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Racconti sulla tristezza

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[Senza titolo]

Ed eccola qui. Sola, davanti al pc. Gli occhi umidi, il cuore che batte forte... Una frase le ritorna sempre in mente, l'ha studiata a scuola tanto tempo fa, in filosofia. Non le piaceva tanto la filosofia ma questa frase l'ha affascinata, l'ha stregata, l'ha colpita. "La vita è un pendolo che oscilla tra dolore e noia", diceva il buon Shopenahuer. "Già", pensa, "credo che lui avesse capito tutto della vita". Perché oscilla, si chiederà qualcuno? e la felicità? dove la mettiamo? La felicità sta in mezzo. Quando diventa troppa si trasforma subito in noia e quando è assente... Si teme, si piange, ci si dispera. Per motivi futili, diciamocelo, ma tutti abbiamo un buon motivo per essere infelici. Lei ne ha, forse uno, forse due, forse tanti. Forse è lei la causa di tutto, ma non sa come uscirne. E poi si sente stupida, pensa a quelle persone che stanno male, che stanno male veramente, che hanno fame, che hanno problemi fisici, che vengono maltrattati. Lei è giovane, carina. Lavora (e in tempo di crisi...!!!). Ha un ragazzo. Una bella famiglia, con i suoi difetti, certo, ma bella e unita. Ma si sente sempre insoddisfatta. Sa cosa vuole dalla vita e non sa come realizzarsi. Pensa, pensa tanto. Parla, per lo più di supidaggini, i suoi problemi è abituata a tenerseli per sé. Avrebbe voglia di stare abbracciata a qualcuno, ma non ha il coraggio di chiedere un abbraccio. Quanto si è stupidi a volte!!! Si fa le domande, ed è così brava che si dà anche le risposte. A volte si chiede perché ci siano tante persone che parlano, parlano... e invece di sfogare i loro problemi a qualcun altro, non se li tengano per sé. Perché ognuno ha i suoi problemi... Lei, forse, più di quelli che non vorrebbe ammettere a se stessa.

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3 commenti    0 recensioni      autore: ale ale


La risposta

Io lo guardo senza dire una parola.
Flavio ha gli occhi chiusi, ma so che in realtà è sveglio. Guardo la flebo di morfina. È quasi finita.
Tutto è quasi finito, penso.
Mi volto verso la finestra e vedo che piove. Che sta quasi diluviando, che il cielo è nero ma squarciato ogni tanto da lampi che risplendono terribili in quell'oscurità.
Nessuno dovrebbe andarsene così, con questo tempo, penso.
Flavio apre gli occhi e abbozza un sorriso. Stanco, ma è pur sempre un sorriso bellissimo.
E io non capisco il perché, ma mi viene da incazzarmi. Mi verrebbe da gridare "Ma che cazzo c'hai da ridere? Non lo capisci che stai morendo?".
Ma non dico nulla e gli sorrido di rimando. Ho il sospetto che fra i due sorrisi, quello del mio amico sdraiato in un letto d'ospedale del reparto di oncologia, sia l'unico sincero.
«Come va? », chiedo. Mi rende conto quasi subito dell'assurdità della domanda.
«Cioè no, lascia stare - cerco di sviare il discorso - lo immagino come puoi stare».
«Ah si? E come posso stare» dice Flavio.
«Bhe... insomma», bofonchio, ma non so cosa dire.
«Sto», dice semplicemente Flavio.
«Stai? ».
«Sto. E tanto mi basta. ».
Io annuisco, non convinto di aver compreso, ma contento che lui sia ancora lucido.
Flavio inclina la testa verso la flebo appesa al supporto vicino al letto: «Questa roba è favolosa. Davvero. Vuoi farti un giro anche tu? », dice, con un passabile entusiasmo.
«Grazie, magari dopo».
C'è una frazione di secondo in cui penso che magari si, un giro me lo farei anche, se servisse a non sentire tutto questo male. Ma so che non è un male fisico il mio, è qualcosa dentro che si sta crepando, come la superficie ghiacciata di un lago.
«Ti va di parlare? », domanda Flavio.
«Se va a te, e se non sei stanco».
«No, te l'ho chiesto io, no? ».
«Allora va bene. Di cosa vuoi parlare? ». Ma temo la risposta.
«Secondo te che cos'è la vita? ».
Non rispondo. Abbasso lo sguardo e mi fisso i piedi.
«La v

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All'ombra

La strada è grigia e vuota, ricorda una vecchia fotografia degli anni 60, quando questo quartiere fu costruito.
L'asfalto nero è così freddo e duro che entrare in casa è stato l'unico sollievo che ho provato davvero in questa giornata.

Devo avere dormito per cinque o sei ore, prima di accorgermi di essere solo. Mi sveglio di colpo, piangendo.
Perché questo pensiero terribile mi attraversa la testa proprio in quel momento?
Le ombre in casa sembrano bambini che giocano a nascondino.

Neanche le ombre si avvicinano a me.

Mi sono alzato e mi sono fatto una tazza di caffé, nero come la luce diafana di questa giornata vuota.
Lo sento, nella campagna lontana, un tuono è una voce che mi chiama.
È il diavolo che con la sua carrozza sta per passare a prendermi.

Ho paura, come mai ne ho avuta prima, della solitudine.
Provo a cercare un diversivo, qualcosa da fare, qualcosa per cui non dare ascolto alla chiamata dell'asfalto, che da freddo e duro che era, ora mi sembra così caldo e accogliente da farmici tuffare dentro, dal terzo piano.

"Cacca al diavolo e fiori a Gesù", mi ritorna ora nella testa quella canzoncina dei tempi del catechismo: che si fotta il diavolo! Non posso dargli ascolto...
La solitudine è solo una bugia, una maschera per non affrontare il fallimento, così terrificante quanto concreto, di quello che credevo amore.



Non so come ne sono uscito, probabilmente è stata una chiamata da parte di qualche amico, forse una visita da parte di mio fratello, forse una preghiera.

Ho capito che essere nell'ombra non è come essere nel buio: ogni ombra sul nostro viso è il segno che c'è una luce più grande che ci colpisce.

Oggi è uscito il sole. Lascerò che mi scaldi, prima che venga sera.

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3 commenti    0 recensioni      autore: Desio Sicario


Il cinismo

Non é vero, non ascoltare i giudizi della gente, maligna perché, conoscendomi, é stata vinta da una forza più letale dell'invidia, più coraggiosa del vano perseverare: il cinismo. Guardami con i tuoi occhi, giudicami... io aspetto, ferma qui al mio posto; condannami, stimami. Ho detto più volte che la vita é più il tempo della rassegnazione che del riscatto dal destino e che la morte sia la presa di coscienza di una inevitabile necessità, non di un fine, ma di un accidente che si presenta a noi come un tiranno anarchico: ci libera dalle catene della vita, pur affidandoci le sue, ma, in seguito, ci fa dono di una magia così fragile, che io esito sempre qualche secondo prima di scriverla, quanto sfuggevole: la consapevolezza. È questo il motivo in più per continuare a vivere: aspettare la ragione, con la sua bellezza, le sue miserie e i suoi troppi silenzi. La morte é la spiegazione di tutto. Il nulla, il vuoto queste sono le sostanze e le forme con cui noi continuamente abbiamo a che fare. Sarebbe bello trasformarli in pieni. Molte volte mi hai chiesto perché mai io mi sia posta contro tutto e tutti, diventando orfana, esiliata, lebbrosa, negra, gialla e tutti i colori del buio. Vivo clandestinamente nel disperato tentativo di sabotare i doveri. Io voglio! Io sono! Io. Non tu, non loro, ma straordinariamente e irrimediabilmente io. Ed é vero, per emergere, ho avuto una vita difficile, che ha reso fragile e tormentata la mia natura... non sai quante lacrime ho consumato nell'ombra dell'altrui cattiveria, dietro l'implacabile muro della maschera, nell'abbondanza di idee sempre più strane, pazze, surreali, quanta amarezza, delusione, ma sappi che mai ho provato quella malinconica nostalgia, traducibile solo in rimpianto, perché nella nostalgia c'é il voler riavere ciò che si é avuto, é il sentimento della vita che reclama ancora più vita in presenza della non vita, la non vita che é nel passare, nel finire stesso della vita. È rimpianto, é egois

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1 commenti    1 recensioni      autore: Luana D'Onghia


Senza sogni

Prese la parola, alzandosi, con la stessa facilità con cui nel locale un avventore avrebbe ordinato una birra. La cosa strana, perché di stranezza si tratta, è che stemmo tutti ad ascoltarlo. Non so cosa ci colpì tutti, colpì non solo me ma tutti gli altri. Forse era la dignità che dimostrava, o meglio, che aveva dimostrato fino a poco tempo fa, come un aroma distante e lontano che arriva al naso. Quello che è sicuro, ci colpì la storia, che di avventuroso non aveva nulla, ma proprio nulla. Io vedo ancora le sue labbra che si muovono, ma non sento alcuna sua parola.
Ma rimane la sensazione, il gusto amaro di quelle parole di una lingua sconosciuta e lontana, esotica e disperata. Non era una storia, era un avventura umana quella che ho ascoltato, un viaggio attraverso una vita che ti toglie tutto, o almeno, così fu per lui. Non tolse soldi, non tolse famiglia, non tolse affetti, ma tolse sogni. E tutto crollò con essi. La sua tragedia non si era consumata così come potrebbe immaginare il lettore; tutti noi, e io non sono da meno, crediamo nei sogni. Se non crediamo nei sogni, o almeno così pensiamo, non è vero: noi smettiamo di credere di lottare per i sogni, di dibatterci nelle difficoltà, nella routine o nella semplicità della vita quotidiana. Noi smettiamo di credere nella lotta, non nei sogni. Ci abbandoniamo cadendo all’indietro a quello che c’è, smettiamo di correre e dibatterci per quello che non c’è. Ma, sapete tutti, non è un abbandono. La voglia di lottare torna, torna spesso, torna cattiva, torna implacabile, specie per chi è giovane e ha vita e speranze davanti a se. Se non torna, se continua a dormire e non c’è modo di svegliarla, se perciò pensiamo di aver abbandonato i nostri sogni, cominciamo a credere nei miracoli, nella scorciatoia, nella vita facile.
E così passano gli anni, i lunghi anni della nostra vita, e quei sogni rimangono vivi e sorridenti, ma sotto terra. Noi abbiamo scavato la buca quando abbiamo lottato,

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1 commenti    0 recensioni      autore: Fabio Morpurgo


La sofferenza di Roberta

Roberta 40 anni, sposata con Enrico, due figli Riccardo di 14 e Paola di 6, Roberta purtroppo malata di tumore al seno.
Tutto incominciò con una ciste che lei scoprì facendosi il bagno, quindi andò dal suo medico che gli fece fare mammografia ed esami di controllo e routine: " e le disse sicuramente non sarà niente di grave".
Ma gli esami e la mammografia purtroppo non dissero quello, così incominciò a lottare, venne sostenuta e accudita dal marito e dai figli, fino al giorno dell'operazione, le venne asportata una parte del seno.
Quando si vide allo specchio e vide il segno della cicatrice, si sentiva mancare qualcosa, una parte di donna che se ne era andata.
Poi incominciò la chemioterapia e gli caddero i capelli, che lei adorava erano biondi e lunghi, che lei copriva con una parrucca o un fular.
Sul suo viso gli leggevi la sofferenza e il dolore che provava, e per chi gli stava accanto la rabbia di non poter far nulla, per toglierne un po'.
Entrare in ospedale per fare la chemioterapia passando in quel corridoio e vedendo la faccia della gente, che viveva la sua stessa malattia ti faceva venire un nodo alla gola e una fitta al cuore, ma chi la accompagnava doveva essere coraggioso e forte.
Lei entrava in quella stanza apparentemente tranquilla perché ormai c'era abituata, ma quando usciva vedevi la stanchezza e la sofferenza che provava.
In quel reparto vedevi anche persone che si facevano coraggio l'un l'altra, Roberta probabilmente è stata una delle fortunate perché il suo tumore era piccolo ed preso in tempo, ora va ogni tanto a fare i controlli, e i medici che la seguono le dicono che tutto procede bene.

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2 commenti    0 recensioni      autore: daniela


Un posto per star bene

L'ultimo ricordo che ha di suo padre è di lei bambina accovacciata davanti al gabinetto, che chissà quale schifezza aveva mangiato e stava lì a vomitare l'anima, e c'era il papà che le teneva una mano sulla fronte e la tranquillizzava. Non si ricorda le parole, ma rammenta il suo tono di voce, pacato e caldo, e lei immagina che le dicesse di non preoccuparsi, che sarebbe andato tutto bene, e magari di non dirlo alla mamma che sennò si sarebbe agitata per nulla che lo sai com'è fatta. Lei stava con gli occhi chiusi, e il tepore della mano sulla fronte la faceva star bene dentro, anche se tutto il fuori le faceva male.
Quindici anni dopo Paola scende dall'auto barcollando.
Si aggrappa allo sportello aperto con entrambe le mani, gli occhi mezzi chiusi e la bocca spalancata a far entrare più ossigeno possibile.
Come se questo bastasse.
È quasi l'alba e l'aria è fresca e frizzante quel tanto che serve a schiaffeggiarle le guance arrossate, si infila sotto il niente di cui è vestita e le solletica la pelle. E pare che le cose debbano andare meglio.
Ma la sensazione non dura che pochi attimi.
Qualcuno parla alle sue spalle, e lei sa di conoscere la voce, ma non riesce a darle un nome né tantomeno un volto. Non prova neppure a voltarsi ma stacca le mani dallo sportello che la sorreggeva e muove un paio di passetti lungo il marciapiede. Le viene da ridere perché improvvisamente pensa alle ballerine classiche in equilibrio sulle punte, e immagina come potrebbe essere divertente vedere uno spettacolo di danza con i ballerini ubriachi quanto lei.
Percorre due metri beccheggiando pericolosamente da un lato e dall'altro, fino a che il terzo metro le è fatale. Crolla sulle ginocchia sul pavé del marciapiede e vomita.
Il suo corpo viene scosso da sussulti ad ogni conato, e neppure si accorge che qualcuno è arrivato di corsa a sorreggerla per le braccia, per evitare che si accasciasse totalmente al suolo.
Dopo qualcosa come due milioni di anni - tanto sembra

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