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Racconti sulla tristezza

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L'amica

“Non l’avevi ancora capito? Strano! Eppure ho fatto di tutto per fartelo capire. ” I suoi occhi vispi e grandi erano puntati nei miei ( quanto li amavo quegli occhi!). Il sorriso appena accennato tra l’amarezza e una sorta di ironia pungente mi lasciava senza fiato. Feci finta ancora di non comprendere: “ Ma che c’entra la tua amica con la nostra storia? ”
“Non prendermi per il culo, non te lo permetto. Tu sai, solo che sei un vigliacco e non vuoi ammetterlo. Hai paura. ”
“Di cosa? Io voglio capire. Per una volta parla chiaro, ti prego”. Le mani iniziavano a tremarmi ma le nascosi nelle tasche, comunque gelate, del giubbotto invernale. I miei sospetti, quegli sguardi ambigui, i comportamenti oltremodo strani e apparentemente insignificanti. Tutto si stava rivelando nella sua brutale realtà.
“Ma dai! ” Si girò stizzita dall’altra parte della panchina di legno. Lo sguardo perso in un punto imprecisato del parco silenzioso e vuoto. Non c’era anima viva e una sorta di atmosfera desolata e plumbea attorniava le siepi incolte e gli alberi scheletrici.
Mi avvicinai a lei dolcemente stringendole una mano: “So che passi molto tempo con lei ma non è stato mai un problema. Te lo giuro! Volevi i tuoi spazi e te li ho dati. Anche quando uscivate il sabato sera io non fiatavo e me ne stavo a casa a guardare la partita. L’ho fatto per te. Perché ti amo! ”
Lei rispose con una smorfia di disprezzo girandosi di nuovo verso di me. Il cuore nel petto sembrava voler sfondare la gabbia toracica e con uno slancio violento volare via nel cielo, pesante di nuvole grigie. “ Io e la mia amica stiamo insieme. Non fare lo “gnorri”. Non recitare. Non ci casco. Ti odio quando fai così. Tu lo sapevi ma hai fatto finta di niente. Te ne sei fregato. Mi fai schifo. ”
Forse lo sapevo, forse no. In quel momento il tempo si era comunque fermato. Il parco era diventato una distesa di ghiaccio. Il mio aspetto pallido e smorto come quello di una stat

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6 commenti    0 recensioni      autore: Eduardo Vitolo


Il nonno racconta

Ieri nonno raccontava una storia di un tempo che fu, in un borgo di New York. ad Astoria viveva un uomo di nome Cantù, di mestiere faceva il barbiere e di sera andava a cantare, delle volte cantava alle fiere, e d'estate sulle spiagge. Era estate e in una notte serena con la luna piena la fortuna lo baciò, stava raccogliendo un fiore del prato, quando nell'alzarsi vide una donna, era bella, più bella del sole e nel buio gli sembrò la Madonna. Rimase freddo senza parole impietrito a guardare stordito quella donna tanto bella. Poi si accorse che in lontananza c'era un'ombra, sforzando la vista vide che era il povero Vito, e s'accorse che la mano gli tremava, ancora più in là, una bambina spingeva una cariola piena a metà, quella sera faceva un po' fresco, la guardò gli fece pena e le chiese: "Bimba, dove vai a quest'ora, è tardi e tu sei piccolina, non hai casa? dov'è la mamma?" La bimba rispose: " signore ho freddo, fame e mi sento male, sono sei ore che aspetto la mamma, la sto cercando in ogni ospedale." Prese in braccio la piccola e la portò a casa, chiese a sua moglie di farle una zuppa e di metterla a letto per farla riposare.
Quella notte d'estate, arrivò pure un temporale e la pioggia fece rallentare le ricerche, cercò negli hotel, nei bar, nelle piazze, poi si avventurò nelle periferie alla ricerca di questa mamma che ha abbandonato la figlia, ma nulla, solo due cani randagi sui marciapiedi dei quartieri, allora decise di ritornarsene a casa per chiamare la Polizia.
L'indomani cominciarono le ricerche, ovunque per mare e per monti, ma quella donna non si trovò, allora tornato a casa, sconsolato il vecchio signor Cantù trovò la bambina che quando lo vide gli corse incontro chiedendo " Hai trovato la mia mamma" lui affranto da questo dolore, s'inginocchia e con le lacrime agli occhi si stringe al petto la bambina.
Dicono che ogni vita ha il suo fato e forse era questo il suo destino, il vecchietto la prese per figlia, e gli spianò un p

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1 commenti    1 recensioni      autore: Vito Bologna


DANZA NEL DOLORE

Accendo la luce.
D'un tratto, tutto si fa splendore. La porta socchiusa, come in attesa del ritorno di qualcuno, singhiozza note stridule. Mi volto appena come aspettando l'arrivo di una voce o il respiro di qualcuno alle spalle. La stanza mi pare un deserto senza oasi. È un rifugio da cui più volte rifuggirei, se fossi capace di abbandonare l'unica cosa sicura che ho. Lo specchio mi guarda con circospezione, in attesa di un giudizio. Ma non hanno parole le labbra prosciugate di pianto, non speranza. Il silenzio incombe sulla tomba del mio cuore, mentre una finestra più in là sbatte in continuazione per colpa del vento. Devo chiuderla? Fa differenza?
Sento il freddo raggelarmi l'anima, anastetizzare quel sentimento profondo, e vuoto, che è amore... amore che è bugia. Amore che è persino odio, affilatissimo.
Sento ogni scheggia del tuo essere in un non-esserci, intenso e fragile. Sento il dolore come lapidazione del mio sogno. Tu hai sotterrato non un sogno soltanto, ma un cuore che palpitava di un'ebrezza chiamata speranza.
Penso che - da un momento all'altro - ritornerai su quei passi che hai camminato, combattuto per non aver capito, deluso di non aver trovato la forza di proseguire lungo quella via piena di ostacoli che è la vita. Lo penso ancora, dopo anni ormai, dopo anni in cui il ricordo non si vuol spegnere e il passato non vuol smettere di essere vissuto. Lo penso, perchè sento tanto freddo dentro, adesso che non ci sei tu per chiudere quella porta che è la mia ingenuità e quella finestra che è la mia disperazione. Non ho forze per proseguire il cammino, nè più lacrime da piangere... e la speranza è una briciola buttata via.
Nulla è più mio di quanto non è già stato tuo ; perfino io lo sono stata, un tempo. Sento la mancanza come un'assenza di qualcosa che non è mai stato.
Un respiro ancora, e la vita continua... passo dopo passo...
Vivo di te che non ci sei, di te che non mi hai dato, di te che non mi hai creduto, ma purtro

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14 commenti    0 recensioni      autore: Argeta Brozi


lucciole

A ricordare le lucciole dentro ai tuoi occhi, che mi parevano danzare in fuochi spenti.
Non ci aspetteranno più le notti a dormire sui pavimenti e il sole, quando al risveglio, sembrava abbagliare quello che le nostre mani vigliacche non avevano ancora distrutto.
Cosa rimane delle nostre belle parole, cosa rimane se non pugnali e sangue sporco?!
Vorrei poterti dire tutto il luccichio che è rimasto, ma s’è dissolto da tempo, dentro me.
Allora provo a calpestarti un altro po’, per farti crollare l’idea di me e della mia finta santità, eppure sbaglio, nuovamente cado, perché a soffrire non son più la sola.
Vorrei comprensione, allora mi compatisco, ma ciò che vorrei veramente è che mi odiassi, perchè sarebbe più semplice brillare nell’unica strada che mi rimane.
Vorrei che mi perdonassi, per non essere stata la luce che credevi, ma se soltanto potessi risplendere in tutti i tuoi giorni, senza me, faresti cadere a terra, in un tonfo sordo, tutti i miei sassi.

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6 commenti    0 recensioni      autore: robibreak.


Una storia come tante

È una storia di periferia, questa. Una storia come ce ne sono tante.
Vite rimescolate, strappate ad un futuro, se mai possa esistere un futuro. Questa storia è successa proprio a me, e solo ora mi rendo conto che sta finendo.
Ho cominciato a morire che avevo sedici anni. L'età giusta per incontrarla, la morte.
Ora che sono al capolinea riesco anche a capire che avrei potuto riconoscerlo quel dannato autobus che stavo prendendo. Voglio dire che potevo aspettarmelo che quello fosse un viaggio senza destinazione alcuna. Giri su se stesso e voli pindarici. Questo era.
Ammetto pure che l'odore di morte lo si sentiva già mentre si aprivano le portiere di quell'automezzo parcheggiato col muso in salita. Erano braccia aperte, all'apparenza; un vecchio cancello arrugginito, nella realtà. Scricchiolava ad ogni giro. Aspettava solo di essere oliato, da me o da qualcun'altra.
Il fatto è che io non l'ho sentito. L'odore, dico. La puzza di bruciato.
Forse c'era troppo fumo o magari avevo le mie cose, quel giorno, e anche un piccolo raggio di sole tra la polvere mi pareva una luce bianca.
Salivo le scalette, mi affacciavo all'interno e vedevo tutto bello. Invece c'era la morte. E che morte.
Non quella classica, onesta, spietata, con tanto di falce. Macché; si era pure camuffata, come per un ballo in maschera
Credo proprio che avesse il dubbio di riuscire a farmela, se solo avessi intuito chi era.
Ero svelta, a quel tempo, di gambe e di cervello. Non ero la solita ragazzina; di esperienze ne avevo già avute. È stato il momento e il travestimento che mi hanno preso la mano.
Una morte che si traveste da angelo, non più tanto giovane ma con la vita ancora negli occhi ed il sangue di un ragazzo. Solo il sangue, però.
Lui mi ha sorriso e quei denti bianchi erano il quadro di una felicità incorniciata. La cornice erano le sue labbra. Io cosa potevo fare d'innanzi a tale bellezza? Dopo quel sorriso s'era scoperchiato il cielo e potevo intravedere l

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25 commenti    0 recensioni      autore: Amorina Rojo


All'ombra

La strada è grigia e vuota, ricorda una vecchia fotografia degli anni 60, quando questo quartiere fu costruito.
L'asfalto nero è così freddo e duro che entrare in casa è stato l'unico sollievo che ho provato davvero in questa giornata.

Devo avere dormito per cinque o sei ore, prima di accorgermi di essere solo. Mi sveglio di colpo, piangendo.
Perché questo pensiero terribile mi attraversa la testa proprio in quel momento?
Le ombre in casa sembrano bambini che giocano a nascondino.

Neanche le ombre si avvicinano a me.

Mi sono alzato e mi sono fatto una tazza di caffé, nero come la luce diafana di questa giornata vuota.
Lo sento, nella campagna lontana, un tuono è una voce che mi chiama.
È il diavolo che con la sua carrozza sta per passare a prendermi.

Ho paura, come mai ne ho avuta prima, della solitudine.
Provo a cercare un diversivo, qualcosa da fare, qualcosa per cui non dare ascolto alla chiamata dell'asfalto, che da freddo e duro che era, ora mi sembra così caldo e accogliente da farmici tuffare dentro, dal terzo piano.

"Cacca al diavolo e fiori a Gesù", mi ritorna ora nella testa quella canzoncina dei tempi del catechismo: che si fotta il diavolo! Non posso dargli ascolto...
La solitudine è solo una bugia, una maschera per non affrontare il fallimento, così terrificante quanto concreto, di quello che credevo amore.



Non so come ne sono uscito, probabilmente è stata una chiamata da parte di qualche amico, forse una visita da parte di mio fratello, forse una preghiera.

Ho capito che essere nell'ombra non è come essere nel buio: ogni ombra sul nostro viso è il segno che c'è una luce più grande che ci colpisce.

Oggi è uscito il sole. Lascerò che mi scaldi, prima che venga sera.

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3 commenti    0 recensioni      autore: Desio Sicario


Sperare ferisce

Rumore di motori e il mio cervello si risveglia.

Mi ero quasi dimenticato del luogo dove mi trovavo, mi ero assopito incurante di ogni dimensione temporale o spaziale. Di fronte ai miei occhi il portellone del veicolo nel quale ero stato rinchiuso per un qualcosa del quale non mi sentivo minimamente responsabile: non provavo alcun rimorso, forse la mia giovane età mi rendeva più spavaldo di quel che ero. Sapevo benissimo quali sarebbero state le conseguenze della mia azione; mi avrebbero atteso tanti anni di reclusione, abbandonato a me stesso. Se solo avessi pensato... Il veicolo si fermò, e dopo un lasso di tempo nel quale dovevano essere sbrigate le pratiche di accettazione, mi fu assegnata la mia cella fredda e tetra. Era isolata da ogni lato, nell'ala più esterna dell'edificio; come la mia ve ne saranno state cinque o sei, ed erano tutte collegate da un lungo corridoio che era diretto al centro dello stabile. La prima volta che misi piede in quella stanza era buio, e da quella grata, che tutti erano tutti soliti chiamare finestra sembrava che stesse per iniziare un forte temporale ma non mi ci soffermai più del dovuto. Nelle ultime due settimane prima di arrivare qui avevo davvero toccato il fondo, per fame e stanchezza; avvertivo forti crampi allo stomaco e il sonno perso era davvero troppo per essere recuperato, gli occhi gonfi e le occhiaie profonde e marcate. Essendo pomeriggio inoltrato, attendevo con ansia il pasto serale seduto sulla mia branda, e incominciai a percepire un rumore sempre più forte dall'esterno. Allora mi alzai di scatto e mi voltai verso la grata per vedere se effettivamente vi era qualcosa. Notai che infatti aveva cominciato a piovere e nello scroscio mi sembrò di sentir echeggiare una melodia conosciuta e mentre fuori pioveva, lacrime cominciarono a cadere dal mio volto colpito dal vuoto di questi giorni; più osservavo la fredda pioggia invernale infrangersi sul terreno, più le mie lacrime scivolavano verso il basso co

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0 commenti    0 recensioni      autore: Andrea Guidi



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