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Racconti sulla tristezza

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L'inizio e la fine

Molti di voi vedono la Morte come qualcosa di orribile, qualcosa di risolutivo e per cui non esiste speranza; io non ci riesco, a vederLa in quest’ottica. Forse è da qui che iniziano i nostri mondi, forse è questo il confine, l’incrinatura iniziale che man mano diventa un baratro infinito.
Vi salgono le lacrime agli occhi, umani, quando parlate di questa Fanciulla, innocente e pura, che svolge solo il Suo dovere; soffrite quando le Sue carezze sfiorano i vostri cari, alleviandoli dal peso del vivere. La maledite, inveite contro di Lei, lasciandola senza parole, nonostante faccia del bene, così tanto, e voi non ve ne rendete conto.

Poverina, io dico, vorrei stringerla tra le mie braccia, forte: sentire il suo tepore, sentire il suo respiro sul mio collo. Baciarla. Baciarla, per consumarla, divorarla, ma dolcemente… Diventare il suo boia, ed il suo salvatore. Diventare la Morte stessa.
Vorrei… Vorrei vederla chiaramente nell’oscurità della vita, la Sua mano tesa verso di me; vorrei vedere la Sua perfezione, vorrei far parte della Sua perfezione.

Voglio morire, perché voglio vivere ancora, ma non qui, non ora. E voi, umani, non capite quanto la parola “morire” sia molto più vicina alla parola “mutare” che a “dolore”; perché questo è la Morte. Abbandonare questi gusci aridi e sterili, per diventare qualcosa di più; qualcosa di perfetto, “al di là del bene e del male”.

Voglio morire. Voglio abbandonare questa spiaggia chiamata “vita”, a costo di attraversare mari sconosciuti, perché qualsiasi cosa troverò, sarà migliore.

   4 commenti     di: Matteo Bonino


Sperare ferisce

Rumore di motori e il mio cervello si risveglia.

Mi ero quasi dimenticato del luogo dove mi trovavo, mi ero assopito incurante di ogni dimensione temporale o spaziale. Di fronte ai miei occhi il portellone del veicolo nel quale ero stato rinchiuso per un qualcosa del quale non mi sentivo minimamente responsabile: non provavo alcun rimorso, forse la mia giovane età mi rendeva più spavaldo di quel che ero. Sapevo benissimo quali sarebbero state le conseguenze della mia azione; mi avrebbero atteso tanti anni di reclusione, abbandonato a me stesso. Se solo avessi pensato... Il veicolo si fermò, e dopo un lasso di tempo nel quale dovevano essere sbrigate le pratiche di accettazione, mi fu assegnata la mia cella fredda e tetra. Era isolata da ogni lato, nell'ala più esterna dell'edificio; come la mia ve ne saranno state cinque o sei, ed erano tutte collegate da un lungo corridoio che era diretto al centro dello stabile. La prima volta che misi piede in quella stanza era buio, e da quella grata, che tutti erano tutti soliti chiamare finestra sembrava che stesse per iniziare un forte temporale ma non mi ci soffermai più del dovuto. Nelle ultime due settimane prima di arrivare qui avevo davvero toccato il fondo, per fame e stanchezza; avvertivo forti crampi allo stomaco e il sonno perso era davvero troppo per essere recuperato, gli occhi gonfi e le occhiaie profonde e marcate. Essendo pomeriggio inoltrato, attendevo con ansia il pasto serale seduto sulla mia branda, e incominciai a percepire un rumore sempre più forte dall'esterno. Allora mi alzai di scatto e mi voltai verso la grata per vedere se effettivamente vi era qualcosa. Notai che infatti aveva cominciato a piovere e nello scroscio mi sembrò di sentir echeggiare una melodia conosciuta e mentre fuori pioveva, lacrime cominciarono a cadere dal mio volto colpito dal vuoto di questi giorni; più osservavo la fredda pioggia invernale infrangersi sul terreno, più le mie lacrime scivolavano verso il basso co

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   0 commenti     di: Andrea Guidi


Helldorado

Singolari successioni di nuvole e orecchini a scandire con sconcertante regolarità il tramonto stigeo di comete e canzoni, come una semplice carezza del vento per riduzione al massimo comun divisore. Fantasmi evocati dallo stesso fiume che quotidianamente mi nutre. Sulle cui rive rivolgo preghiere a predatori e camper per veder vomitati piercing rigati sul mio pallore, per vedere dipinti di paesaggi e costellazioni in tinta vermiglia. Eppure forse non sono appetibile, forse non c'è spazio per il mio niente sopra il loro caminetto. Troppo lontano dalle scatole di cartucce crioconservate, al riparo dal tepore dei sussurri e degli accordi major-seven. Dalle facce scavate da secoli di scrivanie e brioche a transitor, rese inespressive dagli abbaglianti dei loro fabbricanti di sogni.
Così aspettano al varco, mimetizzati tra fronde di salici di martirio, in agguato come le serpi spettinate contro cui ci mettono in guardia. Aspettano il momento in cui gli astri, timidi, si rivelano e ci concedono le labbra. Non un muscolo si contrae mentre premono il grilletto e osservano, giurerei con intima voluttà, i traccianti che stuprano il silenzio e il bersaglio designato, lasciando memorie affrescate di fondotinta e malcelata miseria.
Occhi sbarrati che mi fissano, mentre la luce marcisce e nell'ultimo spasmo già intriso di formalina le labbra imprimono il loro sigillo incandescente sulla tavola vergine di un "avrei voluto". Risposte che rovinano al suolo senza riuscire a rischiarare la nostra agonia. Nemmeno una goccia di angoscia che abbia il coraggio di separarsi da me e fondersi al terreno che diviene arido al loro incedere.
Raccolto il prezioso trofeo e aggiunta l'ennesima tacca mi strizzano l'occhio, i sensi eccitati dal fuoco dell'assassinio, il bossolo fumante lasciato a mo' di marmoreo memento da riempire per un brindisi alla mia pena. Poco più in là i loro marmocchi sintetici giocano con le ossa dei miei cadaveri e intonano mantra di noia incosciente.

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Una ragazza triste

Ero seduta sul letto. Il mio sguardo puntava fuori alla finestra. Guardavo la pioggia cadere, era una mia abitudine. Mi piaceva. Ogni goccia era come una lacrima, ma a sua differenza non faceva male al cuore.
Mi alzai e mi affacciai. Una folata di vento mi tirò indietro i capelli, e mi portò a guardare dall'altro lato. Ma non c'era niente di bello da vedere. Solo strade e palazzi. L'aria era fredda, e ciò era positivo. Odiavo il caldo.
Tornai al letto e guardai l'ora sul cellulare che avevo lasciato sul comodino. Le 7. 30. Dovevo vestirmi in fretta, altrimenti avrei fatto tardi a scuola. E di acchiapparsi le ramanzine dei prof proprio non mi andava. Almeno non quel giorno.
Aprii l'armadio. Presi una di quelle felpe maschili che mi piacevano tanto e un paio di jeans scuri. Misi le scarpe da ginnastica e presi la matita per occhi. Mi truccai poco, poi cercai di aggiustare i capelli. Erano castani, lunghi e mossi, incorniciavano perfettamente il mio viso pallido formando un evidente contrasto. Mi odiavo. Odiavo i miei lineamenti spigolosi e miei occhi anonimi e inespressivi. Odiavo il mio non riuscire in niente. Ero sempre sbagliata, sempre troppo bassa, sempre troppo grassa o troppo magra. Sempre sola... nessuno sembrava trovare qualcosa di interessante in me. Mi ritenevano noiosa e deprimente.
Ma potevo benissimo cavarmela da sola, non avevo bisogno di nessuno.
Presi il mio zainetto viola e uscii dalla stanza. Mentre percorrevo il corridoio sentivo i miei genitori urlare... il rumore di un piatto rompersi... altre urla... un pianto, di una voce troppo dolce per essere di mio padre...
Respirai profondamente e mi affrettai ad uscire di casa. E subito ero in strada, camminavo a passo veloce con le cuffie nelle orecchie. Nel mio lettore mp3 solo brani di musica classica. Secondo me quella era la musica migliore. Riusciva a comunicare senza dir parola. Era capace di farti provare emozioni incredibili...
C'erano studenti davanti a me, e dietro. Ne ero cir

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   4 commenti     di: Roxy xD


Aiuto a me stesso

Mi sto chiedendo dove sia finita la mia forza, perché proprio non riesco a trovarla.
Non riesco a superare niente, mi sento sempre più debole e sconfitto. Avevo ripreso a dormire regolarmente, a mangiare regolarmente, ad essere più sereno.
Ma tutto ciò è durato solo pochi giorni;ogni volta questi problemi si ripresentano sempre più forti, più grandi, più duri da far scivolare via. Ho deciso di combatterli e forse farmi sconfiggere da essi, o meglio da esso. Negli anni ho creduto di essere diventato così tanto lucido, forte e duro da poterne essere all'altezza;e invece mi rendo conto che sono sempre un po' più piccolo e debole del mio passato, per quanto io mi sforzi di non esserlo. Mentre scrivo questo, tremo dalla paura, dal timore, dalla tristezza. La tensione ormai è parte di me in questi giorni. Non vedo spiragli di luce pronti a scaldarmi. Mi sento così debole da non riuscire nemmeno ad arrabbiarmi, nemmeno a fare qualcosa che sappia darmi forza. Mi sto perdendo sempre di più;sto precipitando in questo profondo burrone e non trovo mani vicine a me per tirarmi su. Sto mollando la corda che mi tirerebbe su da questo pozzo in cui sono caduto.
La mente vorrebbe reagire ma non riesce, il corpo vorrebbe combattere ma non riesce, la voce vorrebbe urlare ma non riesce. Non ne esco fuori, non ci riesco, non ci sto riuscendo. E questo mi fa tremendamente male, perché crescendo ho sempre avuto la convinzione che avrei saputo vincere più facilmente sui problemi che mi si sarebbero presentati. Ma sto dimostrando a me stesso che non è così. Non dico che mi sto perdendo dentro me stesso, perché forse mi sono già quasi del tutto perso.
Chiedo aiuto a me stesso perché non so a chi altro domandare. Chiedo aiuto a me stesso perché mi conosco meglio di chiunque altro.
Ma davvero non ce la faccio, non ci riesco.
Vi prego, mi prego, salvatemi... Non riesco a sopportare questa cosa troppo grande per me. Più cresco io più aumenta quest'agonia che mi lace

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Il nonno racconta

Ieri nonno raccontava una storia di un tempo che fu, in un borgo di New York. ad Astoria viveva un uomo di nome Cantù, di mestiere faceva il barbiere e di sera andava a cantare, delle volte cantava alle fiere, e d'estate sulle spiagge. Era estate e in una notte serena con la luna piena la fortuna lo baciò, stava raccogliendo un fiore del prato, quando nell'alzarsi vide una donna, era bella, più bella del sole e nel buio gli sembrò la Madonna. Rimase freddo senza parole impietrito a guardare stordito quella donna tanto bella. Poi si accorse che in lontananza c'era un'ombra, sforzando la vista vide che era il povero Vito, e s'accorse che la mano gli tremava, ancora più in là, una bambina spingeva una cariola piena a metà, quella sera faceva un po' fresco, la guardò gli fece pena e le chiese: "Bimba, dove vai a quest'ora, è tardi e tu sei piccolina, non hai casa? dov'è la mamma?" La bimba rispose: " signore ho freddo, fame e mi sento male, sono sei ore che aspetto la mamma, la sto cercando in ogni ospedale." Prese in braccio la piccola e la portò a casa, chiese a sua moglie di farle una zuppa e di metterla a letto per farla riposare.
Quella notte d'estate, arrivò pure un temporale e la pioggia fece rallentare le ricerche, cercò negli hotel, nei bar, nelle piazze, poi si avventurò nelle periferie alla ricerca di questa mamma che ha abbandonato la figlia, ma nulla, solo due cani randagi sui marciapiedi dei quartieri, allora decise di ritornarsene a casa per chiamare la Polizia.
L'indomani cominciarono le ricerche, ovunque per mare e per monti, ma quella donna non si trovò, allora tornato a casa, sconsolato il vecchio signor Cantù trovò la bambina che quando lo vide gli corse incontro chiedendo " Hai trovato la mia mamma" lui affranto da questo dolore, s'inginocchia e con le lacrime agli occhi si stringe al petto la bambina.
Dicono che ogni vita ha il suo fato e forse era questo il suo destino, il vecchietto la prese per figlia, e gli spianò un p

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   1 commenti     di: Vito Bologna


Autobus

Sono sull'autobus che scende lungo Via Assarotti.
Seduta contromano, oltre la porta centrale.
Una donna di colore giovane, bella, capelli neri, occhi segnati, tiene in braccio una bambina di tre anni, direi. Capelli afro, però decolorati (con l'acqua ossigenata?), un occhio strabico. Verso l'interno. Non bella. Sarà sua madre la donna?
La donna mastica gomma, nervosamente, con occhio vacuo gira il capo verso il finestrino e poi verso l'interno. Quando la bambina si gira verso di lei, più di una volta lo fa, lei stira le labbra in un sorriso innaturale.
Ho provato dolore.




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