Canta una vergine presso all'altare
di tutti gli esuli stanchi quaggiù,
d'ogni naviglio salpante nel mare,
di chi ha scordato la gioia che fu.
S'alzò la voce di lei nella volta,
tremulo un raggio sul capo brillò:
guarda ciascuno dall'ombra ed ascolta
come la stola nel raggio cantò.
E a tutti parve che fosse ogni nave
nella sua rada e che gioia verrà,
che a tutti gli esuli in patria soave
la terra brulla si trasmuterà.
Il raggio canta e la voce si frange
ma sulla soglia del cielo, lassù,
c'è un fanciullino che vede e che piange
perché nessuno non tornerà più.
Lividi rami d'alberi spogliati,
bagliori paonazzi all'orizzonte.
(Al patibolo vanno i condannati
nell'aureola di simili tramonti).
Velluti rossi sui divani tetri.
Nappe pulverulente di portiere.
Bevono qui, battendo insieme i vetri,
l'ufficiale, il mercante, il biscazziere.
Quelle povere stampe di giornale
non le ha mai carezzate mano umana.
Ma la mano agitò del criminale
la corda della piccola campana.
Risuonano sui soffici tappeti
sproni e risate spente dalle porte.
È una casa fra queste due pareti?
dice proprio così l'umana sorte?
Il convegno m'illude o mi delude?
Perché pallida sei come un lenzuolo?
Perché sulle tue spalle fredde e nude
l'agonia si riverbera del sole?
Le tue labbra si specchiano nell'oro
dell'icona col sangue che gela
(è a questo che noi diamo il nome amore?)
in una linea esigua di cera.
Nel grembo del crepuscolo malato
giù si sprofonda trionfale il letto.
Tu fischi sempre benché mozzi il fiato
la vertigine folle della stretta.
Vibran nel fischio tuo inni di strazio.
Ancora - senti - un tintinnio di sproni.
Striscia per terra come un boa sazio
il tuo vestito giù dalla poltrona.
Io non sono il tuo uomo né il tuo amore.
Fiera tu sei, o angelo mio breve.
Senza tremare piantami nel cuore
il tuo aguzzo tacco alla francese.
Le sue parole a freddo taglio
ed i suoi occhi spenti
gettavan senza alcun barbaglio
scintille incandescenti.
E lo fissavano dal basso
mille pupille smorte:
ma non sentiva a lento passo
l'arrivo della morte.
Egli gestiva lentamente
con voce di violenza,
e la sua barba mollemente
cullavasi in cadenza.
Livido come il firmamento,
sapeva tutto bene.
Egli gemeva violento
come le sue catene.
Non comprendevano gl'indegni
né un numero né un nome:
non v'ha nessuno che lo segni
un marchio di passione.
Ma si sentì tremare un tuono
di fiamma che s'accende,
ed un rumore quasi suono
di tizzo che si spegne.
Come se in cielo uscisse un astro,
come se fosse un segno:
urlò la folla nel disastro,
urlò fuori di senno.
Si sentì un grido soffocato,
s'infranse una vetrata:
l'uomo cascò sul lastricato,
la testa crivellata.
Qualcuno allora con un sasso
colpì senza vergogna:
un fil di sangue sgorgò in basso,
giù lungo una colonna.
Ruppero i fischi ancora l'aria,
ululò l'urlo stesso:
giacque la spoglia solitaria
sul varco d'un ingresso.
E lampeggiaron nella porta
dei fuochi da un cortile,
ed echeggiaron nella volta
dei colpi di fucile.
Si rivelò in un raggio il volto
dell'uomo trucidato:
già due fucili sopra il morto
in croce hanno piantato.
I lineamenti più sbiancati
fece la barba nera:
si riordinarono i soldati
e chiusero la schiera.
Era sereno il dolce viso,
la calma vi regnava:
verso di lui dal Paradiso
un angelo volava.
Erano già pacificate
le sue pupille aperte:
su loro stavano incrociate
le bianche baionette.
Come se dietro a quelle gole
respirasse di già
anche in un mondo senza sole
venti di libertà.
Sottile sei come un cero del tempio,
l'occhio hai trafitto da spade d'amore.
Io non ti chiedo un sol bacio: in silenzio
vorrei deporre sul rogo il mio cuore.
Io non ti chiedo una sola carezza:
t'offenderebbe la mia rozza mano.
Ma dal cancello ti guardo in purezza
rose di porpora cogliere e t'amo.
Sempre ti bruciano i raggi del sole
e via t'involi sul vento che fugge.
Su te c'è un angelo senza parole:
io gusto in cuore il dolor che mi strugge.
Mentre t'intreccio nei riccioli, adagio,
dei versi ignoti gli strani diamanti,
getto il mio cuore invaghito nel lago
meraviglioso degli occhi raggianti.
Tutto muore al mondo, madre e giovinezza:
la donna tradisce e l'amico scompare.
Impara ad aspettare una nuova dolcezza,
contemplando il freddo circolo polare.
Prendi la tua barca, salpa verso il polo
fra mura di ghiaccio, e in silenzio oblia
come l'uomo ama, lotta e muore solo:
dimentica il paese dell'umana follia.
Ed all'anima stanca insegna, mentre lento
s'impossessa del sangue il brivido del gelo,
che non le serve a nulla questo pianeta spento,
perché i raggi vengono dal cielo.
Aleksandr Aleksandrovič Blok - Poeta e drammaturgo russo. Fu il più alto rappresentante della corrente decadente-simbolista e il poeta dagli accenti più sicuri e profondi. La sua originalità e freschezza di ispirazione non risentirono affatto degli studi platonici e religiosi che caratterizzarono il movimento dello "scitismo" cui anche Blok aderì negli anni antecedenti la rivoluzione. Opere: I versi della bellissima dama (1904); La maschera di neve, Faina, Pensieri liberi (1904-1908); Drammi: La baracca dei saltinmbanchi (1906), Il re sulla piazza (1907), La sconosciuta (1908), Le rose e la croce (1912); Poemi: Gli Sciti (1915), I dodici (1918); Saggi: Gli intellettuali e la rivoluzione (1918), Diario vol. I e II (1911-1921).