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Racconti su sentimenti liberi

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Anima

Come ti senti ad essere governata dal vuoto? Dillo, come ti senti? Non riesco a spiegarlo. Sento di vivere ma di non starlo facendo nel modo giusto. Mi sento come se il mio corpo fosse abituato dalla solita routine e la mia anima fosse uscita dal corpo, scappata, strappata. Cammino e non riesco nemmeno più a tenere dritte le spalle. Lui mi ha lasciata, lui ha lasciato me. L'ha fatto davvero senza ma senza se. Mi ha lasciata. Ora sento una tale angoscia dentro me che non riesco a far uscire nemmeno piangendo. I miei occhi non c'è l ha fanno. Ho la guerra in testa, tante voci, alcune mi dicono lotta e altre fatti sconfiggere perché le forze, te le ha portate via tutte lui. Altre voci ancora mi dicono mangia, sei forte, altre mi fanno sentire in colpa se lo faccio. 49, 3... 46, 9... Mangia cazzo. Ingrassa. Ma io mangio, io sto bene. Eppure quando cammino non comando il mio corpo, ho lo sguardo assente, la vista è distratta. Ho lui in testa li, sempre nello stesso punto che mi guarda. Mi bacia, mi sorride mi bacia sulla fronte mentre accompagna le coperte sul mio seno per coprirmi il più possibile, senza farmi soffocare, lo fa perché sa che sono una persona freddolosa, lo fa con quella cura di non farmi soffrire anche in un gesto così semplice. Poi c'è l'altra immagine che mi è rimasta di lui. Quella meno bella. Quella che mi urla in faccia e mi dice che è finita, quella sagoma in quella foto affianco a un corpo femminile che non è più il mio, in così pochi giorni. Allora io come faccio a combattere? Come faccio a liberarmi di questa angoscia? Come faccio a ritornare a vivere? Perché qua se strappi un fiore al suo prato, non nascerà mai più lo stesso fiore. Man mano perderà tutto ciò che di bello aveva perché è troppo debole per farcela da sola. Io lo sono. Sento la mia anima sempre più lontana e il mio corpo sempre più solo.

   3 commenti     di: Valentina Iengo


Il funerale della nonna

Gli occhi erano pesanti e rivendicavano le ore di sonno sottratte dalla levataccia. Pure le gambe mancavano dell’abituale solidità, un po’ per lo stesso motivo, un po’ per la corsa del giorno prima, sanissima ma certo abbastanza forzata visto che era la terza volta che ero tornato a correre dopo avere ricominciato ad allenarmi. La vista del lago fu quindi sbiadita da tale stato fisico, ma l’aria della prima mattina mi aiutò a sgranare le immagini e a farmi rendere conto che si sarebbero stampate sufficientemente nella memoria da farmele riaffiorare in futuro, con un interessante numero di dettagli.
Mio padre, invece, era sveglissimo, diceva che aveva dormito una sola ora, e c’era da credergli dalle occhiaie che aveva portato dalle due, ora della sveglia, per un po’, almeno fino all’imbocco della tangenziale di Mestre. Aveva deciso di partire presto, l’appuntamento per la cerimonia era fissato alle 8. 30 di fronte alla stazione di Fine Lago, ultima fermata delle ferrovie Nord. Era prevedibile che saremmo arrivati con largo anticipo, ma era meglio così; effettivamente partendo più tardi c’era il rischio di trovare coda in tangenziale a Milano. “Se partivamo due ore dopo, arrivavamo almeno tre ore dopo!”, aveva ripetuto un paio di volte sul lungolago. Aveva ragione.
Sarebbe stato bello fare un giro col battello, l’aria della prua mi avrebbe certo completamente ridestato, ma questo pensiero mi balenò per andarsene in fretta. Non c’era molto tempo e Como avrei sicuramente avuto altre occasioni per vederla con calma.
Mia cugina, la Lia, arrivò trafelata provenendo dalla sala mortuaria. Disse che la zia si era fermata direttamente lì. Ci salutammo molto velocemente, lei stessa nel parlare e nel descrivere i dettagli dei preparativi per il funerale mi ricordava una segretaria. Non l’ascoltai molto, ma quel suo parlare affannato e sicuro mi fece capire che non v’erano stati intoppi di alcun tipo e che il funerale si sarebbe svolto da man

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   0 commenti     di: Alberto Zisa


La Talpa di Babelel

Praticamente verso le 3 di notte molliamo le ragazze al locale e andiamo a casa mia. Io, Sandro e Federica. Conosci la mia camera; è un tugurio. A turno io e Sandro, all'insaputa di Fede andiamo in bagno a fare un paio di pippotti e poi beviamo alcune birre insieme a lei. Sandro ci fa una disquisizione sui vini e i vigneti siciliani.
"... sono secoli che da queste parti fanno il vino, ma il nero d'avola, o il bianco d'alcamo, o peggio, il corvo glicine, sono tutti vini che non baratterei col peggior vino friulano. Da quelle parti si che sanno come si fa il vino".
La Fede non sembra d'accordo:
"Magari è anche vero, poi a me il nero d'avola non piace, però la qualità del vino è subordinata al piacere che mi da berlo, più che alla provenienza geografica".
Io di vino non ne capisco molto, anzi secondo me il nero d'avola è un ottimo vino e vorrei battermi per far valere la mia opinione, ma non mi lasciano spazio per esprimermi, sembra abbiano questa conversazione in atto chissà da quanto e nonostante ci troviamo a casa mia, mi sento un pesce fuor d'acqua, quasi di troppo. Sandro ch'è un addetto ai lavori, cerca di far valere le sue opinioni argomentando con cognizione di causa.
"D'accordo Fede, sono d'accordo anch'io, però ti faccio un esempio che magari apparentemente non è molto attinente: metti che hai due piatti da cui poter mangiare, uno contiene caviale e l'altro contiene merda, magari per il tuo gusto la merda ti piace più del caviale, ma non puoi venirmi a dire che la merda è migliore del caviale solo per questo".
Questo ci trova un po' tutti d'accordo.
"Se poi usi lo stesso criterio nella valutazione del vino capirai che per me il miglior nero d'avola non può neanche lontanamente essere paragonato ad un buon barolo o un Chianti."
Il ragionamento di Sandro non faceva una grinza, tanto che preso atto di questo criterio valutativo, anche la benché minima mia intenzione di interagire nella discussione si avviluppa su se stessa

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   5 commenti     di: Alfa Alfa


CINZIA: TUTTO EBBE COSI' INIZIO

Ora se ne accorge. Infatti, ecco lo stupore!
Finge discretamente di nulla, si guarda intorno nella speranza di distrarre con i suoi immensi occhi marroni il resto delle persone, ed ecco che, con discreta classe, volta il libro dalla parte giusta.
Qualcuno alle mie spalle, nel frattempo, intona una melodia straniera, molto probabilmente araba. Entrambi sembriamo accorgercene poiché non abbiamo ancora sfoggiato i nostri rispettivi iPod.
Come fa a sapere che pure lei ne possiede uno? Vi chiederete.
Siamo universitari e siamo nel duemilasette; tutti gli studenti ne hanno uno. Oramai i cd sono catalogati come specie estinta, materia per archeologi (può darsi, fra qualche mese, m’imbatta nella frequenza d’un corso di laurea riguardante la solare era dei cd musicali).
Una risata da destra: una ragazza mora, quasi sicuramente matricola, intenta a guardare sul suo portatile L’era glaciale. Di solito quei computer non sono l’ombra d’universitari in procinto della laurea? La ragazza mostra meno degli anni che effettivamente avrà?
“Chissenefrega”, mi rispondo estraendo l’iPod.
Scorro col pollice l’elenco dei brani, scelgo Angry Chair degli Alice In Chains.
Di tanto in tanto scatto qualche foto alla ragazza dagli occhi castani.
Deve esserle vibrato il cellulare nella borsa sdraiata sulle sue ginocchia: posa il libro, la apre frettolosamente, estrae il telefono rosa da una piccola calza rosa; mi lancia uno sguardo e nota io la stia fissando. La congedo con frettoloso disagio mentre lei s’immerge nella lettura.
Torno ad osservarla con velata discrezione: continua a leggere, ride, meglio, sorride, un sorriso sincero, solare, complice…
Ora risponde.
Resta immobile qualche secondo, giusto il tempo della conferma d’invio del messaggio, poi un ultimo sorriso mentre lo ripone nella borsa. Sguardo fuori: contempla il lago, si sistema i capelli dietro le orecchie, accarezza la borsa sulle ginocchia quasi fosse il suo gatto, dopodiché estrae anche l

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   3 commenti     di: Mirko Zullo


Mica sarà che ti amo...?

.. oggi è piovuto tutto il giorno. una pioggia di marzo, niente di che. sì, tirava un po' di vento.. qualche scroscio, due o tre tuoni.. qualche nuvola bassa, un po' nera.. un lampo.
niente di che.. è marzo. non è come in inverno, come dici tu.
.. come hai fatto a non sentire la primavera.. ad ogni costo? com'è che io, che sono una figlia.. del sole, proprio, che sogno l'estate tutto il tempo che non c'è, che aspetto l'estate come si può aspettare solo l'estate.. appunto.
io, che sono una funzione dell'estate.. ho sentito la presenza della primavera attraverso l'acquazzone, il vento, i due o tre tuoni e il lampo.. e tu, no?
.. io, non me ne sarei nemmeno accorta che pioveva. se mi avessi chiamato. come hai fatto a non chiamarmi.. solo perchè pioveva? come hai fatto?
ho voglia di litigare.. perchè?.. mica sarà che ti amo?



RACCONTO TRATTO DA

I

Ilgaro nasce da una povera ed umile famiglia. A 23 anni ne subisce le conseguenze moralmente e socialmente scegliendo di evadere dai loro giudizi e dalle loro incomprensioni.
Emigrati in Germania negli anni '70 si portarono dietro solo la grande volontà di formare una famiglia diversa da quella in cui hanno vissuto. Ma la vita non ha ricambiato loro questo enorme sacrificio. Ilgaro è fuggita.

Febbraio 199due
Ilgaro lasciava sua madre sola in un bar dopo che Andrée l'aveva portata via dalla sua vita, considerando il suo modo d'essere peccaminoso e senza futuro. Certo, a 20 anni Ilgaro si sentiva forte e non aveva la minima voglia di ritornare sotto le vesti dei genitori che non la capivano. Amare una donna era completamente fuori luogo dopo una educazione liceale ed universitaria. Fino al momento in cui Ilgaro, diciannovenne, aveva conosciuto Andrée non aveva fatto l'amore con nessuno; le stravolse l'esistenza. Andrée con due figli, aveva trascinato Ilgaro in una mostruosa povertà ma ricca di universo sessuale che non aveva mai toccato. In precedenza Ilgaro amava solo nei sogni e si innamorava senza vivere appieno il suo sentimento, soffrendone. A 19 anni il varco che si apriva la conduceva a vivere tutto il tempo perso, non importava se Andrèe, avendo figli, non lavorava. Ilgaro pensava a tutto; Andrèe e i suoi bambini erano la sua "nuova famiglia"; non pensava alla decadenza, alla perdita della coscienza, alla fame a cui stava indando incontro, prosciugando il suo conto in banca ed oltre... il bancomat ad un certo punto venne mangiato da una bocca senza pietà, dal momento in cui Ilgaro ed Andrèe pensavano solo a prelevare senza mai ricoprire il conto in rosso.
Ma tutto questo Ilgaro non lo sapeva quando lasciò sua madre smarrita fuori da quel bar, in una città a lei completamente sconosciuta...

Agosto 199cinque
Ilgaro rinasceva tornando a vivere diversamente. Il papà di Andrèe moriva in ospedale dopo una lunga e sofferente malatti

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Natale di una volta

Natale in famiglia, col presepe costruito di sassi e muschio
e tante statuine di creta rovinate dal tempo, ma sempre a noi care.
Profumo di dolcetti preparati in casa, appena usciti dal forno;
abbondanza di tutto; sul piatto portafrutta, in bella vista, le prime arance profumate, grossi melograni, castagne e noci.
La sera, sotto casa, la novena suonata in tutta fretta per
il troppo freddo, da musicanti improvvisati ed un po' alticci.
Per le strade negozi affollati e vetrine appannate piene di luci; nell'aria un qualcosa di magico che induceva al sorriso ed alla gioia.
La notte santa si andava tutti in chiesa sotto il freddo ed io, bambino, riparato sotto il lungo mantello del papà mio, camminavo nel buio, inciampando nelle pietre del selciato.
E poi il giorno della festa, tutti riuniti attorno alla tavola, imbandita col servizio di piatti buono e la tovaglia ricamata a fiori.
Ed alla fine i regali, giocattoli, la nuova cartella per la scuola,
leccornie da leccarsi i baffi, i soldini dei nonni, tante sorprese,
con le animate trattative tra i fratelli per scambiarsi qualche dono.
E soprattutto l'adorabile sorriso dei nostri genitori, felici della nostra contentezza, sorriso che non potrò mai scordare e che Natale non può darci più.

   4 commenti     di: IGNAZIO AMICO



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