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Racconti surreale

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Solo il tempo cambia

Anche quella mattina, come era solito fare, il vecchio e zoppo contadino uscì di casa al sorgere del sole e, come al solito, l'intero villaggio se ne accorse. Niente di particolarmente arduo, viste le continue, maligne imprecazioni e le continue offese che era solito lanciare riferendosi a tutto ciò che rientrasse nel naturale ordine delle cose. <<Dannato sole cocente!>>; <<Dannate pietre spigolose!>>; <<Dannate foglie che cadono dagli alberi!>>, continuava a ripetere.
Ma di certo anche un contadino che non trascorre la giornata a lavorare il suo terreno non rientra nell'ordinario.
Non un solo germoglio, non un solo frutto maturo. Tanto che quello spaventapasseri non aveva motivo di trovarsi li, conficcato nel terreno. Questo suo particolare comportamento aveva ovviamente attirato l'attenzione del resto del piccolo villaggio, abitato per lo più da contadini come lui, ma che al contrario del loro collega portavano a termine quotidianamente il loro compito. Noncurante degli sguardi che lo attanagliavano, il vecchio contadino zoppicante si introdusse sul sentiero che come al solito lo avrebbe condotto verso il fiume. In molti si chiedevano cosa lo spingesse ad andare li, cosa ci trovasse di interessante; nessuno era mai andato oltre la semplice curiosità. Ma quella mattina qualcuno decise di seguirlo...
Un giovane biondo, alto e distinto.
Entrò nella sua piccola utilitaria, all'interno della quale continuò a bere il caffè che teneva stretto nella mano sinistra. Non smetteva di piovere. Il rumore della pioggia che si infrangeva sul tetto dell'auto si infittiva sempre più.
"Pioggia del cazzo, è da tre giorni che va avanti così", pensò il giovane, non lasciando trasparire una certa malinconia sul suo volto.
Era stanco, a giudicare dalla mancanza di entusiasmo che fece trasparire quando mise in moto. Doveva essersi svegliato da poco e a giudicare dal volume intitolato "Manuale di diritto privato" che fuoriusciva dalla ventiquattrore che teneva

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   1 commenti     di: Kloomb


Traffico & morte

Anche oggi traffico!
La musica a palla. Di lato mi vedo superare anche dai pedoni che avevo superato circa dieci minuti fa.
Il caldo che filtra dal parabrezza sembra aumentare d’intensità. I finestrini aperti non fanno circolare l’aria.
Vedo avvicinarsi un camion, sulla corsia opposta, uno di quelli che ad ogni cambio marcia fanno una fumata nera di lato. Mi si avvicina minaccioso e non faccio in tempo a rialzare i finestrini che “wram” mi sgasa proprio all’altezza del viso.
Mi viene da sorridere perché sapevo che sarebbe toccato a me.
Inalo quel gas di scarico che non è poi tanto male anzi mi prende alla testa e mi viene alla mente la morte per inalazione di monossido di carbonio, gas di scarico.
Dicono che sia una morte dolce.
Ti prende alla testa, le cose a te attorno diventano dai contorni mobili ed i rumori sono echi lontani. Perdi il senso dell’orientamento e del tempo. Rimani imbambolato a fissare il nulla. Non controlli più i movimenti del tuo corpo. La saliva inizia a riempirti la bocca e poi a sgorgare in un rivolo. Gli occhi fissi mentre vedi scene di vita passata ripetersi e credi che sia il futuro.
Finalmente la fila davanti cammina. Ingrani la marcia e ritorni al pensare al traffico finchè non si ferma di nuovo.
L’odore dello smog ti prende di nuovo.
Una morte dolce! Ma chi è che l’ha provata per dirlo?
T’immagini qualcuno che fa da cavia e uno con un block notes in mano che scrive le tue reazioni. Indossa un camicie bianco ed un paio di occhiali spessi.
Tornando al rivolo di bava che ti sgorga dalla bocca.
Aspiri profondamente il gas che ti prende ora alla gola, sembra quasi bruciartela, ma è una cosa gradevole. L’odore penetra nei polmoni e te li rende pesanti… affaticati.
Ed intanto sto stronzo che continua a scrivere proprio di fronte al parabrezza.
La testa ormai vacilla non ci sono più forme definite anzi si muove tutto. Dal ciondolo appeso allo specchietto retrovisore al portadocumenti incollato

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Kafkiana

Drin, drin, drin...
- Sto arrivando... smettetela di suonare!
Drin, drin, drin...
- Un momento, perdiana! Ho aperto, non vede? La smetta dunque.
- Va bene, smetto... voglio essere gentile, oggi.
- Chi è lei, cosa vuole?
- Mi faccia entrare, l'attrezzatura pesa maledettamente.
- Cosa vuole da me, cos'è tutta quella ferraglia?
- Non mi va di discuterne qui sulla soglia.
- Entri, allora, basta che si spieghi.
- Dove posso posarla?
- La metta dove vuole... no, la metta là, attento a non sporcarmi il tappeto!
- Ci sto attento, non si preoccupi. Sono un professionista... io!
- Adesso che ha sistemato la sua roba, vuole spiegarsi alla buon'ora!
- Lei è il signor Clovis Guardabuoi?
- Nemmeno per sogno... non ha letto la targhetta sul campanello?
- Non le leggo mai, potrebbero non dire la verità.
- Questa è bella! Perché non dovrebbero dire la verità?
- Le persone a volte hanno dei segreti da nascondere, caro signor Guardabuoi.
- Mi chiamo Rossi... Enrico Rossi... e non ho segreti di nessun genere. Per chi mi prende?
- Lo vede... si sta arrabbiando. Abbiamo degli scheletri nell'armadio, forse?
- Piantiamola una buona volta con questa storia. Le dico che mi chiamo Rossi e voglio sapere cosa vuole da me, subito!
- Dovrebbe saperlo, non è lei che ha chiamato?
- Chiamato chi? Per che cosa?
- La F. K. D. per un lavoretto urgente. E io mi sono precipitato, trascurando altri impegni. Non è contento?
- Mi faccia capire... io le ho telefonato di venire a casa mia?
- Non è precisamente così... lei ha telefonato alla sede centrale e loro hanno avvisato me di venire qua.
- E chi l'avrebbe avvisato?
- Ah, questo non lo so. Facciamo tutto per telefono. Io quelli della sede non li ho mai visti.
- Ci sarà stato un equivoco, uno sbaglio di persona... io non ho chiamato nessuno di questa fantomatica sede centrale.
- Questo lo dice lei... io ho un nominativo, un indirizzo e quindi devo procedere.
- A far cosa?
- La disinfestazione! Non vede q

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Il Colloquio

Quando scesi dalla macchina ero parecchio nervoso. E chi non lo sarebbe stato?!
Dopo tutto, in un momento di crisi del genere, per quale motivo un rispettabile gruppo come quello, seppur con gravi carenze di personale, avrebbe dovuto puntare su un uomo della mia età? Si è vero, avevo tra le mani un curriculum più che rispettabile, come se ne vedono pochi in giro di questi giorni, ma ero pur sempre un anziano. Mentre loro, quelli che sarebbero potuti essere di li a poco i miei colleghi, erano tutti molto giovani.
<<È ora di entrare>> pensai. Mi feci coraggio e dopo aver attraversato un imponente cancello, mi avviai verso l'entrata dell'edificio. Fu li che la mia ansia e la mia agitazione crebbero a dismisura: mi si presentò davanti una fila lunghissima. Nonchè una concorrenza grandissima. Lo spettro del rifiuto fece la sua comparsa. Iniziai a farmi mille domande sul perché avrebbero dovuto scegliere proprio me tra tutti quei candidati. <<Guarda quanti biondi dagli occhi azzurri che ci sono!>> pensavo. <<... io al contrario sono calvo, e si dice che la prima impressione conti più di tutto il resto! Oh no, sono spacciato...>>. Ero estremamente demoralizzato. Attesi. Il tempo sembrava non passare, così come la mia sensazione d'angoscia. Finalmente, dopo quella che sembrava un'eternità, riuscii ad arrivare alla "Zona Benvenuto", dove mi aspettavano tutti gli altri viscidi e sorridenti candidati, che sicuramente sarebbero ricorsi ai più subdoli imbrogli pur di accaparrarsi il posto. Una volta arrivati i restanti, ci raggiunse un uomo elegante, con una, concedetemi il termine, "surreale" barba bianca, che si presentò come Mr. Peter. <<Benvenuti a tutti voi, giovani, e non, di belle speranze. So che starete pensando tutti che sarà un'impresa assai ardua, ma con la fede e la speranza si può riuscire anche nel più impossibile degli intenti!>>.
<<La fa facile, lui...>>, pensai in quel momento. Si schiarì la voce con un colpo di tosse secco e continuò: <<B

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   0 commenti     di: Kloomb


Le figuracce retoriche

Il giorno che le parole
diranno basta!
saranno cazzi!





Era quasi arrivato all'angolo, stava per svoltare, che qualcosa sbucò all'improvviso e gli attraversò la strada come un razzo. Poco dopo schizzò fuori un'altra "cosa", tutta infolarmata. Sembrava lanciata all'inseguimento. L'uomo si guardò attorno. Scorse, dalla parte opposta della strada, un ragazzino dall'aria piuttosto sveglia. Gli si avvicinò e gli chiese se avesse visto la scena e si fosse fatto un'idea di...:
- certo che ho visto, non sono mica orbo... lei deve essere nuovo di qui... vero?... dovrà abituarsi. Eh sì, caro mio, credo proprio dovrà farci il callo... altrimenti le consiglio di cambiare aria. In ogni caso, se proprio ci tiene, l'accontento subito: si trattava di un poliptoto... inseguito da una sinestesia... direi anche piuttosto incazzata... di certo fuori di melone... probabilmente scappata da un frenocomio in fiamme.-

L'uomo rimase lì basito, mentre il ragazzotto se ne andava sghignazzando, tutto saltellante e con una repentina, inaspettata, spericolata piroetta, che per poco non lo mandò a stamparsi dritto contro il palo dell'orologio.
Dopo qualche secondo, riavutosi dallo shock, pensò:
- guarda te cosa doveva capitarmi. Essere minchionato da uno sbarbatello. E io che sono anche stato lì' ad ascoltarlo... spero proprio che sto posto non sia popolato da suonati o, peggio, da inguaribili burloni. I primi segni non depongono mica bene... mah! vatti a fidare dei giovani! -

Era arrivato direttamente da un gelido Paese del nord per definire alcune importanti commesse. Partito all'improvviso, non aveva avuto il tempo di raccogliere notizie. Cosa che era abituato a fare quando si recava all'estero. Come informarsi su usi, costumi, situazione politica, luoghi caratteristici da visitare... e roba del genere. In ogni caso: cosa c'era mai di strano in due che correvano per la strada? Quel ragazzino si era preso gioco di lui. Lo aveva guardato in faccia e,

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L'inseguitore

Le macchine, si sa, sono la passione per molti uomini, ed io ero uno di questi; possedevo un auto fiammante, sudata dopo molti anni di lavoro, ed era un mio vanto personale, quasi come se fosse un prolungamento del mio corpo.
Ovviamente avevo provveduto a modificarla per renderla competitiva, e non perdevo occasione per sfruttare tutti i cavalli di quel motore rombante, che spesso era la colonna sonora delle mie notti brave; avevo imparato a guidarla come un pilota, sapevo a memoria i giri in cui cambiare le marce, la velocità che una curva poteva richiedere, insomma, ero un asso al volante.
Per merito della mia guida, mi chiamavano “Mad”, “pazzo” in inglese, perché decine di volte chi assisteva ai miei “spettacoli” avrebbe giurato che mi sarei schiantato; ma non era mai accaduto, un’ ennesima prova della mia bravura.
Forse vi chiederete perché parlo al passato, ebbene, vi dirò che questa mia bravura non è valsa nulla contro un tiro mancino del destino; si, perché ora non sono più vivo ed è merito del fato beffardo, che mi ha sbeffeggiato proprio laddove il mio talento mi rendeva sicuro e forte.

Era il 6 aprile del 2005, circa due anni fa credo, ed ero uscito da poco per una serata tra amici; avevo da poco lasciato il piccolo caseggiato per imboccare la strada provinciale, una strada lunga e perfetta per le corse, perciò iniziai a premere sull’acceleratore, fin da subito, dopo aver controllato attorno di non vedere pattuglie della polizia.
Avevo superato alcune curve, quando due fari sbucarono dal nulla: osservando lo specchietto retrovisore, dedussi che doveva trovarsi a circa 20 metri dalla mia auto, e procedeva alla mia stessa velocità; stanco di vedere quelle luci fisse, decisi di stuzzicare l’altro conducente, sgasando ripetutamente per fargli capire le mie intenzioni, dopodiché detti un’ accelerata secca.
Sicuramente aveva deciso di giocare anche lui, perché nonostante all’inizio rimase leggermente indietro, accelerò

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   1 commenti     di: Matteo Bonino


La principessa ranocchia

Non ne poteva più di stare rinchiusa nel suo bel maniero; seppur circondata da dame servili e paggetti attenti sentiva il bisogno di stare da sola per poter fare ciò che voleva senza il controllo di nessuno.
La reggia era ancora addormentata: raggi di sole tiepido attraversavano le bifore e riscaldavano i freddi pavimenti di marmo.
Non riusciva a stare in quell' ambiente ricco di arredi, popolato di servi, dame e cavalieri frenetici; era giunta l'ora di uscire, provare cosa vuol dire cavarsela da sola.
È, sì, perchè una principessa non poteva svolgere piccole e banali mansioni in totale autonomia, c' era sempre qualcuno che preveniva la sue azioni per soddisfarla prontamente.
Si tolse di dosso le sottogonne voluminose e il corsetto aderente, liberò il corpetto allentandone i lacci e sciolse i capelli. Già così cominciava ad assaporare la libertà di indossare un abbigliamento comodo. Anche i gioielli vennero abbandonati con noncuranza e, camminando silenziosamente in morbidi stivaletti di pelle, attraversò i larghi corridoi del palazzo.
Discese le scale ampie, attraversò il cortile addobbato a festa e giunse nelle stalle reali.
Sempre in silenzio liberò il suo cavallo Furio, un giovane morello e, dopo averlo sellato per la prima volta da sola, aiutandosi con la sua criniera lucente diede un balzo e gli saltò in groppa.
Il ponte levatoio era aperto e le guardie distratte sentirono il rumore degli zoccoli calpestare le tavole di legno.
Esmeralda, capelli sciolti nel vento, galoppava leggera nella brughiera: la brezza pungente le sfiorava le gote mentre si dirigeva decisa verso la spiaggia.
Lì giunta, affannata per la lunga corsa, scivolò giù dalla sella per rinfrescarsi. Ondine delicate le lambivano i piedi rosa, mai aveva camminato sulla sabbia, nè fatto un bagno in mare.
Quell'immensa vastità di acqua in continuo movimento l'attraeva, sentiva un richiamo potente e si lasciò cadere in quel liquido lentamente, tutta vestita.
Era un i

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   2 commenti     di: marilena



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