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Poesie di Aleksandr Aleksandrovi? Blok

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Sta la luna sovra il prato

Sta la luna sovra il prato
come un circolo incantato
scintillando, e tace.

Bianco è il prato di corolle:
scivolando l'ombra molle
si riposa e giace.

Triste è uscire sulla via:
un'arcana nostalgia
regna nella pace.

Ma domani un chiaro lume
romperà le oscure brume
come una gran face:

e tu andrai lungo il sentiero,
mentre sotto il più leggero
filo d'erba vita nasce



Là dove echeggia nelle lunghe sale

Là dove echeggia nelle lunghe sale
Il dolce volo delle pazze tròjke,
dove splendono i vini nei boccali,
sta per nascere adesso un ballo tondo.

Frusciando, tintinnando, biancheggiando,
volteggiano tracciando lenti cerchi.
E i violini, struggendosi e infiacchendo,
si abbandonano ai furiosi archetti.

Col braccio teso verso la caligine,
una esce fuori dal cerchio:
scelto l'amico destinato, lascia
cadere un fiore per terra.

Non raccattare quel fiore: v'è in esso
Il dolce oblío di tutti i giorni andati,
e tutta la frenetica allegria
della tua futura rovina!...

V'è tutto - il giuoco del fuoco e del fato,
solo nell'ora amara delle offese
da una lontananza irrevocabile
ne traluce un angelo accorato...



Turbini di neve

Turbini di neve
già cancellan l'orme.
Un'aurora lieve
sveglierà chi dorme.

Le celesti zone
luccican di lampi.
Molle la passione
dondola sui campi.

La fiumana stanca
sempre seguirò
e la Dama bianca
forse incontrerò.



La violetta notturna

casuali passavano i giorni
e indifferenti le notti,
e tuttavia mi ricordo
ciò che vi voglio narrare,
ciò che m'avvenne in un sogno.

Di sera lasciai la città.
Cominciava a cadere la pioggia.
Sull'orizzonte lontano,
dove il cielo non più nascondendo
i pensieri e le azioni degli uomini
cadeva giù nello stagno,
rosseggiava una stria di bagliori.

Lasciai la metropoli,
e adagio scendei pel declivio
d'una via non ancora finita:
e c'era un compagno con me.
Ma pur camminando anche lui
tacque per tutta la strada.
O che io gli chiedessi il silenzio
o ch'egli fosse disposto a mestizia,
certo eravamo stranieri
e guardavamo con occhio diverso.
Vedeva il suo le carrozze
dove dandies giovani e calvi
abbracciavano donne incipriate.
E non gli erano aliene nemmeno
le fanciulle guardanti nei vetri
traverso alle gialle cortine...
Ma tutto ingrigiva, imbruniva
e faceva lo stesso la vista
del mio compagno di via -
e lo turbavano ancora altre brame,
allorquando sparì dietro a un angolo
calcandosi in testa il berretto -
e io di ciò fui davvero contento
perché al mondo che mai c'è di meglio
che perdere gli amici migliori?

Scemavano sempre i viandanti.
Mi si precipitavano incontro
soltanto cani digiuni
e soltanto massaie ubriache
urlavan da lungi fra loro -
e si vedevan sull'umido piano
torsoli, salci, betulle.
e c'era un olezzo di stagno.

La strada si fece deserta:
non c'erano più costruzioni.
Da collina a collina, sull'acqua
rugginosa e stagnante,
eran gettati dei piccoli ponti
e intorno girava un sentiero
fra le biancoverdi penombre
verso il sonno, il languore ed il sogno,
là dove in basso ed in alto,
e sul cumulo secco
e sulle rosse strie dell'occaso
l'aria celava l'attesa,
come se stesse di scolta
attendendo il germoglio
della tenera figlia
dell'onde d'etere e d'acqua.

Non per nulla era tutto tranquillo
e ricolmo d'incontri trionfali:
ché certo ancora nessuno
non aveva sentito mai dire
dai genitori def

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Comizio

Le sue parole a freddo taglio
ed i suoi occhi spenti
gettavan senza alcun barbaglio
scintille incandescenti.

E lo fissavano dal basso
mille pupille smorte:
ma non sentiva a lento passo
l'arrivo della morte.

Egli gestiva lentamente
con voce di violenza,
e la sua barba mollemente
cullavasi in cadenza.

Livido come il firmamento,
sapeva tutto bene.
Egli gemeva violento
come le sue catene.

Non comprendevano gl'indegni
né un numero né un nome:
non v'ha nessuno che lo segni
un marchio di passione.

Ma si sentì tremare un tuono
di fiamma che s'accende,
ed un rumore quasi suono
di tizzo che si spegne.

Come se in cielo uscisse un astro,
come se fosse un segno:
urlò la folla nel disastro,
urlò fuori di senno.

Si sentì un grido soffocato,
s'infranse una vetrata:
l'uomo cascò sul lastricato,
la testa crivellata.

Qualcuno allora con un sasso
colpì senza vergogna:
un fil di sangue sgorgò in basso,
giù lungo una colonna.

Ruppero i fischi ancora l'aria,
ululò l'urlo stesso:
giacque la spoglia solitaria
sul varco d'un ingresso.

E lampeggiaron nella porta
dei fuochi da un cortile,
ed echeggiaron nella volta
dei colpi di fucile.

Si rivelò in un raggio il volto
dell'uomo trucidato:
già due fucili sopra il morto
in croce hanno piantato.

I lineamenti più sbiancati
fece la barba nera:
si riordinarono i soldati
e chiusero la schiera.

Era sereno il dolce viso,
la calma vi regnava:
verso di lui dal Paradiso
un angelo volava.

Erano già pacificate
le sue pupille aperte:
su loro stavano incrociate
le bianche baionette.

Come se dietro a quelle gole
respirasse di già
anche in un mondo senza sole
venti di libertà.





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Aleksandr Aleksandrovič Blok - Poeta e drammaturgo russo. Fu il più alto rappresentante della corrente decadente-simbolista e il poeta dagli accenti più sicuri e profondi. La sua originalità e freschezza di ispirazione non risentirono affatto degli studi platonici e religiosi che caratterizzarono il movimento dello "scitismo" cui anche Blok aderì negli anni antecedenti la rivoluzione. Opere: I versi della bellissima dama (1904); La maschera di neve, Faina, Pensieri liberi (1904-1908); Drammi: La baracca dei saltinmbanchi (1906), Il re sulla piazza (1907), La sconosciuta (1908), Le rose e la croce (1912); Poemi: Gli Sciti (1915), I dodici (1918); Saggi: Gli intellettuali e la rivoluzione (1918), Diario vol. I e II (1911-1921).