Il massimo della mia tecnologia è fermo alla Olivetti Praxis 45, quella che aveva un visorino su cui scorrevano le ultime cinque o dieci parole battute (dipendeva dalla lunghezza delle stesse).
Credevo di essere un dio, con quella macchina scrivevo di tutto, dalle lettere commerciali alle relazioni tecniche e, nel tempo libero, bozze di pura utopia politica. Com'era bello scrivere senza compiere alcun errore! Bastava rileggere l'intero rigo prima di andare a capo e il gioco era fatto. Ma come era faticoso! Ad ogni rilettura perdevo il filo del discorso così per un'intera pagina dattiloscritta ci volevano tre ore consumate nella estenuante ricerca e successivo mantenimento della necessaria concentrazione.
La tecnologia, però, avanzava inesorabilmente così a metà degli anni ottanta ecco il grande passo: l'acquisto del primo computer: un Amstrad 1640 a colori con disco rigido dalla terrificante potenza di 20MB, dotato di sistema Gem, antesignano del Windows. Acquistato per esigenza di lavoro e rimasto imballato nel suo scatolone per ben due anni, fino a quando con estremo coraggio mi sono deciso a metterlo in bella mostra nello studio, ma di adoperarlo nemmeno per sogno. Ma gli eventi incalzano e, allora, quando i diretti concorrenti si dotano dei plebei Commodore 64, ma usandoli, io, per non essere da meno, mi decido a compiere il fatale passo ovvero mi faccio l'archivio clienti e in che nodo? Semplice: scrivendo in ordine alfabetico tutte le pratiche in corso (un centinaio). Ma visto che sono anche un maledetto metodico pignolo mi convingo di dover essere io a immettere in ordine alfabetico i nominativi con tutti i dati tecnici salienti. Passo così interi pomeriggi nell'ansia di non compiere errori, ovvero di non saltare qualche nominativo finché il quinto giorno mi capit

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   8 commenti     di: Michele Rotunno


rotelle

La mia città è: Rotelle.
Rotelle fu chiamata così solo dopo un episodio troppo importante per non essere scolpito sul tempo che corricchia per la stessa strada. C’era gente per tutti i gusti in quella città, ma i più erano matti, poi singoli individui rappresentavano e coprivano le altre tipologie umane. Questi ultimi stavano scomparendo, o perché stanchi della pazzia che li circondava di continuo, o perché stanchi di non essere pazzi. Così, tutta la varietà che rendeva la città unica, pian pianino s’affievolì. La città, negli ultimi anni, era quasi tutta matta; solo tre esemplari (sani al venti per cento), resistevano: il macellaio Capuzzo, l’aggiustabiciclette Gino, e Guglielmo.


Il macellaio, un giorno, si affettò la pancia perché un cliente pazzo lo aveva ossessionato con la storia che era ingrassato (in realtà pesava 71 chili per un metro e ottantotto di tenera carne). Da quel momento, il macellaio s’iscrisse automaticamente al club dei matti che in quella città andava per la maggiore. Rimasero l’aggiustabiciclette e Guglielmo.
Il penultimo, dopo aver aggiustato la forcella di una bicicletta rossa fiammante alta un metro da terra (matta anche lei a farsi mettere le mani addosso da quell’incompetente) le sistemò due rotelle: decise di provare ad andare per la prima volta nella sua vita su una bicicletta. Fece tutto il corso urlando a squarciagola, saltando le lettere inglesi, (perché non le conosceva), e la erre (perché gli veniva floscissima) tutto l’alfabeto. Sterzò di colpo e ingoiò il lungomare, dove da bambino vedeva gareggiare i suoi coetanei con le biciclette, capaci senza rotelle e persino senza mani. Pedalava alla velocità della luce. Pedalava talmente forte che le cosce a forza di sfregare una con l’altra decisero di mettersi a sputare fumo blue oltremare. La bicicletta non andava molto veloce per via delle ruotine, invece secondo Gino quelli erano almeno i cento. Inghiottì il porto, quando i pescatori sta

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   3 commenti     di: Gianni Carretta


Adolescena inquieta (prove generali per un approccio sessuale)

La fine della fanciullezza per i ragazzi del gruppo, fu sancita quando insieme alla nascita dei primi "cacchioni" si svilupparono desideri fino allora sopiti.
Le ragazze, prima snobbate, cominciavano ora a catturare l'attenzione dei novelli conquistatori, l'obiettivo da raggiungere era il primo vero bacio, traguardo presto centrato da tutti, pur se in tempi e con modalità diverse.
Una volta avviato il meccanismo, le voglie aumentavano, perlomeno quanto la peluria nel corpo ed allora il tanto agognato bacio si trovò svalutato, rispetto al nuovo prestigioso obiettivo che gli impazienti corpi reclamavano.
Vista la giovane età e l'inesperienza, ma soprattutto la giusta tenacia delle ragazze nel salvaguardare la purezza mantenendo i rapporti nei limiti, passarono anni, prima che qualcuno confidasse con orgoglio di essersi fatto uomo.
Nel frattempo però i desideri andavano assecondati: lo furono inizialmente grazie ai sistemi tradizionali, che stancarono però presto i fautori delle pratiche solitarie; intervenne quindi in loro aiuto la fantasia, che produsse originali alternative adottate particolarmente da un insolito personaggio del quale vado a raccontare.
A settembre la notte inizia prepotentemente a rubare minuti al giorno, il verde che trionfava sugli alberi vestiti dalla primavera comincia a cedere il passo al giallo autunnale, segno inequivocabile di una lenta ma inevitabile morte, portata dai primi venti nordici che assieme alle foglie spazzano via gli ultimi felici ricordi estivi.
È in questo malinconico clima che il nostro bizzarro personaggio venne alla luce, dopo un lungo e sofferto travaglio si affacciò al mondo, il quale si dimostrerà con lui avaro nel dispensargli soddisfazioni e prodigo nel concedergli amarezze.
L'ingrata natura aveva su di lui infierito donandogli la pigmentazione di una medusa, rendendo il feto cianotico, bianco come il lardo di Colonnata.
Reciso il cordone ombelicale, non senza fiera lotta, il neonato con la sofferenza

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   0 commenti     di: giancarlo


BENVENUTI A TUTTI VOI (prima parte)

Frequentando questo gradevole sito, mi sono resa conto che le persone in cui mi imbatto quotidianamente sono più o meno le stesse, così vi ho immaginato come una schiera di amici. Con gli amici si conversa, si scambiano opinioni, si discute di tutto e, l'educazione insegna, a loro si presentano i propri familiari.
Beh, considerate questo mio scritto come un invito virtuale, immaginando l'aperitivo e gli stuzzichini a vostra portata di mano e... mettetevi comodi.
Sapete più o meno chi sono, cosa faccio, i miei passatempi preferiti, ma non conoscete la mia famiglia: è ora che ve la presenti.

MIA MADRE

La scorsa settimana ha varcato la soglia degli ottanta anni con lo stato d'animo più sorpreso di averli realmente (intendo anagraficamente) che non di esserci arrivata in buona salute.
Spirito libero per eccellenza, non ha mai permesso al tempo cronologico di raggiungerla, perchè lei correva più in fretta, quindi non ha potuto causarle i normali, classici danni nè nel corpo, ma ancor meno nella mente che ancora potremmo definire semplicemente molto lucida ed in costante ebollizione.
Donna fisicamente piccolina e minuta, è da sempre molto attenta alla sua alimentazione che è costituita quasi esclusivamente da frutta e verdura.
ha innato l'odio per cucinare quindi, se capitate a casa sua ed aprite il frigo, troverete soltanto quanto di più vario il mondo vegetale possa offrire sulla terra. Ma non provate a cercare un po' di formaggio o della carne (contengono colesterolo), una minima parvenza di salumi (contengono grassi), un pezzetto di dolce (ohhh... gli zuccheri), nè tanto meno una briciola di pane (tendenzialmente inutule ma, se c'è, è duro ed integrale).
In pratica più facile trovare un mango od una vaschetta di valeriana che una comune, misera, volgare ma umanissima rosetta di pane.
In ogni caso non abbiate paura di patire la fame, poichè conosce tutti i ristoranti più sfiziosi della zona e sarà fe

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   1 commenti     di: Paola Reda


Dopo le cassiere hanno un'anima anche il cliente ha una tasca

Tessera socio?
No, oggi mia moglie non me l'ha data
No grazie... cioè si prego, ma non ce l'ho
Ce l'ho ma l'ho data a mia moglie che l'ha data a mia figlia che non fa mai la spesa, insomma non ce l'ho
L'ho persa... l'avevo appena rifatta
Raccolta punti, lo sconto... questo sconosciuto... : :
mi toglie i punti dopo il prelievo? (Succursale AVIS...)
Vorrei scaricare la tesserina
Vorrei riscontrare lo storno e il ristoro con il buono del 20%...!?!.
Sacchetti, clienti & co...

Mi spiccia il sacchetto? (traduzione me lo apre)

Mi imbusta la busta del pesce che va nella busta dei surgelati?

Cliente risparmiatore: compra mezzo negozio che, per risparmiare vorrebbe imbustare in un solo sacchetto, in... arrabbiandosi se si rompe

Cliente intransigente:non vuole rotture di scatole

Cliente raffinato: filetto di baccalà, puzzone di moena, cipolla borrettana, cavolo verza, hair wick al gelsomino

Cliente furba: se è "in carne" va alla cassa prioritaria

Cliente animalista: lingua di bovino, cuore di suino, testina di agnello

Il cliente ecologista: sparge tutta la spesa per strada (perché non vuole la busta)

Il cliente non ecologico: me lo imbusta...?

Il cliente al verde:mi toglie la carne, il pane, lo scottex e le mutande...

Il cliente lento:va sempre alla cassa rapida e fa squagliare i... surgelati a tutti

Cliente igienista: ha già imbustato la spesa prima di pagarla

Il cliente pignolo - metodista: ha già fatto il conto da solo e divide tutto per colore, uso e destinazione

Il cliente impaziente: deve sempre prendere il tram, andare dal dentista, le poste chiudono, ha il bambino da andare a prendere a scuola e il fornello acceso

Cliente flemmatico: signorina vada piano e si riposi

Cliente ricattatore: non la pago finchè non ho messo via tutta la spesa

Cliente paziente: razza protetta, molto rara, in estinzione...

Cliente nervoso: non mi tiri il sedano non mi schiacci i marroni

Cliente in pes

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   3 commenti     di: laura marchetti


Vorrei uscire

Vorrei uscire, ma il mio equipaggio si è ammutinato, il mio pilota si è lanciato col paracadute sulla foresta amazzonica, per lo spavento gli è venuta una crisi di etnofilia acuta e ha deciso di restare lì a tempo indeterminato per cercare di salvare una tribù swhaffgherpath e poi tirarne fuori un best -seller... il marconista da solo non sa pilotare, al massimo diventerà radioamatore, l'autista è andato a cavarsi dieci denti. Farò quattro passi sul lungomare.




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