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Dai miei occhi

il freddo mi pizzica il volto e tiene svegli i miei pensieri che avrei tanto voluto tenete a freno. Spesso si accavallano e non riesco a contrastarli trapelando dal mio volto stanco.
Entro in un bar, mi siedo, vedo tanta gente ma non la guardo, vedo attraverso loro, come fossero tanti corpi meccanici senza volta, senza pensiero, senza anima.
Immagino come loro possano vedere me e se anche per loro sono un corpo che si è solo seduto in un bar in cerca di qualcosa a cui non so dare un nome.
Tranquillità.
Non è la parola esatta.
Forse serentià. Si. È questo quello che sto cercando in questo posto soffocante, troppo piccolo per tutte queste persone.
" Vuole qualcosa?" una voce gentile i fa sussultare dal mio mondo, ero come in una bolla e improvvisamente da quelle parole sono stata catapultata nella realtà.
" Un caffè , grazie" rispondo decisa, di getto, ma distratta dalla cameriera, ha un viso familiare, mi sembra di conoscerla.
Sembra me.
Non sono la sola a rendermene conto i suoi colleghi se ne accorgono e lo intuisco da come parlano guardandomi.
Abbiamo gli stessi occhi, gli stessi capelli, i miei sono messi in piega perfettamente, i suoi raccolti sulla nuca e pochi ordinati.
Allora mi viene in mente un gioco da fare, lofacevo sempre da piccola, perchè essendo figlia unica stare con gli adulti era poco divertente.
Il gioco consiste nell'osservare la persone che scelgo e crearle una storia, le do un nome, stato civile, età, le creo la sua storia.
Il gioco non è fatto di fantasia ma di sensazioni.
Io vivo di sensazioni, non mi hanno mai ingannata, forse è la mia mente che in alcune circostanze hanno inganno loro.
Lei è Laura, è semplice, è dolce ed è sicuramente felice.
La vedo da come si muove, da come non sia spaventata da tanto caos, si muove fluttuosa.
Laura va d'accordo con i suoi colleghi, Laura è sposata, Laura ha un figlo che l'aspetta a casa, Laura lo andrà a prendere dai suoi genitori e poi cenerà con suo marito, si metteranno tutti e tre a sedere a tavola e si racconteranno le loro giornate.
Sorrido. È quello che ho sempre voluto io.
Se facesse lo stesso gioco lei con me si baserebbe sulle firme che ho sui vestiti, sul mio modo di essere impeccabile, mi affibierebbe un'esistenza facile e fortunata.
Quanto odio la parola fortunata, me lo sono sentita dire un miliardo di volte da mia madre quanto urlava contro le mie lacrime. "Non ti rendi conto di quanto sei fortunata?" imprecava!
Per me la fortuna non erano gli oggetti da cui ero circondata.
Per me la fortuna era vedere la vita con gli occhi di Laura.

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