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Racconti sulla tristezza

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Angelina

Vorrei averti conosciuta meglio, quante cose avrei potuto imparare da te se solo non fossi stata così presa dai miei problemi, dal mio lavoro; è un errore che commettiamo spesso e, a volte, troppo volentieri per evitarlo. Ora che l’inverno per te è calato, sento crescere un grande gelo dentro di me, come se con te se ne fosse andata ogni speranza.
Hai avuto una vita difficile ed affascinante, lo so, me la raccontasti quel giorno sotto al portico della tua casa, con la freschezza e l’orgoglio che si crede solo una dodicenne possa avere. Quasi un secolo di vita, chissà se io ci arriverò mai, avevi un cuore grande, ne sono certa, hai cresciuto tuo fratello e per lui hai lavorato sodo, hai visto due guerre e sei stata la prima donna in tutta la valle a superare l’esame per la patente.
Ricordo quel giorno d’estate sotto al tuo portico, la prima volta che ti vidi, mi colpirono i tuoi capelli argentei e lunghi raccolti dietro la nuca, come si usava una volta e i tuoi occhi limpidi come quelli di una ragazzina ma dall’espressione dolce e sincera come quelli di una nonna.
Pensavo di aver tempo per dirti addio, avrei dovuto dirti addio sfiorandoti la guancia ruvida con un bacio, guardando quegli occhi dolci che non mi avrebbero riconosciuto ma forse non sarebbe stato un addio ma solo un arrivederci.
Perdonami zia Angelina se sono stata poco presente nella tua vita, forse è solo perché ci siamo incontrate tardi, quando il fiore dei tuoi anni era ormai maturo, forse è colpa della mia pigrizia o probabilmente le cose dovevano andare come sono andate.
Vorrei tanto poterti abbracciare ma oggi te sei andata e chissà se tornerai a trovarmi, chissà se riuscirei ad aspettarti in quel luogo magico che si trova a metà strada fra il sonno e la veglia ma non penso che verresti, ora hai trovato finalmente un po’ di riposo.

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3 commenti    0 recensioni      autore: Miriam Angel


Un tempo

Ogni giorno lei passava, tutta sola e senza fretta, forse senza speranze, quelle d'amore del tutto esaurite, quelle di vita non ancora, io credo.
Camminava in riva al mare, lenta, guardava l'orizzonte. Forse talvolta una lacrima le scendeva bagnando la sua guancia, sulla sabbia poi cadeva... e svaniva.
La natura la consolava, sentiva il soffio del vento accarezzarle i lunghi capelli neri, l'acqua le fasciava i piedi, la faceva sentire leggera e, per un attimo, la spensierava.
Ora avvolta da un legno riposa in pace, molti freschi fiori la incoronano. Si sono accorti solo ora di quanto fosse principessa?
Una foto la ricorda, sul suo volto un sorriso; da quanto non la vedevo sorridere. Almeno adesso è più felice; su là in alto, una nuova stella risplende.

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3 commenti    0 recensioni      autore: Enrico Casetta


Verità

Era una serata di maggio, sono andata da lui a raccontargli cosa mi è successo. Pensavo che sta godendò quello che dico. Non era cosi! Non dimenticherò mai che leer che ho sentito l'odio... non dimenticherò mai. Non pensavo che era cosi... Non sapevo nulla di lui, non sapevo nulla di lui...



L'ospedale

Entri per un normale controllo, sei fiducioso, aspetti con trepidazione i risultati,
poi si presenta il medico e ti da la notizia che non avresti voluto sentire.
Inizia il ricovero, entri nella stanza a testa bassa con il morale a terra guardi i tuoi compagni che a sua volta ti osservano, si rompe il ghiaccio e cominci a parlare, capisci che c’è disponibilità nei tuoi confronti, si formano delle amicizie brevi ma forse le più vere perché nate dalla sofferenza comune.
Quando qualcuno esce è sempre un piccolo distacco che ti tocca, e tu sei li attaccato a quelle macchine infernali che ti iniettano dentro il tuo corpo veleni che ti fanno stare male indebolire quasi da non riuscire a camminare.
Passano i giorni e speri che sia sempre quello giusto per tornare a casa ma non è così, il morale è sempre più basso, aspetti l’arrivo di tua moglie e dei parenti per poterti sfogare lo sai che fai stare male anche loro ma non ce la fai a fare diversamente, sono passati 15 gironi dal ricovero, le tue vene non reggono più si rompono fanno male i bracci si colmano di lividi, ogni piccolo ago è un macigno che si abbatte nel tuo corpo, la disperazione si fa grande, piangi ti vergogni ma non puoi farne a meno, e i giorni passano altri compagni escono e tu sei ancora li e nel frattempo perdi ogni speranza la rassegnazione entra dentro di te non riesci più a reagire e speri che il ritorno a casa sia prossimo prima che sia troppo tardi.
L’ospedale cura ma ti uccide psicologicamente, ti rende una larva sei in balia delle loro mani che in questo momento hanno su di te tutti i poteri.

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7 commenti    0 recensioni      autore: andrea venturi


Va tutto bene?

Va tutto bene? Ascolti la stessa canzone da ore. Le parole però scivolano, non le ricordi. Muovi le labbra alle note del piano e le dita si muovano. Lasci che i pensieri si aggroviglino alla zanzariera della stanza, lui ti fa compagnia da un monitor... Lo ami. Va tutto bene? Giri intorno ad un fiocchetto di polvere, i Rem accompagnano i tuoi passi. Hai pianto ad una canzone che cantava un gruppo sconosciuto, davanti ad estranei mentre i sassolini s'insinuavano nelle consunte Converse nere. Eppure...
Va tutto bene?



Il bastardo abbandonato

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sfacelo

Sfacelo
Le pupille nelle pupille, girano e si rigirano su se stesse, osservando ogni più piccolo meandro di interiorità  cosa cercano? Risposte non ce ne sono, o forse ce ne sarebbero troppe e troppo poche. In momenti come questo mi verrebbe voglia di annientare la realtà che mi circonda o di annientarmi nella realtà cui appartengo. Non ci sono più ideali né strade da seguire, tanto meno fini da perseguire o strategie da adottare. Ogni volta attendo quel qualcosa che sicuramente domani accadrà e che domani si risolverà ma quel domani di ieri è già oggi ed il domani di oggi sarà inequivocabilmente identico ad oggi. Inefficace. Ogni sforzo, ogni più piccolo passo avanti si dimostra poi fittizio e privo di fondamenta seriamente forti. Non se ne esce più così! Avrei voglia di gridare la mia disperazione al mondo ma un mondo in grado di aiutarmi, il mio mondo avrebbe sicuramente a sua volta più voglia di me di urlare la sua inquietudine e…così via. Si scappa, si cerca di rimandare a domani ogni più piccola ricerca di soluzione, nella speranza del domani. Ma io non voglio un domani, io voglio l’oggi. Già troppi oggi ho sciupato nell’attesa di quel domani tanto agognato e tuttora lo aspetto. Aspettare e rimandare: gli unici motti dei nostri giorni sempre alla ricerca di soluzioni.
“vediamo come va domani!”
“aspettiamo e si vedrà”
“non avere fretta una soluzione si troverà”
Ma nel frattempo ci rendiamo conto che la nostra vita passa, che le nostre occasioni ci passano sotto il naso senza che nemmeno ce ne accorgiamo? Ed un giorno ci ritroveremo a rimpiangere tutte le volte che abbiamo pensato al domani come una cura miracolosa ad ogni malattia senza riuscire a far nulla di costruttivo. Ma il problema è che non sempre c’è qualcosa di costruttivo da fare, non ci sono sempre soluzioni positive. Purtroppo.
Sono stanca, mi alzo ogni mattina con la grinta di…e poi basta uno sguardo per farmi ripiombare in quel baratro nel quale

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5 commenti    0 recensioni      autore: sonny sastri



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