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Racconti sulla tristezza

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Così complicata

L'ho saputo solo ieri.
Sono state esattamente queste le sue parole. E io, ora, le rivolgo a te : l'ho saputo solo ieri. Avrò una sorellina. Tutti mi chiedono se sono felice.
- Ehi, sei felice, Desy?
- Ehi, scommetto che sarai al settimo cielo!
- Ehi, non sei felice? Volevi una sorellina e ti è stata data!
Ehi, ehi, aspettate un attimo! Che ne sapete voi, se sono felice o no?


E'bella.
Non ho altre parole per descriverla.
Ha gli occhi blu di gatto, un nasino e una bocca e delle ditina talmente piccole che si vedrebbero meglio al microscopio.
Ho sentito le tue urla, mamma, io ero fuori dalla sala parto, c'erano due porte che ci dividevano e un corridoio stretto e lungo, ma io ti ho sentita. E quando tu hai urlato, io ho serrato gli occhi. Papà non c'era. Lui a queste cose preferisce non assistere, dice che sono "cose da donne", però quand'è ora di ficcartelo dentro non ci pensa due volte. Beh, ma solo perchè quelle, invece, sono cose da uomini.
Ho serrato gli occhi e stretto i denti e per un momento mi è sembrato di percepire il tuo dolore. Mi sono sentita squarciare in mezzo alle gambe come se un asse metallica avesse colpito dritto dritto lì, con un colpo secco, ben assestato. Mi sono portata la mano alla pancia e ho avuto paura per te. Mi sono chiesta : e io, mamma, quanto male ti ho fatto? Mi sono sentita in colpa. Mi sono approfittata di te, lo sai? Ho invaso il tuo corpo di bambina e ti ho reso adulta, ti ho fatto dannare per i tuoi chili in più e per i vestiti che non avresti avuto più modo di indossare. Ti facevo venir voglia di qualcosa nei momenti più inopportuni, più sbagliati, apposta, per farti sapere che c'ero, che ero lì, dentro di te, e che avevo bisogno di attenzioni. Ho preso dimora nel tuo ventre e scalciavo, ogni volta, prima di dormire per trovare la posizione più comoda, giusta. E tu non mi hai mai detto niente. Mai un rimprovero. Volevo stare a lungo dentro di te, mamma, là dentro stavo al sicuro, sempre con

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   5 commenti     di: Argeta Brozi


Angelina

Vorrei averti conosciuta meglio, quante cose avrei potuto imparare da te se solo non fossi stata così presa dai miei problemi, dal mio lavoro; è un errore che commettiamo spesso e, a volte, troppo volentieri per evitarlo. Ora che l’inverno per te è calato, sento crescere un grande gelo dentro di me, come se con te se ne fosse andata ogni speranza.
Hai avuto una vita difficile ed affascinante, lo so, me la raccontasti quel giorno sotto al portico della tua casa, con la freschezza e l’orgoglio che si crede solo una dodicenne possa avere. Quasi un secolo di vita, chissà se io ci arriverò mai, avevi un cuore grande, ne sono certa, hai cresciuto tuo fratello e per lui hai lavorato sodo, hai visto due guerre e sei stata la prima donna in tutta la valle a superare l’esame per la patente.
Ricordo quel giorno d’estate sotto al tuo portico, la prima volta che ti vidi, mi colpirono i tuoi capelli argentei e lunghi raccolti dietro la nuca, come si usava una volta e i tuoi occhi limpidi come quelli di una ragazzina ma dall’espressione dolce e sincera come quelli di una nonna.
Pensavo di aver tempo per dirti addio, avrei dovuto dirti addio sfiorandoti la guancia ruvida con un bacio, guardando quegli occhi dolci che non mi avrebbero riconosciuto ma forse non sarebbe stato un addio ma solo un arrivederci.
Perdonami zia Angelina se sono stata poco presente nella tua vita, forse è solo perché ci siamo incontrate tardi, quando il fiore dei tuoi anni era ormai maturo, forse è colpa della mia pigrizia o probabilmente le cose dovevano andare come sono andate.
Vorrei tanto poterti abbracciare ma oggi te sei andata e chissà se tornerai a trovarmi, chissà se riuscirei ad aspettarti in quel luogo magico che si trova a metà strada fra il sonno e la veglia ma non penso che verresti, ora hai trovato finalmente un po’ di riposo.

   3 commenti     di: Miriam Angel


All'ombra

La strada è grigia e vuota, ricorda una vecchia fotografia degli anni 60, quando questo quartiere fu costruito.
L'asfalto nero è così freddo e duro che entrare in casa è stato l'unico sollievo che ho provato davvero in questa giornata.

Devo avere dormito per cinque o sei ore, prima di accorgermi di essere solo. Mi sveglio di colpo, piangendo.
Perché questo pensiero terribile mi attraversa la testa proprio in quel momento?
Le ombre in casa sembrano bambini che giocano a nascondino.

Neanche le ombre si avvicinano a me.

Mi sono alzato e mi sono fatto una tazza di caffé, nero come la luce diafana di questa giornata vuota.
Lo sento, nella campagna lontana, un tuono è una voce che mi chiama.
È il diavolo che con la sua carrozza sta per passare a prendermi.

Ho paura, come mai ne ho avuta prima, della solitudine.
Provo a cercare un diversivo, qualcosa da fare, qualcosa per cui non dare ascolto alla chiamata dell'asfalto, che da freddo e duro che era, ora mi sembra così caldo e accogliente da farmici tuffare dentro, dal terzo piano.

"Cacca al diavolo e fiori a Gesù", mi ritorna ora nella testa quella canzoncina dei tempi del catechismo: che si fotta il diavolo! Non posso dargli ascolto...
La solitudine è solo una bugia, una maschera per non affrontare il fallimento, così terrificante quanto concreto, di quello che credevo amore.



Non so come ne sono uscito, probabilmente è stata una chiamata da parte di qualche amico, forse una visita da parte di mio fratello, forse una preghiera.

Ho capito che essere nell'ombra non è come essere nel buio: ogni ombra sul nostro viso è il segno che c'è una luce più grande che ci colpisce.

Oggi è uscito il sole. Lascerò che mi scaldi, prima che venga sera.

   3 commenti     di: Desio Sicario


Diario personale

“Devo uscirne, devo andare via, non voglio ascoltare, voglio sparire solo per un po’, non esistere per un oretta e poi ritornare”
Era l’unica cosa a cui riuscivo a pensare, troppo avevo passato per sopportare, troppo avevo passato per continuare a fingere che nulla fosse mai successo. I miei mostri tornavano sempre, i miei mostri non mi abbandonavano e non mi abbandoneranno mai, loro mi sfidano, mi chiedono sempre di fare ciò che non voglio e avvolte ci sono quasi riusciti.
Dalla sera in cui ho incontrato il primo, fino all’ultimo, nessuno di loro si è fatto più debole, anzi sono diventati più forti, e questo l’ho permesso io …
Si siamo noi che permettiamo ai nostri mostri di fare di noi ciò che vogliono, io per un lungo periodo e avvolte anche adesso, gli permetto, di tagliarmi ancora e di vedermi perdere il sangue e soffrire lentamente, no so dirmi il perché lo faccio ma lo faccio.
Comunque ero stanca di sopporta e anche se brutto dirlo ero stanca della vita, volevo vivere i momenti più belli della mia età come tutti i miei coetanei, ma non mi è stato concesso, quei mostri me lo hanno impedito, e io per non ascoltarli avevo una sola scelta.
Camminavo sola, non ho mai detto a nessuno dove andavo, non mi piace che qualcuno mi venga a vedere proprio quando sto male e mentre camminavo continuavo a pensare.
“E giusto, solo così sparisco, è giusto”
Ma probabilmente non è giusto.
Lo vedo da lontano, metto le mani in tasca e stringo forte quei soldi che avevo raccolto a casa prima di uscire via urlando, si avvicina, mi sorride. Lui mi offre sempre l’opportunità di sparire, dalla vita reale e il più delle volte dai miei mostri.
Mi sento meglio, mi sento sollevata e me ne vado, basta tirare un po’ e poi sparisci, nessuno ti cerca e anche se ti cerca tu non ci sei, sei forte e puoi sparire.
Quella volta ero ancora più forte così forte che avevo pensato altro
“E se sparissi per sempre? Lo faccio adesso ce la faccio io”

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   4 commenti     di: Marika Rig


Lettera di mastro Geppetto al suo Pinocchio

Caro figliolo,

Ti chiedo scusa per il cuore che ti ho negato, ma sotto consiglio della barba bianca che ha nascosto in questi anni migliaia delle mie lacrime dolenti, ho dovuto farlo. Forse non mi capirai mai;per te sono avaro ed egocentrico, una ladro delle tue emozioni. Geloso ed egoista, per molti fuori di testa, scagliato lontano dalla verità come i tuoi giochi rotti dalla voglia di crescere, del cuore ti ho privato:ho privato te che sei la mia creatura, il mio burattino- bugiardo prediletto, né per amore né per odio;l'ho fatto per difesa, prima della mia persona e poi della tua.
Non avrei sopportato di vederti soffrire, perché il cuore è fatto solo per quello. Lascia stare che ti fa compagnia sentirlo battere forte nel buio della notte infestata dai tuoni di un temporale lontano:ha un prezzo la sua presenza;l'amore e la gioia e l'affetto e la commozione che ti fa provare è una mollica rispetto al pane amaro ed ammuffito( il dolore) che ogni giorno dovrai ingoiare, pena morir di fame.
Poi sai il mondo è diffidente;cerca le prove dei tuoi sentimenti. Ti provoca per scoprire se il cuore lo hai anche tu. Ti punge in modo subdolo e quasi non te ne accorgi;la gente si finge tua amica ed intanto dà inizio al tuo stillicidio. A lui basta una goccia per firmare la tua condanna. La gente ci prova gusto poi a prendere di mira il tuo cuore con l'arco del rancore e del vittimismo. Saresti entrato in un circolo vizioso di sentimenti funesti e crudeli a tua insaputa.
Ed io ho prevenuto questa iscrizione.
E ti ho fatto bugiardo;di un legno finto e gelido, perché fingere è l'unica soluzione. Mentire, fare finta di stare bene e che tutto è fantastico come nella nostra favola, è un atto di intelligenza. Ti ho regalato sopravvivenza;vita no, ma a cosa sarebbe servito se poi la vita l'avresti rifiutata?. Fingendo amore, gioia, e amicizia, affetto e comprensione almeno ti ho permesso di annusare nell'aria un profumo che non esiste, ma che ti spinge alla sua ricerc

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Hotel Royal

Sotto le finestre del primo piano, il fiume melmoso di auto suoni lampeggianti stridori andava scemando.
Gli ultimi tram arancioni sfrigolando lanciavano scintille tiepide nella notte. La città si stava allestendo per il Santo Natale.
Le tende scostate appena erano di uno scuro velluto rosso, pregne di polvere e fumo.
La donna, gli occhi fissi come quelli delle sentinelle, stava immobile appoggiata, aggrappata alle tende, così in silenzio, sola nella stanza, pietrificata nella notte; non aspettava nulla, cosa c’era da aspettare, non c’era nulla da aspettare, era tutto finito.
Respirava lenta quell’odore pungente di polvere e fumo che si staccava dalla tende, ogni volta che la sua mano premuta sulla stoppa tremava in minuscole scosse.
Sotto forma di particelle invisibili agli occhi, la donna respirava incurante quella nebbia di polvere e fumo.
Il rumore ovattato oltre le vetrate sembrava il rimbombo di un cuore, la vena che pulsa senza stancarsi su per il collo, nelle tempie.
Non stava guardando niente di particolare, cosa ci sarebbe stato da guardare d’altronde, in quel groviglio di buio (un fondale finto di cartone, una scena di teatro) qualche lampione troppo alto, le macchine rare che sfrecciavano elettrizzate, e graffiate di nuvole grigie.
Nessuna finestra accesa di fronte, dove sarebbe stato possibile sbirciare la vita. Nessuna sagoma nel marciapiede di sotto. Solo la notte cocente dell’inverno in quella città sconosciuta.
Sconosciuta, ma la migliore per la loro faccenda. Forse cara, ma tutto era andato senza problemi, nessun intoppo, perfetto.
La donna, senza scostare lo sguardo da quel niente così attentamente scrutato, prese una sigaretta dal tavolo affianco e l’accese.
Ala polvere e al fumo stantii delle tende, ci aggiunse il vapore fresco e un po’ acido della prima boccata.
Ci resteremo anche domani, me l’ha promesso, certo, in questa città che già odio, che odiavo pria ancora di venirci.
Ha detto che mi porterà a veder

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   0 commenti     di: vito ferro


La risposta

Io lo guardo senza dire una parola.
Flavio ha gli occhi chiusi, ma so che in realtà è sveglio. Guardo la flebo di morfina. È quasi finita.
Tutto è quasi finito, penso.
Mi volto verso la finestra e vedo che piove. Che sta quasi diluviando, che il cielo è nero ma squarciato ogni tanto da lampi che risplendono terribili in quell'oscurità.
Nessuno dovrebbe andarsene così, con questo tempo, penso.
Flavio apre gli occhi e abbozza un sorriso. Stanco, ma è pur sempre un sorriso bellissimo.
E io non capisco il perché, ma mi viene da incazzarmi. Mi verrebbe da gridare "Ma che cazzo c'hai da ridere? Non lo capisci che stai morendo?".
Ma non dico nulla e gli sorrido di rimando. Ho il sospetto che fra i due sorrisi, quello del mio amico sdraiato in un letto d'ospedale del reparto di oncologia, sia l'unico sincero.
«Come va? », chiedo. Mi rende conto quasi subito dell'assurdità della domanda.
«Cioè no, lascia stare - cerco di sviare il discorso - lo immagino come puoi stare».
«Ah si? E come posso stare» dice Flavio.
«Bhe... insomma», bofonchio, ma non so cosa dire.
«Sto», dice semplicemente Flavio.
«Stai? ».
«Sto. E tanto mi basta. ».
Io annuisco, non convinto di aver compreso, ma contento che lui sia ancora lucido.
Flavio inclina la testa verso la flebo appesa al supporto vicino al letto: «Questa roba è favolosa. Davvero. Vuoi farti un giro anche tu? », dice, con un passabile entusiasmo.
«Grazie, magari dopo».
C'è una frazione di secondo in cui penso che magari si, un giro me lo farei anche, se servisse a non sentire tutto questo male. Ma so che non è un male fisico il mio, è qualcosa dentro che si sta crepando, come la superficie ghiacciata di un lago.
«Ti va di parlare? », domanda Flavio.
«Se va a te, e se non sei stanco».
«No, te l'ho chiesto io, no? ».
«Allora va bene. Di cosa vuoi parlare? ». Ma temo la risposta.
«Secondo te che cos'è la vita? ».
Non rispondo. Abbasso lo sguardo e mi fisso i piedi.
«La v

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