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Poesie di Aleksandr Aleksandrovi? Blok

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Canta una vergine presso all'altare

Canta una vergine presso all'altare
di tutti gli esuli stanchi quaggiù,
d'ogni naviglio salpante nel mare,
di chi ha scordato la gioia che fu.

S'alzò la voce di lei nella volta,
tremulo un raggio sul capo brillò:
guarda ciascuno dall'ombra ed ascolta
come la stola nel raggio cantò.

E a tutti parve che fosse ogni nave
nella sua rada e che gioia verrà,
che a tutti gli esuli in patria soave
la terra brulla si trasmuterà.

Il raggio canta e la voce si frange
ma sulla soglia del cielo, lassù,
c'è un fanciullino che vede e che piange
perché nessuno non tornerà più.



Il piccolo prete dello stagno

Dalle pozzanghere chete
nelle sere di primavera
per la preghiera di sera
si affaccia un piccolo prete.

Sopra il gambo come su un piede
s'avvolge la tonaca nera,
puntolino che appena si vede.

Ma nella calma dei rossi bagliori
i demoni non escon più fuori;
gl'incantesimi crepuscolari
accarezzan con dita sottili:
i rumori si fanno più rari,
son tenuissimi fili.

Adagio egli prega,
sorride, si piega,
si toglie il cappello e saluta.

E alla ranocchia che ha male
con un'erba medicinale
egli fascia la zampa battuta.
La congeda e la benedice:
Torna a casa e vivi felice.

L'anima mia si contenta
d'ogni creatura violenta,
d'ogni serpente feroce
e di qualsiasi croce.

E nudo il capo e la chioma
adagio adagio egli prega
per un esile gambo che piega,
per una povera zampa di fiera
e per il Papa di Roma.

Del precipizio non aver paura:
ti salverà la sua sottana scura.



Nell'angolo del divano

I tizzoni semispenti
sono già.
Quanti fuochi il vento ha spenti
qua e là.

E le navi dentro il mare
vanno giù.
E singhiozzano sul mare
oh le gru.

So che il sole in questo mondo
più non c'è.
Son poeta o cuor profondo:
credi a me.

Io le favole che vuoi
ti dirò,
e le maschere che vuoi
mi darò.

Dove sono ombre più vane
che sian qui,
od immagini più strane
di così?

M'inginocchio sempre dove
ci sei tu,
e di mano un fior mi piove,
piove giù...



Comizio

Le sue parole a freddo taglio
ed i suoi occhi spenti
gettavan senza alcun barbaglio
scintille incandescenti.

E lo fissavano dal basso
mille pupille smorte:
ma non sentiva a lento passo
l'arrivo della morte.

Egli gestiva lentamente
con voce di violenza,
e la sua barba mollemente
cullavasi in cadenza.

Livido come il firmamento,
sapeva tutto bene.
Egli gemeva violento
come le sue catene.

Non comprendevano gl'indegni
né un numero né un nome:
non v'ha nessuno che lo segni
un marchio di passione.

Ma si sentì tremare un tuono
di fiamma che s'accende,
ed un rumore quasi suono
di tizzo che si spegne.

Come se in cielo uscisse un astro,
come se fosse un segno:
urlò la folla nel disastro,
urlò fuori di senno.

Si sentì un grido soffocato,
s'infranse una vetrata:
l'uomo cascò sul lastricato,
la testa crivellata.

Qualcuno allora con un sasso
colpì senza vergogna:
un fil di sangue sgorgò in basso,
giù lungo una colonna.

Ruppero i fischi ancora l'aria,
ululò l'urlo stesso:
giacque la spoglia solitaria
sul varco d'un ingresso.

E lampeggiaron nella porta
dei fuochi da un cortile,
ed echeggiaron nella volta
dei colpi di fucile.

Si rivelò in un raggio il volto
dell'uomo trucidato:
già due fucili sopra il morto
in croce hanno piantato.

I lineamenti più sbiancati
fece la barba nera:
si riordinarono i soldati
e chiusero la schiera.

Era sereno il dolce viso,
la calma vi regnava:
verso di lui dal Paradiso
un angelo volava.

Erano già pacificate
le sue pupille aperte:
su loro stavano incrociate
le bianche baionette.

Come se dietro a quelle gole
respirasse di già
anche in un mondo senza sole
venti di libertà.



Come è penoso andare tra la gente

Come è penoso andare tra la gente
fingendo di non essere defunto
e raccontare a chi non ha vissuto
il gioco falso e tragico del male;
e contemplando l'incubo notturno
scoprire un'armonia nel discordante
mulinello dell'essere, ché solo
nei riflessi dell'arte l'uomo vede
l'incendio senza scampo della vita...





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Aleksandr Aleksandrovič Blok - Poeta e drammaturgo russo. Fu il più alto rappresentante della corrente decadente-simbolista e il poeta dagli accenti più sicuri e profondi. La sua originalità e freschezza di ispirazione non risentirono affatto degli studi platonici e religiosi che caratterizzarono il movimento dello "scitismo" cui anche Blok aderì negli anni antecedenti la rivoluzione. Opere: I versi della bellissima dama (1904); La maschera di neve, Faina, Pensieri liberi (1904-1908); Drammi: La baracca dei saltinmbanchi (1906), Il re sulla piazza (1907), La sconosciuta (1908), Le rose e la croce (1912); Poemi: Gli Sciti (1915), I dodici (1918); Saggi: Gli intellettuali e la rivoluzione (1918), Diario vol. I e II (1911-1921).