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Racconti su sentimenti liberi

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Un uomo, una storia piccola...

- Lo trovarono verso mezzogiorno due zoologi, vagavano sulle colline sovrastanti il Mar Ligure, alla ricerca di tracce che dimostrassero che le voci del ritorno di branchi di lupi erano fondate.
Era seduto sotto un pino marittimo, la bocca atteggiata ad un sorriso dolce, con la bocca un poco storta, gli occhi, ormai spenti, erano ancora rivolti verso il mare immenso, occhi che lo avevano scrutato a lungo. Gli abiti erano in ordine, un poco frusti forse e il corpo non presentava segni di violenza, morsi o punture di insetti. Tutto intorno le orme inconfondibili di un branco di lupi, una dozzina, ma nessuno stranamente aveva violato quel corpaccione con segni di atti aggressivi. Era morto, in prima analisi, a causa di un cedimento del cuore, o forse un ictus. In una tasca aveva i documenti, pochi soldi ed un mazzo di chiavi, la foto di un ragazzo, forse suo figlio e quella di una donna ancora giovane, bella dallo sguardo fiero ed anche un blocco da appunti scritto con calligrafia incerta; ma questi bastarono al giudice inquirente per ricostruire la sua storia, che inizia con un appunto scritto al computer, a casa, ancora acceso...-

... A volte penso agli sbagli compiuti nella mia vita, tanti e spesso abbondantemente stupidi, posso comunque dire di averla vissuta intensamente; ho girato il mondo in lungo ed in largo, ho amato donne bellissime ed a volte ne sono stato riamato, ho passato buona parte del mio tempo in grandi alberghi, mi sono riposato in luoghi incontaminati, ho avuto la fortuna, in posti che considero speciali, di entrare in sintonia con la natura.
Tutto preso dal lavoro mi sono ritrovato in pensione quasi senza accorgermene, volevo ritirarmi sulla piccola isola vicina al mio cuore, Carloforte, dove aspettare la partenza per un ultimo viaggio, senza ritorno, scrivendo i ricordi di una vita vagabonda, ordinando le migliaia di fotografie e pescando in letizia, sia per passatempo che per bisogno mentale; ma una splendida donna incontrata

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UOMINI SOLI PRIMO CAPITOLO

1


... E così una donna era la vita per Sergio.
Ma di Laura meno di un pugno d’acqua gli era rimasto. Neppure si erano amati. Neppure si erano sussurrati quelle assurdità che tanto piacciono agl’innamorati. Gli perdurava ( adesso che, sicurissimamente, l’aveva smarrita ) il rimorso per quanto non era accaduto, confuso con il rimpianto di uno ieri vivido, esuberante, ma remotissimo. Quando - sul divano del salotto di lei - la schiena ed i lombi erano stati percorsi da un brivido, ma di stringerla forte a sé non si era ritenuto capace. Quando, intuendo che stava perdendola, avrebbe abbandonato per mezzo secondo le sue esitazioni se una morsa, proprio nel petto, non lo avesse sempre riconsegnato alla sua incapacità.
Eppure, rimuginandovi : qualora le avesse accarezzato l’ovale del viso, qualora - ancora più audace, quasi folle - l’avesse attirata a sé: lei non attendeva che quello? lei, lo desiderava? Desiderava l’incessante ed esclusiva presenza di Gio, desiderava confidarsi con Gio, desiderava confondersi con Gio, e sentirselo addosso, e uomo, desiderava essere divorata dai baci e dalle mani ruvide del suo Gio, desiderava insomma Gio, come se anche il suo Sergio Bergero fosse un uomo di cui ci si può innamorare, od invece si era burlata di lui, con un sorriso l’aveva ammansito, con un’occhiatina l’aveva frenato, ed intanto mica l’aveva amato: scherziamo? Se ne era servita. Per civetteria? Per comodità ? Mah… Per venirne a capo, in certi momenti, Sergio avrebbe barattato la vita, diventata un nonsenso senza di lei.
Possedeva un pensiero? A chi era collegato, tenace, ossessivo? Egli non elemosinava altre donne fra le mille che giravano per la sua città, ma l’unica che non ammetteva paragoni, l’unica che, semplicemente, era la sua donna. La rivedeva nella sua femminilità, nella sua naturalezza, come se mai si fossero separati, ma ancora l’avesse accanto, con un dito la sfiorasse (arrossendo entrambi ) e finalmente si f

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La bestia che ho nel cuore

Fuori piove e dentro nevica. Eppure ero riuscita a fermarla. L’avevo ammansita negli anni, con calante difficoltà, ero riuscito a imbrigliarla, a legarle le zampe, l’avevo chiusa in un’involucro di ghiaccio. È bastata una tua stilettata per farla risvegliare, per spaccare la gabbia che la teneva prigioniera, e ora lei è lì. È una bestia, una bestia nera che si muove dentro al mio cuore, è cieca ma ha denti aguzzi e unghie affilate, la sento ringhiare e ruggire, sento piantare i suoi artigli nella mia carne, sento le sue risa beffarde che si confondono con le mia di dolore, ha assaggiato il mio sangue e ne vuole ancora, sempre più. Sono bastate poche parole per fare cadere la coltre di ghiaccio che la copriva. Il fiume gelato che mi scorreva nelle vene si è stiepidito fino a farsi bollente, ora mi pulsa in testa. La bestia che ho dentro si chiama male di vivere e mi solletica adulante in cervello e la pancia, ma ora so cosa devo fare, non sono più un bambino, sono cresciuto da quel giorno che mi cambiò la vita mio malgrado, è passato tanto tempo e immenso dolore dal giorno in cui fui strappato bruscamente alla mia infanzia e gettato nel baratro, questa volta non mi limiterò ad ammansirla di nuovo, questa volta la ucciderò e la getterò così lontano da non rivederla mai più, la getterò dove non può più nuocere a nessuno. E uscirò in cerca di te, anima mia.

   0 commenti     di: paolo bonciani


La giraffa ficcanaso

Nella foresta viveva una giraffa, vecchia e sola. Non era cattiva
ma aveva un difetto che la rendeva antipatica a tutti gli altri animali
della foresta: le piaceva ficcare il naso, anzi il lungo collo negli
affari degli altri.

Nessuno dei tanti animali della foresta poteva
starsene tranquillo nella sua tana o fuori. Da un momento all'altro
si poteva vedere il lungo collo della giraffa proteso tra gli alberi: due
occhi carichi di curiosità sbirciavano senza ritegno a destra e a sinistra.
Una volta la tigre, che era a corto di carne, fu sorpresa dalla giraffa
mentre stava mangiando un paio di banane e potete immaginare come rimase
male la povera tigre che non ci teneva proprio a far sapere agli altri
dì essere costretta a ripiegare su un cibo da scimmie.
Un'altra volta il leone, che soffriva molto per una spina confitta in una
zampa, vide comparire il lungo collo e gli occhi della giraffa tra la porta
socchiusa della tana proprio nel momento in cui, cedendo al dolore, si era
lasciato andare ad una crisi di pianto. Povero leone! In quel momento vide
la sua fama di re della foresta irrimediabilmente compromessa.
Insomma la giraffa, con la sua mania di curiosare aveva creato disagi e problemi
a tutti gli animali. Questi dapprima cercarono di far capire con garbo
alla giraffa che certe volte era proprio inopportuna. Ma la giraffa non capiva
o fingeva di non capire. Allora gli animali della foresta ricorsero ai modi
bruschi ed anche scortesi: quando vedevano la giraffa avvicinarsi correvano
a chiudere porte e finestre delle loro tane oppure smettevano immediatamente
di parlare e guardavano la giraffa con aria provocatoria come per dire
"Perché ti impicci dei fatti nostri?"Ma la giraffa era ostnata e trovava
sempre un buco nelle tane in cui ficcare il suo collo.
Un giorno gli animali decisero di tenere un'assemblea per trovare
il modo di difendersi dalla ostinata curiosità della giraffa. Stabilirono
il giorno, l'o

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Dove Accarezzi Le Nuvole

... e ci sono sere in cui non conta chi sei... quelle notti dove le stelle ti fanno compagnia... e ritrovi tra le nuvole un ricordo dimenticato... e ti guardi intorno e trovi solo voglia di vivere... solo voglia di sognare e andare oltre... e quel fottuto mondo dove ogni giorno provi ad alzare la voce diventa superficiale... e tu... riesci ad ammirarlo dall'alto di quella superficialità... e senti il vento accarezzarti il cuore... e tra una canzone da film e una mente stupita sei felice... e non c'è niente di meglio... e sai che una cosa del genere non la dimenticherai mai più... e rimarrà in quella piccola parte di esistenza passata a sentir vibrare la pelle... rimarrà tra i ricordi di un'adolescenza di cazzate... e sorridi con un filo di malinconia... perchè non ricordi già più esattamente come ci si sente là dove il forte soffiare del vento è la cosa più stabile che ci sia... la cosa più bella da poter Sentire...



Non solo musica

Polvere su una scacchiera dimenticata, i cui pezzi abbandonati, riposavano come fermati dal tempo. Ovunque una luce soffusa, color dell'ambra, color del miele. Quel miele che profuma le stanze, le persone, le anime. Ed è qui che tutto prese vita. Fra le bambole rotte e quel pianoforte impolverato.

Note che prendevano vita.

Non era solo tecnica. Non era solo musica quella che suonava dinanzi al fuoco. Suonava per loro, per le sue spettatrici mutilate, cieche d'occhi ma dotate d'udito. Udito fantastico, creato dalla fantasia d'una bambina che si rifiutava di crescere.

Caustica. Apatica. Distante.

Ma lei su quel piano prendeva vita.

Ad ogni accordo, solleticava l'anima di chi l'ascoltava. Ad ogni nota, sfiorava il cuore di chi le prestava attenzione. Ma non serviva. Prendeva con potenza chiunque le passasse accanto. La sua musica attirava, la sua voce era come acqua per assetati. Suonava per se stessa, suonava per parlare, per dire quelle parole che teneva chiuse nel cassetto del suo cuore.

Ma non aveva gettato la chiave. La chiave era nelle sue dita.

Occhi sognanti che la osservavano con ammirazione. Osservavano quello sguardo spento, che prendeva vita ad ogni nota. Quelle labbra che sorridevano di nuovo, al solo sfiorare i tasti. Quel viso che si rasserenava, non appena sedeva su quella panca. Suonava con foga, con passione, con amore. Ci metteva il cuore che sembrava non avere. Amava quei suoni, quella sensazione. Amava suonare, amava quel piano, amava se stessa. E suonava...
suonò finchè le sue dita non cominciarono a tamburellare su qualunque superificie.
suonò finchè non riuscì a suonare ad occhi chiusi.
suonò finchè le corde non si ruppero.

e con quelle anche la sua realtà.

   1 commenti     di: Vinter_


Jazz

Non suonava da una settimana.
La casa piena di polvere.
Non rifaceva il letto.
Non si pettinava.
Passava così il tempo: apriva la finestra un minuto per cambiare aria, usciva per comprare il giornale, tornava a leggerlo in giardino.
Un panino e una birra.
Un disco.
Radio e sonnellino.
Alfredo si trascinava per casa tutto il giorno.
Non rispondeva al telefono.
Il concerto di lunedì andato a puttane.
Riccardo aveva suonato il campanello per tre minuti prima che aprisse in mutande.
" Si può sapere che cazzo ti è preso?"
Alfredo si era infilato di nuovo a letto.
Rispose con la testa sotto il cuscino.
" Niente, avevo sonno."
" Ma sei scemo?" Riccardo non riusciva a stare fermo per la stanza. Toccava i libri impilati sul tavolo impolverato e parlava a scatti. Leggeva i titoli delle copertine dei vinili lasciati vicino al giradischi. Cominciò a parlare solo dopo un po'.
Alle due di notte non era certo un gran bel discorso.
" Abbiamo fatto una figura di merda al pub. Mi sono dovuto inventare un sacco di storie. Abbiamo suonato in due. Piano e batteria. Uno schifo. E lui che fa? Dorme!"
" Mi faceva male la schiena."
Alfredo non aveva voglia di discutere e di spiegare.
Scese dal letto in mutande e andò a bere scalzo un bicchiere d'acqua in cucina.
Si portò la bottiglia vicino al letto.
" Ne riparliamo domani, ciao."
Riccardo lo guardò dall'alto dei suoi quasi due metri. Mise le mani in tasca. Avrebbe potuto strangolarlo, attaccarlo al muro, annichilirlo, con quelle mani, ma non lo fece.
Aveva troppo bisogno del suo contrabbassista e se ne andò senza guardarlo.
" Ne parliamo domani ", fece sbattendo la porta.
Erano passati altri giorni così, senza sentirlo.
Non pioveva più almeno, ma era come se piovesse.
In giardino le foglioline cominciavano a spuntare prepotenti.
Fortuna che la pioggia aveva annaffiato.
Faceva caldo.
Troppo caldo per la primavera.
Già pieno di zanzare.
Non toccava il contrabbasso da giorni.
I calli sulle dita

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   2 commenti     di: Giacomo D'Alia



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