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Racconti sulla tristezza

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Sperare ferisce

Rumore di motori e il mio cervello si risveglia.

Mi ero quasi dimenticato del luogo dove mi trovavo, mi ero assopito incurante di ogni dimensione temporale o spaziale. Di fronte ai miei occhi il portellone del veicolo nel quale ero stato rinchiuso per un qualcosa del quale non mi sentivo minimamente responsabile: non provavo alcun rimorso, forse la mia giovane età mi rendeva più spavaldo di quel che ero. Sapevo benissimo quali sarebbero state le conseguenze della mia azione; mi avrebbero atteso tanti anni di reclusione, abbandonato a me stesso. Se solo avessi pensato... Il veicolo si fermò, e dopo un lasso di tempo nel quale dovevano essere sbrigate le pratiche di accettazione, mi fu assegnata la mia cella fredda e tetra. Era isolata da ogni lato, nell'ala più esterna dell'edificio; come la mia ve ne saranno state cinque o sei, ed erano tutte collegate da un lungo corridoio che era diretto al centro dello stabile. La prima volta che misi piede in quella stanza era buio, e da quella grata, che tutti erano tutti soliti chiamare finestra sembrava che stesse per iniziare un forte temporale ma non mi ci soffermai più del dovuto. Nelle ultime due settimane prima di arrivare qui avevo davvero toccato il fondo, per fame e stanchezza; avvertivo forti crampi allo stomaco e il sonno perso era davvero troppo per essere recuperato, gli occhi gonfi e le occhiaie profonde e marcate. Essendo pomeriggio inoltrato, attendevo con ansia il pasto serale seduto sulla mia branda, e incominciai a percepire un rumore sempre più forte dall'esterno. Allora mi alzai di scatto e mi voltai verso la grata per vedere se effettivamente vi era qualcosa. Notai che infatti aveva cominciato a piovere e nello scroscio mi sembrò di sentir echeggiare una melodia conosciuta e mentre fuori pioveva, lacrime cominciarono a cadere dal mio volto colpito dal vuoto di questi giorni; più osservavo la fredda pioggia invernale infrangersi sul terreno, più le mie lacrime scivolavano verso il basso co

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   0 commenti     di: Andrea Guidi


[Senza titolo]

Ed eccola qui. Sola, davanti al pc. Gli occhi umidi, il cuore che batte forte... Una frase le ritorna sempre in mente, l'ha studiata a scuola tanto tempo fa, in filosofia. Non le piaceva tanto la filosofia ma questa frase l'ha affascinata, l'ha stregata, l'ha colpita. "La vita è un pendolo che oscilla tra dolore e noia", diceva il buon Shopenahuer. "Già", pensa, "credo che lui avesse capito tutto della vita". Perché oscilla, si chiederà qualcuno? e la felicità? dove la mettiamo? La felicità sta in mezzo. Quando diventa troppa si trasforma subito in noia e quando è assente... Si teme, si piange, ci si dispera. Per motivi futili, diciamocelo, ma tutti abbiamo un buon motivo per essere infelici. Lei ne ha, forse uno, forse due, forse tanti. Forse è lei la causa di tutto, ma non sa come uscirne. E poi si sente stupida, pensa a quelle persone che stanno male, che stanno male veramente, che hanno fame, che hanno problemi fisici, che vengono maltrattati. Lei è giovane, carina. Lavora (e in tempo di crisi...!!!). Ha un ragazzo. Una bella famiglia, con i suoi difetti, certo, ma bella e unita. Ma si sente sempre insoddisfatta. Sa cosa vuole dalla vita e non sa come realizzarsi. Pensa, pensa tanto. Parla, per lo più di supidaggini, i suoi problemi è abituata a tenerseli per sé. Avrebbe voglia di stare abbracciata a qualcuno, ma non ha il coraggio di chiedere un abbraccio. Quanto si è stupidi a volte!!! Si fa le domande, ed è così brava che si dà anche le risposte. A volte si chiede perché ci siano tante persone che parlano, parlano... e invece di sfogare i loro problemi a qualcun altro, non se li tengano per sé. Perché ognuno ha i suoi problemi... Lei, forse, più di quelli che non vorrebbe ammettere a se stessa.

   3 commenti     di: ale ale


Dedicato a Te

04/08/2012

Esattamente un anno fa
mi si spezzava il cuore,
come di cristallo,
cadeva ai miei piedi
e si frantumava in mille pezzi.

Esattamente un anno fa
l'anima mi veniva strappata dal corpo
e rimanevo ferma, immobile
a fissare il vuoto
o semplicemente a guardarti da lontano
allontanarti da me.

Non ho mai capito
perché la Morte, tutto a un tratto,
ci porta via le persone a cui più teniamo
o quelle di cui non possiamo fare a meno.
Lasciandoci qui, soli ed inermi, senza saper cosa fare.
Non ho mai accettato questo destino,
e non lo accetto tutt'ora.

Ritorni, mia cara Mamma, nei miei sogni.
Dalla tua bocca non esce una parola, mai,
ma mi parli con gli occhi,
così lucenti e caldi e con i tuoi sorrisi meravigliosi...
Così capisco che lì, ovunque tu sia, stai bene
e lo sento, quando mi sussurri nell'anima, mentre piango,
che non devo farlo, non devo essere triste,
perchè stai bene e sei felice.
E allora mi calmo.

A volte però non mi basta,
perchè vorrei sentire il suono della tua voce,
chiederti consigli, sapere la tua opinione se sto facendo la cosa giusta o quella sbagliata.
Sento sempre la tua presenza accanto a me
ma non posso toccarti, non posso guardarti.
Quello che mi dilania il cuore è il fatto che non ricordo
di averti detto che ti voglio bene, prima che tu te ne andassi...
e questo mi fa impazzire, mi fa quasi diventare isterica.
Che ti voglio bene te lo ripeto tutti i giorni,
quando mi sveglio ti penso e lo stesso vale per quando vado a letto
ma vorrei semplicemente essere sicura che il messaggio ti arrivi..
e se non posso vedere il tuo sguardo, come posso essere sicura che mi senti?

A volte mi abbatto, semplicemente perchè mi manchi..
mi mancano le cose più semplici di te e la tua durezza di Mamma apprensiva
che poi crollava quando sapevi che c'ero rimasta male..
A volte, invece, il fatto di sapere che stai bene, che stai meglio lì dove sei,
mi solleva e mi fa ritrovare una luce nel mio cam

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   2 commenti     di: Lavinia Pini


Driade

Passi pesanti udiva.
Fitta e nera, era la foresta.

E in realtà era sul suo letto, accovacciata. Le pesava il tronco, la testa.. L'anima.
Non riusciva ad alzarsi.
La luce era spenta.
Così chiuse gli occhi per immaginarsi in un luogo migliore.
E fu solo peggio.

Vide un uomo.
Camminava svelto nella foresta.
Animo delicato, quasi vellutato. Leggero.
Fuori sembrava tenebra.
Correva da lei. Dalla Sua..(la mente della ragazza si rifiutò di vedere..)
D'un tratto inciampò contro un tronco d'albero.
Aveva sbattuto la testa. Perdeva sangue.
Poi alzò gl'occhi al cielo.
E lo vide.
Bellissimo. Verde.
All'interno. La Driade dei Boschi.
Riusciva a intravederla. Creatura stupenda. Inimmaginabile.
Uscì dall'albero che sembrava una regina.
E gli passo una mano, la sinistra, sul volto esangue. E sparì tutto.
Anche il dolore.
Poi la guardò attentamente nel volto. Ma qualcosa lo bloccò (?) troppo dolore.
Si voltò e andò via.

Piangeva.

La voleva. Sua. Ma non poteva.
Qualcosa gli impedì di restare.
L'altra Sua Cosa..(che la mente della ragazza non riusciva - )

La Driade era entrata in una sorta di incantesimo. Si accorse dopo dell'uomo.
Era stato il primo a fermarsi davanti a lei e a osservare lei. Non l'albero.
Gl'altri non eran stati nulla.
Ma lui..
Già in lontananza, prima che arrivasse.
Sentiva.
Immaginava.
Viveva.
Per aspettare chi?

Poi arrivò.
Il cuore esplose di gioia.
E subito dopo l'abbondonò.
D'improvviso.

Ma era già andato via.
Lontano. Migliaia e migliaia.

Eppure si sentivano così vicini.

Strano.
Qualcosa impediva qualcosa.

Così passò il tempo.
E mentre si dimenticò di lei, la Driade moriva poco a poco.
Morì l'anima.

Gl'occhi si spensero.


Cenere.




E lui continuò la sua strada non sapendo cos'era stato per lei:
Vita.









.

   2 commenti     di: Federica.


Una storia di oggi

Si conobbero su Internet, lui uno separato di fresco, scazzatissimo perché ridotto quasi sul lastrico, con figlio laureando e lei, psichiatra, matrimonio fallito da anni, un figlio adolescente, unico ricordo di un passato da dimenticare.
Il fato li condusse nella stessa chat, lei gradiva la sua gentilezza ed il suo buon umore, lui la di lei riservatezza e la spiccata intelligenza e dolcezza.
Furono inconsciamente spinti ad approfondire la conoscenza, parlarono a lungo; lui aveva girato il mondo e cercava un porto sicuro dove ormeggiarsi fino ad andare in disarmo, lei amava viaggiare ma non poteva, per cui faceva tesoro di tutti i racconti di viaggio su cui riusciva a mettere le mani e sognava, sognava.
Lui era alla ricerca di affetto, pur negando ogni nuovo legame amoroso che avrebbe potuto presentarsi, lei affermava di aver rinunciato ad amare e si era creata intorno una corazza impenetrabile di fredda cortesia. Scoprirono di essere nati nella stessa città, che lei aveva abbandonato ormai da trenta anni.
Parlarono a lungo, sempre in chat, in privato; si cercavano automaticamente senza dirselo mai e al momento di lasciarsi la sconnessione era difficoltosa, un legame sconosciuto ma molto forte ed intenso ritardava sempre il momento del distacco.
Approfondirono la conoscenza, avevano molte regole in comune, anche se affrontate da un diverso punto di vista, entrambi erano attirati dalla psiche umana, dal perché delle cose, dagli animali, dal mare; era una continua scoperta reciproca, che però spaventava sia lei che lui. Entrambi erano molto sentimentali, ma lo ammettevano a fatica. Lei amava la poesia, lui la prosa, lei scriveva poesie, lui libri e racconti. Lei affrontava la vita come una sfida, lui era stanco delle sfide. Si apprezzavano ma non osavano dirselo per non scoprirsi.
Lui segnò il primo punto inviandole una cartolina sonora della città natale, lei pareggiò immediatamente con una splendida visione del mare, il loro rapporto era muto, indiretto

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L'ultimo allerino

Annego i miei pensieri in quel liquido dorato, che nel bicchiere semivuoto, fisso costantemente. Cerco di scovare, voglio capire ma a poco a poco la mente mi si offusca.
Sono deriso da automi con la coscienza ammaestrata che circondano la mia triste figura. Con i loro occhi accusatori, il loro sorriso ipocrita, con i loro volti uguali e menti stilizzate……. giudicano.
Parole stanche mi ruotano attorno e tristi accordi vagano nel locale, ma riesco sentire solo lei. Si, sta arrivando, percepisco la sua presenza, solo io posso, non gli altri. Loro non vedono, non sentono, solo io, poiché sono l’ultimo della specie.
Ricordi mi assalgono la mente mentre appoggio sulle labbra, il boccale per un altro sorso di vita. Ricordi, ricordi di un passato lontano quando nell’aria vagabondava, quel termine beffardo per cantare di un puro spirito ebbro e gioioso….. allerino, si diceva. Io lo sono.
Un altro sorso….
Ora è più vicina. Intravedo dietro di me la sua ombra, l’ombra della bestia, che per tutta la vita mi ha inseguito rimanendomi dietro le spalle.
Un altro sorso…..
Cerco un volto amico vicino a me, ma trovo solamente vite clonate che come attori, recitano la loro falsa realtà. Purtroppo tutto ciò esiste.
Un altro sorso…
La bestia è qui. La sua ombra è su di me, ma questa volta non fuggirò, poiché voglio vederla finalmente negli occhi. Inclino la sedia, lascio cadere all’indietro la nuca e incrocio il suo sguardo, il suo viso…… buffo mi assomiglia.
L’ultimo sorso….
Ho terminato il mio boccale, lasciandoci dentro solo alcuni rimpianti. Tutto il resto è fumo negli occhi.
Mi lascio coccolare dalla danza che la bestia ha creato per me. Avvolto dalla sua ombra, lentamente mi accascio sul tavolo con il sorriso sulle labbra.
Di me, resterà soltanto l’ombra, l’ombra dell’ultimo degli allerini.



Affranta

Sono triste...
tristissima
con l'amarezza in gola
e la lacrima che scende,
perchè è così,
come ho saputo sempre...
che il tuo d'Amore
non ha niente,
è solo voglia d'eccitazione,
come a sentirti Vivo,
ma
dentro il cuore mente
e
Canta appena può
un'altra perversione,
dentro ad un'altra mente
che
stupida acconsente.
E a me
Ferisci e Tagli
così
serenamente,
come per te è normale
giocare a corteggiare,
dentro poesie d'amore...
giocare ad ingannare,
giocare a farmi Male!

   4 commenti     di: Anna Eustacchi



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