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Racconti storici

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Achille, amore e morte

Nella mitologia greca è centrale la figura di Achille, del quale tutti ricordano la famosa ira contro Agamennone e la vendetta su Ettore, che gli aveva ucciso l'amico Patroclo, ma anche il nobile comportamento tenuto con il vecchio Priamo quando gli aveva restituito il corpo del figlio. Secondo la versione più nota, l'eroe sarebbe morto per una freccia di Paride che lo avrebbe colpito al tallone, unica parte vulnerabile del suo corpo. Altri autori ci parlano del suo amore per Polissena, la più giovane figlia di Priamo, che sarebbe stata sacrificata sulla sua tomba alla fine del conflitto. La tradizione tardolatina e medievale, l'unica nota a Dante, fonde i due argomenti e spingerà il divino poeta a mettere Achille accanto a Paolo e Francesca nel girone dei lussuriosi ("e vidi il grande Achille che con Amore al fine combatteo").
Questo testo, con la bibliografia allegata, può liberamente e proficuamente essere impiegato per fini didattici in tutte le classi che si occupano di epica classica e medievale.

Era una notte di buio pesto, appena rischiarata dalle stelle e dalle luci sugli spalti di Troia. Achille disse ai soldati di guardia alla sua tenda che, profittando della tregua, andava ad esplorare la zona avanti al tempio di Apollo Timbreo, appena fuori della città, venerato comunemente da Greci e Troiani e rimasto indenne da tutte le operazioni di guerra. La risposta fu un imbarazzato silenzio, ma Achille aveva fretta e non ci badò più di tanto.
Mentre correva verso il tempio, pensava alla bellissima Polissena, la figlia di Priamo, che aveva vista per la prima volta quando era venuta con il padre a riscattare il corpo di Ettore. "Avrei dovuto accettare allora la proposta di Priamo, di prendermela come schiava ", disse a mezza bocca come aveva fatto tanto spesso in quei giorni. Ma aveva preferito il gesto generoso di non chiedere altro, per il riscatto, che le vesti preziose offertegli dal vecchio re, rinviando ad altra occasione la questione del suo ma

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Diario di un medico

Questa mattina ho visto l'alba, il sorgere del sole. È stato bello poter vedere nascere la luce, dopo una notte insonne, una notte in cui i miei pensieri hanno sopraffatto la mia mente, tanto da non lasciarmi chiudere occhio; perciò al primo sorgere dell'alba mi sono alzato e sono andato in giardino, qui in questa fattoria di campagna a quattro miglia da Roma. L'aria era fresca, il sole sorgeva alzandosi dalle colline, tutto lentamente acquistava contorni fissi; e l'angoscia del mio animo si allentava un po' nel vedere quello spettacolo, ma subito dopo, al volgere dei pensieri, ritornava come prima e le funeste immagini del giorno innanzi restavano fisse e immobili nella mia mente. La notte non aveva portato consiglio, non aveva cambiato nulla.
Ho sentito più volte il canto del gallo, ed è stato funesto per me: mi rammentava il continuo correre del tempo, un passo in più verso la morte, quella morte che il Maestro mi diceva sempre di non temere. Sono uscito nel cortile alla prima luce e ho guardato verso le colline, dalla parte opposta al sole nascente; e tra gli alberi e i cespugli ho visto una massa muoversi lentamente, come a scatti. Era un cervo, un cervo che camminava lento, con tre zampe, zoppicando; forse era caduto in un dirupo e si era rotto una zampa, oppure erano stati i cacciatori a ferirlo in quella maniera. Mi ha fatto compassione, e mi è venuto in mente l'idea di curarlo e di farlo tornare alla sua primitiva, naturale agilità. Mi sono detto: "Non sono forse un medico, io? Non ho forse curato per tanti anni gli uomini con buon successo? Anche il Maestro, quando gli davo consigli sulla sua salute, mi ringraziava spesso. E quindi non saprei io curare un animale che, se non possiede la parte ignea e divina che si trova nell'uomo, ha pur sempre un corpo costituito da os-sa e da carne come il nostro?" Ma di questi pensieri mi sono ben presto meravigliato, giacché ho constatato che sarebbe considerata cosa assai bizzarra preoccuparsi di una bestia,

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   0 commenti     di: Max Ruber


Il buffone

Io sono un giullare. Come? Sì esatto, un buffone. Ma non solo! Sono artista, musicista, menestrello, sognatore e fantasista sotto ogni centimetro della pelle. Sono quel genere di persona che non ha nulla e ha tutto. Che non vive per se stesso ma vive per gli altri. Che sogna storie e immagini luminose come stelle e le racconta a tutti coloro che hanno voglia di abbagliarsi e di sentire gli occhi lucidi. Mi piace saltellare da uno sgabello a una sedia su un piede solo, strimpellare la cetra prima con furore poi con delicatezza, urlare a squarciagola e poi abbassare il tono di voce come se avessi messo la testa in una botte! Ogni oggetto, ogni sensazione, ogni idea, è per me uno stimolo che si trasforma in magia. Un po' come i fiori. Riuscite a spiegare la meraviglia di un bocciolo che improvvisamente si trasforma in fiore? Ecco. Per quanto io non abbia lo stesso profumo (e credetemi, a viaggiare quasi tutti i giorni, non profumo affatto!), cerco di riproporre quella magia con tutto il corpo.
Ho imparato da solo ogni arte che potesse permettermi di agitare tutti i muscoli a scapito di un sorriso, semplicemente osservando e analizzando. Il cammino mi ha condotto da un paese all'altro cantando storie ai fornai la mattina presto, ai giovani bambini delle piazze mercato, ai costruttori delle grandi cattedrali che salivano piano piano nel cielo come a volerlo toccare. Le voci correvano di paese in paese. Mentre cavalcavo il mio piccolo asinello sentivo in lontananza qualcuno che urlava "Arriva il cantastorie!", "Eccolo il buffone!", oppure "Si si è proprio lui! È arrivato!". E ogni volta era un'entrata trionfale. Ho seguito così il flusso della vita fino all'ultimo giorno. Fino a oggi.
Dovete sapere infatti che con fatica e sudore ero riuscito finalmente a diventare giullare di corte in un regno del Nord. Una sera, mentre tornavo dalla solita serenata alla locanda, la strada verso casa mi parve diversa, più lunga, e intrapresi una scorciatoia. I passi div

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   3 commenti     di: Andrew Abel


1989, opinioni

Il piccolo ha fame, ha freddo, piagnucola. Hanna si tiene al braccio libero, con l’altro tengo il piccolo. Siamo qua, tutti e tre, davanti a poit Charlie che aspettiamo di passare. C’è tanta gente.
Dicono che possiamo passare. Chi lo dice? L’hanno detto alla radio. Cosa hanno detto? Che aprono i posti di blocco. Quando? Sono già aperti. Scherzi? No.
Avevo lasciato la birra a metà ed ero corso a casa. Hanna stava preparando la cena, Klaus giocava.
Hanno detto che aprono i posti di blocco… che sono già aperti. Hanna mi guardava come si guarda un pazzo. Vestilo, indicavo Klaus, andiamo.
Voglio andare a casa. No Klaus, dobbiamo andare di là. Ho fame. Resisti. Ho freddo. Resisti. Cosa c’è di là? La libertà. Che cos’è la libertà? Avere fame e avere freddo se ne hai voglia.
Klaus mi guardava poco convinto.
Klaus, oggi siamo un pezzo di storia, non possiamo stare a casa, non possiamo stare al caldo, dobbiamo andare e vedere. Dobbiamo scegliere di avere fame e freddo e di stare qui in piedi, in questa notte fredda.
Klaus? Dimmi. Ti ricordi la sera che cadde il muro? Si. Com’è stata? Fredda, la gente applaudiva quando passammo e mio padre piangeva e rideva, libero, tra i palazzi grigi e la notte.

-Eccole la, le formiche impazzite-
Aveva sentito alla radio che aprivano i posti di blocco, si era versato un cognac. Ora se ne stava alla finestra e guardava tutta quella confusione di gente che passava sotto la sua finestra verso il maledettissimo Ceckpoint Charlie. Erano passate due ore dalla comunicazione e tutti correvano a vedere. Portò la bottiglia di cognac alle labbra. Era nell’aria, certo, era nell’aria. Si sentiva che qualcosa scricchiolava, prima i bastardi Ungheresi, e adesso guarda… Cambierà tutto, maledetti bastardi, farete cambiare tutto.
La moglie lo guardava nascosta dietro la porta della cucina. Non l’aveva mai visto bere così, solo.
State distruggendo tutto, maledette formiche impazzite, tutto il mio mondo.
La s

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   9 commenti     di: Umberto Briacco


La rivoluzione gentile

- Claudio, sembra che a Praga succederà qualcosa come nel 1968-
mi disse Maurizio, un mio amico giornalista,
-che ne diresti di accompagnarmi e farmi da fotografo?-
Come perdere un'occasione del genere? Era la prima volta che venivo chiamato a fare il fotoreporter. Organizzai al volo le mie cose, comprai una trentina di pellicole e via: era novembre del del 1989. Alla fine di quel viaggio avevo scattato più di quattromila foto.
Pochi giorni dopo a Praga le prime foto, ci furono due morti, negli scontri, ma alla fine fu dichiarata l'indipendenza dall'Unione Sovietica. Aspettavamo i carri armati russi che non giunsero, ma le foto, con tutte quelle candele accese, in Piazza Venceslao, nei vicoli del centro, in ricordo dei morti di circa vent'anni prima, tra i quali Jan Palach, erano di un effetto tremendo. Ancora oggi guardandole mi commuovono. Restammo lì qualche mese, fotografai tutta quella euforia di libertà, volti felici, conferenze del neo Presidente, momenti bellissimi, locali e birrerie aperti fino a tardi, discoteche improvvisate con musica rock, atmosfera da "volemose tutti bene". Ragazze stupende con le quali era oltre che piacevole fare amicizia. Sembrava una festa continua. Poi, in aprile mi sembra, giunse il Presidente degli Stati Uniti e, dalle bandiere a stelle e strisce che avevano invaso Praga, sembrava che la "Rivoluzione Gentile", come fu chiamata, l'avesse condotta lui.
Dopo qualche tempo americani ed europei avevano letteralmente svaligiato i negozi di cristalli di Bohemia, le bellissime ragazze avevano imparato a prostituirsi in cambio di dollari e marchi.
L'atmosfera gioiosa dei primi mesi aveva lasciato il campo a momenti meno poetici pur conservando Praga un qualcosa di affascinante, con i suoi ponti, i suoi quartieri centrali, le piazze affollate di turisti, la cultura che si respirava comunque nei vicoli del centro.
Una delle cose più significative da vivere in quella fine d'estate fu l'abbat

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C'era una volta (secondo capitolo)

Dopo la colazione mio padre ci lasciava con mia madre tesa ed indaffarata; aveva sempre qualcosa di cui lamentarsi.

Non ricordo granché di tutti i rituali, ma una immagine è ancora vivida. Dopo vari preliminari si dedicava ai letti, un compito che si ripeteva uguale tutte le mattine.

Innanzitutto svuotava l'orinale che tenevamo sempre nella stanza da letto come un soprammobile, un fondamentale accessorio, forse per la difficoltà a raggiungere il cesso di notte, sebbene fosse a pochi passi nella stanza detta scura per via che era senza finestre. In quel tempo non c'era ancora la luce elettrica e accendere di notte la lucerna ad olio o l'acetilene era un problema.

Il water era un buco tondo in una nicchia scavata nel muro, sfociava in un cunicolo che divideva la nostra casa da quelle vicine. Un cunicolo all'aria aperta.
Mio padre aveva rifinito quel buco con un sedile di legno, che non ti faceva sentire il freddo delle pietre, ed ornato di un coperchio che evitava il reflusso della puzza della cacca specialmente quando fischiava la bora nella "cuntagna".
Poche famiglie si potevano permettere un cesso così. Ed anche tata Michele lo frequentava, puntuale ogni mattina.

Si faceva una grande confusione vicino alla bacinella dell'acqua, fredda e scarsa; io mi sciacquavo gli occhi di nascosto, bagnando l'indice come un sacerdote durante la messa.
La pigrizia, la ritrosia dell'acqua fredda faceva parte di una lunga catena di difetti che dalla nonna alla mamma tutti mi rinfacciavano.

Poi quando tutto si placava, mi incantavo a seguire la guerra che mia madre ingaggiava con le pulci.
Alzava lentamente il lembo delle coperte e le tre dita centrali della sua mano destra piombavo su un malcapitato pidocchio. Un balzo e la pulce si rifugiava nelle trincee della coperta. Spariva ai suoi occhi delusi. La donna non si perdeva d'animo, avanzava nella ricerca, alzando un ulteriore lembo di coperta. Ecco un'altra pulce. La mano partiva e la pulce scat

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   2 commenti     di: Ettore Vita


Memorie dal Nuovo Mondo

Anno del Signore 1541. Acque di San Salvador.

La caravella del capitano Francesco Venzago scorreva celere sullo specchio d'acqua che circondava l'isola di San Salvador. L'ammiraglio passeggiava nervosamente sul ponte, osservando l'orizzonte con sguardo inquieto. Candide nubi accarezzavano i picchi montuosi, illuminati dal sole calante in quella fredda giornata primaverile. Sbuffò, e il suo alito caldo andò a formare una piccola nuvoletta compatta che si dissipò lentamente al vento. Rabbrividì.
Scostando il suo mantello color porpora, si rivolse con voce nasale ad uno dei mozzi:
<< Ordina di gettare l'ancora! >>
Il comando venne eseguito con velocità e precisione dal suo equipaggio; il capitano contemplò brevemente i suoi uomini e si ritenne soddisfatto delle scelte fatte in sede di arruolamento.
“Spagnoli” disse fra sé e sé “e dei migliori che si potessero trovare sulla piazza”.
Il capitano Venzago fece calare le scialuppe e vi salì con buona parte della ciurma, assaporando un grande momento. L’ansia e l’impazienza erano indescrivibili, l’emozione quasi toglieva il fiato, solo poche centinaia di metri lo separavano da quell'isola che aveva sempre sognato, e ogni secondo che passava non faceva altro che aumentare la già incessante palpitazione. Quella che stava per raggiungere non era una porzione di terra qualunque, era il simbolo dell’espansione europea verso occidente, quella era la terra che si era frapposta fra l’oriente e la rotta del suo più grande eroe, Cristoforo Colombo. La passione di Venzago per le traversate non aveva fatto che aumentare con la crescente popolarità del suo concittadino in terra italiana, la loro patria; ora anche lui poteva vedere con i suoi occhi ciò che Colombo aveva scoperto, osservato e vissuto.
Quando la scialuppa incontrò la sabbia candida di San Salvador, il capitano saltò sulla terra ferma e cadde a terra in ginocchio. Chinò il capo mentre due sottili lacrime calde gli rigavano il viso.

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