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Racconti sulla tristezza

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Diario personale

“Devo uscirne, devo andare via, non voglio ascoltare, voglio sparire solo per un po’, non esistere per un oretta e poi ritornare”
Era l’unica cosa a cui riuscivo a pensare, troppo avevo passato per sopportare, troppo avevo passato per continuare a fingere che nulla fosse mai successo. I miei mostri tornavano sempre, i miei mostri non mi abbandonavano e non mi abbandoneranno mai, loro mi sfidano, mi chiedono sempre di fare ciò che non voglio e avvolte ci sono quasi riusciti.
Dalla sera in cui ho incontrato il primo, fino all’ultimo, nessuno di loro si è fatto più debole, anzi sono diventati più forti, e questo l’ho permesso io …
Si siamo noi che permettiamo ai nostri mostri di fare di noi ciò che vogliono, io per un lungo periodo e avvolte anche adesso, gli permetto, di tagliarmi ancora e di vedermi perdere il sangue e soffrire lentamente, no so dirmi il perché lo faccio ma lo faccio.
Comunque ero stanca di sopporta e anche se brutto dirlo ero stanca della vita, volevo vivere i momenti più belli della mia età come tutti i miei coetanei, ma non mi è stato concesso, quei mostri me lo hanno impedito, e io per non ascoltarli avevo una sola scelta.
Camminavo sola, non ho mai detto a nessuno dove andavo, non mi piace che qualcuno mi venga a vedere proprio quando sto male e mentre camminavo continuavo a pensare.
“E giusto, solo così sparisco, è giusto”
Ma probabilmente non è giusto.
Lo vedo da lontano, metto le mani in tasca e stringo forte quei soldi che avevo raccolto a casa prima di uscire via urlando, si avvicina, mi sorride. Lui mi offre sempre l’opportunità di sparire, dalla vita reale e il più delle volte dai miei mostri.
Mi sento meglio, mi sento sollevata e me ne vado, basta tirare un po’ e poi sparisci, nessuno ti cerca e anche se ti cerca tu non ci sei, sei forte e puoi sparire.
Quella volta ero ancora più forte così forte che avevo pensato altro
“E se sparissi per sempre? Lo faccio adesso ce la faccio io”

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4 commenti    1 recensioni      autore: Marika Rig


L'angelo in più

La cerimonia è fissata per le dieci e trenta. È ancora presto - mi alzo, tanto non ho chiuso occhio tutta la notte, come ormai da tante notti. Preparo un caffè forte.
In casa c'è silenzio, Federico e Margherita stanno ancora dormendo. Mi pare di sentire ancora la voce di Manuela, mi pare di vedere il suo sorriso. Mia moglie era bella. Non perché fosse mia moglie, ma lo era davvero. Una bellezza naturale, non folgorante, bisognava guardarla con attenzione per carpire la bellezza così delicata che era in lei. Me la ricordo quando nella sua stanza faceva decoupage, la sua grande passione dopo quella del restauro. Riusciva a ritagliare sempre qualche momento da dedicare a questo suo amore. Era bellissima col grembiule bianco, chinata sul tavolo, mentre le sue mani creavano. Qualche volta mi chiedeva con garbo se potevo prepararle un caffè e poi lo gustavamo insieme. Io guardavo i suoi lavori, li commentavo, davo qualche consiglio che lei non seguiva, e poi la lasciavo lavorare.
Manuela se n'è andata - una settimana fa. Ha lottato fino alla fine contro il male che l'ha distrutta.
Ho lottato fino alla fine per non perderla. Più forte era la speranza e il desiderio di farcela, più i risultati erano deludenti. La malattia ha proseguito da se, senza ascoltare nessuno, ignorando farmaci e terapie. A una settimana di distanza mi trovo solo, sgomento, svuotato, con la voglia di battere la testa e i pugni sul muro e con la consapevolezza di non poterlo fare. Non ora perlomeno.
Perché tra tre ore Federico passa la prima comunione.
Sembra una storia montata su misura, una beffa del destino, un film sadico - invece è solo la realtà. Ancora non me ne rendo conto, eppure è così. Devo farmi forza, Manuela avrebbe voluto così. Ha fatto solo in tempo a preparare il cestino con le bomboniere da lei confezionate. È bellissimo, non poteva essere altrimenti.
Fatto con amore e per amore. Ha lavorato gli animaletti in ceramica, li ha colorati e sistemati nel c

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5 commenti    1 recensioni      autore: Ely xx


Una ragazza triste

Ero seduta sul letto. Il mio sguardo puntava fuori alla finestra. Guardavo la pioggia cadere, era una mia abitudine. Mi piaceva. Ogni goccia era come una lacrima, ma a sua differenza non faceva male al cuore.
Mi alzai e mi affacciai. Una folata di vento mi tirò indietro i capelli, e mi portò a guardare dall'altro lato. Ma non c'era niente di bello da vedere. Solo strade e palazzi. L'aria era fredda, e ciò era positivo. Odiavo il caldo.
Tornai al letto e guardai l'ora sul cellulare che avevo lasciato sul comodino. Le 7. 30. Dovevo vestirmi in fretta, altrimenti avrei fatto tardi a scuola. E di acchiapparsi le ramanzine dei prof proprio non mi andava. Almeno non quel giorno.
Aprii l'armadio. Presi una di quelle felpe maschili che mi piacevano tanto e un paio di jeans scuri. Misi le scarpe da ginnastica e presi la matita per occhi. Mi truccai poco, poi cercai di aggiustare i capelli. Erano castani, lunghi e mossi, incorniciavano perfettamente il mio viso pallido formando un evidente contrasto. Mi odiavo. Odiavo i miei lineamenti spigolosi e miei occhi anonimi e inespressivi. Odiavo il mio non riuscire in niente. Ero sempre sbagliata, sempre troppo bassa, sempre troppo grassa o troppo magra. Sempre sola... nessuno sembrava trovare qualcosa di interessante in me. Mi ritenevano noiosa e deprimente.
Ma potevo benissimo cavarmela da sola, non avevo bisogno di nessuno.
Presi il mio zainetto viola e uscii dalla stanza. Mentre percorrevo il corridoio sentivo i miei genitori urlare... il rumore di un piatto rompersi... altre urla... un pianto, di una voce troppo dolce per essere di mio padre...
Respirai profondamente e mi affrettai ad uscire di casa. E subito ero in strada, camminavo a passo veloce con le cuffie nelle orecchie. Nel mio lettore mp3 solo brani di musica classica. Secondo me quella era la musica migliore. Riusciva a comunicare senza dir parola. Era capace di farti provare emozioni incredibili...
C'erano studenti davanti a me, e dietro. Ne ero cir

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4 commenti    0 recensioni      autore: Roxy xD


L'ultimo allerino

Annego i miei pensieri in quel liquido dorato, che nel bicchiere semivuoto, fisso costantemente. Cerco di scovare, voglio capire ma a poco a poco la mente mi si offusca.
Sono deriso da automi con la coscienza ammaestrata che circondano la mia triste figura. Con i loro occhi accusatori, il loro sorriso ipocrita, con i loro volti uguali e menti stilizzate……. giudicano.
Parole stanche mi ruotano attorno e tristi accordi vagano nel locale, ma riesco sentire solo lei. Si, sta arrivando, percepisco la sua presenza, solo io posso, non gli altri. Loro non vedono, non sentono, solo io, poiché sono l’ultimo della specie.
Ricordi mi assalgono la mente mentre appoggio sulle labbra, il boccale per un altro sorso di vita. Ricordi, ricordi di un passato lontano quando nell’aria vagabondava, quel termine beffardo per cantare di un puro spirito ebbro e gioioso….. allerino, si diceva. Io lo sono.
Un altro sorso….
Ora è più vicina. Intravedo dietro di me la sua ombra, l’ombra della bestia, che per tutta la vita mi ha inseguito rimanendomi dietro le spalle.
Un altro sorso…..
Cerco un volto amico vicino a me, ma trovo solamente vite clonate che come attori, recitano la loro falsa realtà. Purtroppo tutto ciò esiste.
Un altro sorso…
La bestia è qui. La sua ombra è su di me, ma questa volta non fuggirò, poiché voglio vederla finalmente negli occhi. Inclino la sedia, lascio cadere all’indietro la nuca e incrocio il suo sguardo, il suo viso…… buffo mi assomiglia.
L’ultimo sorso….
Ho terminato il mio boccale, lasciandoci dentro solo alcuni rimpianti. Tutto il resto è fumo negli occhi.
Mi lascio coccolare dalla danza che la bestia ha creato per me. Avvolto dalla sua ombra, lentamente mi accascio sul tavolo con il sorriso sulle labbra.
Di me, resterà soltanto l’ombra, l’ombra dell’ultimo degli allerini.



Leggendo Gibran

“…allora i cancelli del suo cuore si spalancarono e la sua gioia se ne volò al largo.”

     Leggeva, ogni tanto sollevando lo sguardo alla siepe di gelsomino che le chiudeva il mondo fuori…Leggeva e pensava, come sempre…

Andava a cercare i suoi cancelli e quando si fossero spalancati l’ultima volta.
Li, in quel giardino, con quel profumo e nell’aria un canto leggero, li sentiva serrati, bloccati con catena e lucchetto, erbacce a ferirne la libertà di movimento.
Tutta la gioia soffocata, stretta dentro, oppressa e pigiata.
La gioia che era entrata e ora la straziava premendole il cuore.
Perché una gioia troppo grande ha bisogno di essere arieggiata.
Non può starsene dentro così al buio, a finestre chiuse e serrande abbassate.
Deve uscire ad alimentarsi alla sua fonte, rinnovarsi, espandersi.
Pensava e leggeva…nell’aria ancora il canto e quel profumo…

“…troppi frammenti d’anima…”

Bello. Frammenti d’anima. La sua era così, ora. Un enorme cristallo frantumato e bagliori e scintillii attorno e piccole schegge conficcate ovunque.
Tutto per quella felicità vissuta su di se. Felicità che l’aveva straziata, felicità che aveva bevuto ingorda  come coppa  di vino speziato e che ora la stava avvelenando.

E leggeva ancora… “Come un flauto, attraverso il mio cuore, il bisbiglio delle ore diventa come melodia.”

Si, era stato così!
Quelle ore con lui s’erano trasformate in accordi melodiosi, come canto di Orfeo…
E tutta l’aria,  tutta la sua essenza ne erano state permeate…
Ora, invece…
Un lacerante silenzio
Un buio.
Niente melodia di flauto… niente.
Solo un doloroso, accorato, disperato urlo.
Chiuse il libro, allora. Chiuse gli occhi.
Nell’aria ancora quel canto…

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7 commenti    0 recensioni      autore: lucia piombo


Hotel Royal

Sotto le finestre del primo piano, il fiume melmoso di auto suoni lampeggianti stridori andava scemando.
Gli ultimi tram arancioni sfrigolando lanciavano scintille tiepide nella notte. La città si stava allestendo per il Santo Natale.
Le tende scostate appena erano di uno scuro velluto rosso, pregne di polvere e fumo.
La donna, gli occhi fissi come quelli delle sentinelle, stava immobile appoggiata, aggrappata alle tende, così in silenzio, sola nella stanza, pietrificata nella notte; non aspettava nulla, cosa c’era da aspettare, non c’era nulla da aspettare, era tutto finito.
Respirava lenta quell’odore pungente di polvere e fumo che si staccava dalla tende, ogni volta che la sua mano premuta sulla stoppa tremava in minuscole scosse.
Sotto forma di particelle invisibili agli occhi, la donna respirava incurante quella nebbia di polvere e fumo.
Il rumore ovattato oltre le vetrate sembrava il rimbombo di un cuore, la vena che pulsa senza stancarsi su per il collo, nelle tempie.
Non stava guardando niente di particolare, cosa ci sarebbe stato da guardare d’altronde, in quel groviglio di buio (un fondale finto di cartone, una scena di teatro) qualche lampione troppo alto, le macchine rare che sfrecciavano elettrizzate, e graffiate di nuvole grigie.
Nessuna finestra accesa di fronte, dove sarebbe stato possibile sbirciare la vita. Nessuna sagoma nel marciapiede di sotto. Solo la notte cocente dell’inverno in quella città sconosciuta.
Sconosciuta, ma la migliore per la loro faccenda. Forse cara, ma tutto era andato senza problemi, nessun intoppo, perfetto.
La donna, senza scostare lo sguardo da quel niente così attentamente scrutato, prese una sigaretta dal tavolo affianco e l’accese.
Ala polvere e al fumo stantii delle tende, ci aggiunse il vapore fresco e un po’ acido della prima boccata.
Ci resteremo anche domani, me l’ha promesso, certo, in questa città che già odio, che odiavo pria ancora di venirci.
Ha detto che mi porterà a veder

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0 commenti    0 recensioni      autore: vito ferro


MRS. SKAKO

Dolce il ricordo del nostro primo incontro:
tu una palla di pelo arrotolata e con la coda ti sei soperto gli occhietti furbi.
Timido.
Mi hai fatto tanta tenerezza.
ti portai a casa, ti trovai subito una sistemazione:
col passare del tempo sei diventato il principe!
Tu semplicemente un furetto, il mio bimbo...
sei stao trattato su un piatto d'oro.
Le prime notti in bianco...
Le nostre prime passeggiate per il centro...
Le giornate al parco...
Le serate nelle piazze...
Il vederti dormire su un'amacana...
Il bagnetto, profumavi di latte di mandorla...
Il vederti gustare un pezzetino di mela...
I tuoi leccherini...
Il tuo farti coccolare...
Ricordo ancora quando ti sei "ubriacato",
leccando una goccia da una bottiglia di birra...
Hai dormito per quasi un giorno intero.
Quando giocavamo a nascondino...
Quando volevi entrare a tutti i costi nella mia cameretta:
solo a te consentita fin dal primo minuto!
Tu, così anarchico, ma di una dolcezza impressionante!
Venni tra le mie braccia il 14 aprile 2002
Avevi appena 6 mesi di vita
Ero già innamorata di te!
Fu proprio un colpo di fulmine!
All'inizio dì, un po' difficile la convivenza:
era tutto nuovo per me e sicuramente anche per te!
Ma ce l'abbiamo fatta!
Il 29 novembre era/è la data del tuo compleanno:
si festeggiava con torta e regalini!
Non ti consideravo come un animale eri il mio bimbo!
D'estate quando io partivo per il mare, quanto avrei voluto portarti con me, ma ogni volta era già una incognita per me,
non potevo permettere che ti succedesse qualcosa!
Mia Sorella o mia Mamma, Zia e Nonna (ovviamente)
si prendevano cura di te!
La gioia al rientro nel rivederti e scambiarci coccole e bacetti!
Il legame di un amore si interruppe:
mi lasciai con il mio fidanzato colui che ti portò a me come
simbolo del nostro amore datato 25 aprile 2001!
Il mondo crollò...
La cosa peggiore è che lui mi ricattò con un baratto:
ti lasciava a me in cambio di un giaccone di pel

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5 commenti    0 recensioni      autore: Jina Sunrise



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