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Racconti sulla tristezza

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La bimba nascosta

Ricordo quando ero piccola, quando giravo per strada a manina con la mia mamma, e le persone si fermavano per dirmi che ero carina, che ero una bella bimba, poi mi giravo e li vedevo allontanarsi fino a scomparire.
Gli occhi di quella bambina che vedevano tutto a colori, non vedeva l'immensa cattiveria delle persone.
Ho provato a cercare quella bambina dentro di me, quella bambina che pensava al paradiso come se fosse tra le nuvole e ci fossero mille angioletti, le colombe e tutte le cose belle.
Quella bambina se ne andata, e scomparsa lasciando il posto a un'adolescente che non sa cosa vuole nella vita, che vive i sogni di altri, che non e brava in niente, che non si reputa bella, ne attraente, che non riesce a conquistare un ragazzo, in nessuna maniera.
Al suo esterno e presente solo una maschera, una maschera con il sorriso; All'interno una persona fragile, che piange ininterrottamente notte e giorno, piange perchè non sa se a veri amici, piange perchè non trova il ragazzo, piange perchè a preso un brutto voto, piange sempre.
Magari prima o poi questa persona smettera di piangere, e trovera la via giusta da seguire.

   1 commenti     di: stella nera


Pecora Nera (1a parte)

Non vedeva l'ora di uscire da quella dannata macchina. Sua madre parlava velocemente e lui nemmeno la stava ad ascoltare. Roteava le bacchette di legno in mano, spazientito, triste e desideroso di andar via il più presto possibile.
Fuori faceva freddo! Un freddo cane, troppo anche per i suoi sottili guanti di lana, eppure non resisteva più. I suoi pensieri erano ovunque, tranne che in quella macchina.
Robert era cambiato. Da piccolo era un bambino modello, bravo a scuola, intelligentissimo, lasciava esterreffatto chiunque, con il suo parlare fin troppo arguto per un bambino della sua età. Eppure adesso era cambiato. Era svogliato, triste, prendeva brutti voti a scuola, e non trovava soddisfazione in nessuna cosa. Ultimamente arrivava anche a considerarsi la pecora nera della famiglia. Era il primo ad essere stato rimandato in matematica di tutta la sua famiglia, e non riusciva più a sopportare le occhiete che i suoi parenti gli lanciavano. All'ultima cena di Natale, come al solito sua madre aveva iniziato a parlare del professore di recupero che seguiva Robert, e sua nonna meravigliata aveva esclamato: "Ma come?!? È sempre stato così bravo. Mi ha pienamente deluso!"
Robert si era alzato di scatto, imbronciato, quasi sul punto di piangere, ed era corso nella stanza da letto a leggere uno dei suoi libri preferiti:Furia Omicida!
Gli piaceva leggere di tutte quelle persone squartate, impiccate, mangiate vive da tutti quegli squilibrati. Sognava che un giorno avrebbe trovato il coraggio di farlo anche lui. Ma purtroppo quel giorno era ancora lontano. La routine continuava come tutti i giorni da quindici anni a questa parte.
Senza rendersene conto si era ritrovato di colpo seduto sullo sgabellino della batteria a eseguire tutti quei movimenti che ormai gli risultavano meccanici. Era l'unica cosa che lo rilassava. Guardare quei muri tappezzati di confezioni per le uova, parlare con il professore e dare colpi fortissimi sul crash. Era l'unica cosa che desi

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   0 commenti     di: Alberto Amedeo


Il nonno racconta

Ieri nonno raccontava una storia di un tempo che fu, in un borgo di New York. ad Astoria viveva un uomo di nome Cantù, di mestiere faceva il barbiere e di sera andava a cantare, delle volte cantava alle fiere, e d'estate sulle spiagge. Era estate e in una notte serena con la luna piena la fortuna lo baciò, stava raccogliendo un fiore del prato, quando nell'alzarsi vide una donna, era bella, più bella del sole e nel buio gli sembrò la Madonna. Rimase freddo senza parole impietrito a guardare stordito quella donna tanto bella. Poi si accorse che in lontananza c'era un'ombra, sforzando la vista vide che era il povero Vito, e s'accorse che la mano gli tremava, ancora più in là, una bambina spingeva una cariola piena a metà, quella sera faceva un po' fresco, la guardò gli fece pena e le chiese: "Bimba, dove vai a quest'ora, è tardi e tu sei piccolina, non hai casa? dov'è la mamma?" La bimba rispose: " signore ho freddo, fame e mi sento male, sono sei ore che aspetto la mamma, la sto cercando in ogni ospedale." Prese in braccio la piccola e la portò a casa, chiese a sua moglie di farle una zuppa e di metterla a letto per farla riposare.
Quella notte d'estate, arrivò pure un temporale e la pioggia fece rallentare le ricerche, cercò negli hotel, nei bar, nelle piazze, poi si avventurò nelle periferie alla ricerca di questa mamma che ha abbandonato la figlia, ma nulla, solo due cani randagi sui marciapiedi dei quartieri, allora decise di ritornarsene a casa per chiamare la Polizia.
L'indomani cominciarono le ricerche, ovunque per mare e per monti, ma quella donna non si trovò, allora tornato a casa, sconsolato il vecchio signor Cantù trovò la bambina che quando lo vide gli corse incontro chiedendo " Hai trovato la mia mamma" lui affranto da questo dolore, s'inginocchia e con le lacrime agli occhi si stringe al petto la bambina.
Dicono che ogni vita ha il suo fato e forse era questo il suo destino, il vecchietto la prese per figlia, e gli spianò un p

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   1 commenti     di: Vito Bologna


[Senza titolo]

Ed eccola qui. Sola, davanti al pc. Gli occhi umidi, il cuore che batte forte... Una frase le ritorna sempre in mente, l'ha studiata a scuola tanto tempo fa, in filosofia. Non le piaceva tanto la filosofia ma questa frase l'ha affascinata, l'ha stregata, l'ha colpita. "La vita è un pendolo che oscilla tra dolore e noia", diceva il buon Shopenahuer. "Già", pensa, "credo che lui avesse capito tutto della vita". Perché oscilla, si chiederà qualcuno? e la felicità? dove la mettiamo? La felicità sta in mezzo. Quando diventa troppa si trasforma subito in noia e quando è assente... Si teme, si piange, ci si dispera. Per motivi futili, diciamocelo, ma tutti abbiamo un buon motivo per essere infelici. Lei ne ha, forse uno, forse due, forse tanti. Forse è lei la causa di tutto, ma non sa come uscirne. E poi si sente stupida, pensa a quelle persone che stanno male, che stanno male veramente, che hanno fame, che hanno problemi fisici, che vengono maltrattati. Lei è giovane, carina. Lavora (e in tempo di crisi...!!!). Ha un ragazzo. Una bella famiglia, con i suoi difetti, certo, ma bella e unita. Ma si sente sempre insoddisfatta. Sa cosa vuole dalla vita e non sa come realizzarsi. Pensa, pensa tanto. Parla, per lo più di supidaggini, i suoi problemi è abituata a tenerseli per sé. Avrebbe voglia di stare abbracciata a qualcuno, ma non ha il coraggio di chiedere un abbraccio. Quanto si è stupidi a volte!!! Si fa le domande, ed è così brava che si dà anche le risposte. A volte si chiede perché ci siano tante persone che parlano, parlano... e invece di sfogare i loro problemi a qualcun altro, non se li tengano per sé. Perché ognuno ha i suoi problemi... Lei, forse, più di quelli che non vorrebbe ammettere a se stessa.

   3 commenti     di: ale ale


Una storia come tante

È una storia di periferia, questa. Una storia come ce ne sono tante.
Vite rimescolate, strappate ad un futuro, se mai possa esistere un futuro. Questa storia è successa proprio a me, e solo ora mi rendo conto che sta finendo.
Ho cominciato a morire che avevo sedici anni. L'età giusta per incontrarla, la morte.
Ora che sono al capolinea riesco anche a capire che avrei potuto riconoscerlo quel dannato autobus che stavo prendendo. Voglio dire che potevo aspettarmelo che quello fosse un viaggio senza destinazione alcuna. Giri su se stesso e voli pindarici. Questo era.
Ammetto pure che l'odore di morte lo si sentiva già mentre si aprivano le portiere di quell'automezzo parcheggiato col muso in salita. Erano braccia aperte, all'apparenza; un vecchio cancello arrugginito, nella realtà. Scricchiolava ad ogni giro. Aspettava solo di essere oliato, da me o da qualcun'altra.
Il fatto è che io non l'ho sentito. L'odore, dico. La puzza di bruciato.
Forse c'era troppo fumo o magari avevo le mie cose, quel giorno, e anche un piccolo raggio di sole tra la polvere mi pareva una luce bianca.
Salivo le scalette, mi affacciavo all'interno e vedevo tutto bello. Invece c'era la morte. E che morte.
Non quella classica, onesta, spietata, con tanto di falce. Macché; si era pure camuffata, come per un ballo in maschera
Credo proprio che avesse il dubbio di riuscire a farmela, se solo avessi intuito chi era.
Ero svelta, a quel tempo, di gambe e di cervello. Non ero la solita ragazzina; di esperienze ne avevo già avute. È stato il momento e il travestimento che mi hanno preso la mano.
Una morte che si traveste da angelo, non più tanto giovane ma con la vita ancora negli occhi ed il sangue di un ragazzo. Solo il sangue, però.
Lui mi ha sorriso e quei denti bianchi erano il quadro di una felicità incorniciata. La cornice erano le sue labbra. Io cosa potevo fare d'innanzi a tale bellezza? Dopo quel sorriso s'era scoperchiato il cielo e potevo intravedere l

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   25 commenti     di: Amorina Rojo


Io.. e la morte

Fino a pochi mesi fa pensavo che l'argomento MORTE non mi potesse toccare neppure minimamente, invece ho dovuto scoprire una realtà che non pensavo potesse essere così dura e dolorosa.
Quando inizi a capire che cosa si prova a perdere una persona veramente cara, che se non fosse esistita, neppure tu saresti al mondo, solo allora l'importanza della vita prende forma.
Non scorderò mai il momento in cui, mia sorella, con un solo ed unico sguardo quella sera mi fece capire che papà ci aveva lasciati, e sono rimasta impietrita, per qualche secondo tutto quello che era attorno a me si è fermato, fino al momento in cui, è esploso qualcosa dentro me, come un vulcano in azione; è arrivato dal profondo un senso di dolore, di rabbia, di amore: un misto di sentimenti talmente differenti da sembrare impossibile.
Quella domenica sera, tutto sembrava senza senso, odiavo Dio per quello che aveva fatto, portarmi via mio padre era la cosa peggiore che potesse fare.
Ero sconvolta, mia madre era imbottita di calmanti, mia sorella e mio fratello non se ne capacitavano, e l'altro mio fratello, al telefono, urlava e non ci voleva credere.
Da quel giorno la mia vita è cambiata, una parte di me se n'è andata, ed ora più che mai, dopo appena un mese dall'accaduto, sento una sensazione di vuoto che mi invade il cuore, ed allo stesso tempo mi sento chiusa in una morsa che mi toglie il fiato.
Poi mi fermo a pensare, penso a mio padre, a come reagiva lui, anche davanti al dolore non si era mai fermato, non aveva mai guardato indietro, e questo l'ha insegnato anche a me, devo guardare avanti, guardare al mio futuro, realizzarmi, ma non devo farlo solamente per me stessa, devo farlo anche per mio padre, per dimostrargli il bene che gli voglio.
Non penso che la morte sia proprio una fine, perchè effettivamente, nel mio cuore rimarrà sempre.
Una persona, anche se morta, continuerà a vivere se qualcuno lo vuole, ed io voglio che mio padre viva, anche se solo spiritualmente,

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   7 commenti     di: Lorena Crema


Un posto per star bene

L'ultimo ricordo che ha di suo padre è di lei bambina accovacciata davanti al gabinetto, che chissà quale schifezza aveva mangiato e stava lì a vomitare l'anima, e c'era il papà che le teneva una mano sulla fronte e la tranquillizzava. Non si ricorda le parole, ma rammenta il suo tono di voce, pacato e caldo, e lei immagina che le dicesse di non preoccuparsi, che sarebbe andato tutto bene, e magari di non dirlo alla mamma che sennò si sarebbe agitata per nulla che lo sai com'è fatta. Lei stava con gli occhi chiusi, e il tepore della mano sulla fronte la faceva star bene dentro, anche se tutto il fuori le faceva male.
Quindici anni dopo Paola scende dall'auto barcollando.
Si aggrappa allo sportello aperto con entrambe le mani, gli occhi mezzi chiusi e la bocca spalancata a far entrare più ossigeno possibile.
Come se questo bastasse.
È quasi l'alba e l'aria è fresca e frizzante quel tanto che serve a schiaffeggiarle le guance arrossate, si infila sotto il niente di cui è vestita e le solletica la pelle. E pare che le cose debbano andare meglio.
Ma la sensazione non dura che pochi attimi.
Qualcuno parla alle sue spalle, e lei sa di conoscere la voce, ma non riesce a darle un nome né tantomeno un volto. Non prova neppure a voltarsi ma stacca le mani dallo sportello che la sorreggeva e muove un paio di passetti lungo il marciapiede. Le viene da ridere perché improvvisamente pensa alle ballerine classiche in equilibrio sulle punte, e immagina come potrebbe essere divertente vedere uno spettacolo di danza con i ballerini ubriachi quanto lei.
Percorre due metri beccheggiando pericolosamente da un lato e dall'altro, fino a che il terzo metro le è fatale. Crolla sulle ginocchia sul pavé del marciapiede e vomita.
Il suo corpo viene scosso da sussulti ad ogni conato, e neppure si accorge che qualcuno è arrivato di corsa a sorreggerla per le braccia, per evitare che si accasciasse totalmente al suolo.
Dopo qualcosa come due milioni di anni - tanto sembra

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