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Poesie di Aleksandr Aleksandrovi? Blok

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Pagine: 123tutte

La violetta notturna

casuali passavano i giorni
e indifferenti le notti,
e tuttavia mi ricordo
ciò che vi voglio narrare,
ciò che m'avvenne in un sogno.

Di sera lasciai la città.
Cominciava a cadere la pioggia.
Sull'orizzonte lontano,
dove il cielo non più nascondendo
i pensieri e le azioni degli uomini
cadeva giù nello stagno,
rosseggiava una stria di bagliori.

Lasciai la metropoli,
e adagio scendei pel declivio
d'una via non ancora finita:
e c'era un compagno con me.
Ma pur camminando anche lui
tacque per tutta la strada.
O che io gli chiedessi il silenzio
o ch'egli fosse disposto a mestizia,
certo eravamo stranieri
e guardavamo con occhio diverso.
Vedeva il suo le carrozze
dove dandies giovani e calvi
abbracciavano donne incipriate.
E non gli erano aliene nemmeno
le fanciulle guardanti nei vetri
traverso alle gialle cortine...
Ma tutto ingrigiva, imbruniva
e faceva lo stesso la vista
del mio compagno di via -
e lo turbavano ancora altre brame,
allorquando sparì dietro a un angolo
calcandosi in testa il berretto -
e io di ciò fui davvero contento
perché al mondo che mai c'è di meglio
che perdere gli amici migliori?

Scemavano sempre i viandanti.
Mi si precipitavano incontro
soltanto cani digiuni
e soltanto massaie ubriache
urlavan da lungi fra loro -
e si vedevan sull'umido piano
torsoli, salci, betulle.
e c'era un olezzo di stagno.

La strada si fece deserta:
non c'erano più costruzioni.
Da collina a collina, sull'acqua
rugginosa e stagnante,
eran gettati dei piccoli ponti
e intorno girava un sentiero
fra le biancoverdi penombre
verso il sonno, il languore ed il sogno,
là dove in basso ed in alto,
e sul cumulo secco
e sulle rosse strie dell'occaso
l'aria celava l'attesa,
come se stesse di scolta
attendendo il germoglio
della tenera figlia
dell'onde d'etere e d'acqua.

Non per nulla era tutto tranquillo
e ricolmo d'incontri trionfali:
ché certo ancora nessuno
non aveva sentito mai dire
dai genitori def

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Comizio

Le sue parole a freddo taglio
ed i suoi occhi spenti
gettavan senza alcun barbaglio
scintille incandescenti.

E lo fissavano dal basso
mille pupille smorte:
ma non sentiva a lento passo
l'arrivo della morte.

Egli gestiva lentamente
con voce di violenza,
e la sua barba mollemente
cullavasi in cadenza.

Livido come il firmamento,
sapeva tutto bene.
Egli gemeva violento
come le sue catene.

Non comprendevano gl'indegni
né un numero né un nome:
non v'ha nessuno che lo segni
un marchio di passione.

Ma si sentì tremare un tuono
di fiamma che s'accende,
ed un rumore quasi suono
di tizzo che si spegne.

Come se in cielo uscisse un astro,
come se fosse un segno:
urlò la folla nel disastro,
urlò fuori di senno.

Si sentì un grido soffocato,
s'infranse una vetrata:
l'uomo cascò sul lastricato,
la testa crivellata.

Qualcuno allora con un sasso
colpì senza vergogna:
un fil di sangue sgorgò in basso,
giù lungo una colonna.

Ruppero i fischi ancora l'aria,
ululò l'urlo stesso:
giacque la spoglia solitaria
sul varco d'un ingresso.

E lampeggiaron nella porta
dei fuochi da un cortile,
ed echeggiaron nella volta
dei colpi di fucile.

Si rivelò in un raggio il volto
dell'uomo trucidato:
già due fucili sopra il morto
in croce hanno piantato.

I lineamenti più sbiancati
fece la barba nera:
si riordinarono i soldati
e chiusero la schiera.

Era sereno il dolce viso,
la calma vi regnava:
verso di lui dal Paradiso
un angelo volava.

Erano già pacificate
le sue pupille aperte:
su loro stavano incrociate
le bianche baionette.

Come se dietro a quelle gole
respirasse di già
anche in un mondo senza sole
venti di libertà.



La sconosciuta

Sui ristoranti nel crepuscolo
c'è un'aria sorda di città,
ma l'ebbre grida che l'offuscano
il vento dissipa qua e là.

Fuori barriera là sul vicolo
l'eterno tedio è il solo re:
qui son le lacrime d'un piccolo,
laggiù un'insegna di caffè.

Ed al di là della metropoli,
con i capelli "dernier cri"
van con le dame belle e i nobili
gli esperti e fatui dandì.

Là sul laghetto i remi gemono,
si sente un urlo e nulla più;
la luna come un folle demone
ride nell'etere lassù.

Del solo amico il volto livido
trema nel calice con me:
egli divien per l'aspro liquido
solo e divino come un re.

E i camerieri sempre cullano
le teste stanche in qua e in là,
fra gli ubriachi guerci che urlano:
"Nel vino sta la verità!"

Ed un'immagine femminea,
- se in carne o in ombra, non lo so -
dietro i cristalli sta, virginea:
saper chi sia nessuno può.

Passa fra gli ebbri lenta e umile,
- con lei nessuno mai non c'è -:
ravvolta d'aliti e di nuvole
ella si siede accanto a me.

C'è in lei il profumo delle favole
di tempi ormai che non son più;
dondolan come un'ala fragile
le piume in lutto in su e in giù.

guardo attraverso il velo torbido
che m'incatena il cuore a sé:
vedo la riva strana e morbida
di un orizzonte che non c'è.

Ed i misteri so degli angeli,
un altrui sole mi si dà,
e giù dell'anima negli angoli
l'asprigno vino se ne va.

Treman le piume come glicine
in ogni sogno ch'io non ho,
fioriscon gli occhi di vertigine
sovra una sponda che non so.

Una è la chiave del miracolo
e in fondo all'anima mi sta:
demone, è questo il verbo magico:
"Nel vino sta la verità!"



Come è penoso andare tra la gente

Come è penoso andare tra la gente
fingendo di non essere defunto
e raccontare a chi non ha vissuto
il gioco falso e tragico del male;
e contemplando l'incubo notturno
scoprire un'armonia nel discordante
mulinello dell'essere, ché solo
nei riflessi dell'arte l'uomo vede
l'incendio senza scampo della vita...



Là dove echeggia nelle lunghe sale

Là dove echeggia nelle lunghe sale
Il dolce volo delle pazze tròjke,
dove splendono i vini nei boccali,
sta per nascere adesso un ballo tondo.

Frusciando, tintinnando, biancheggiando,
volteggiano tracciando lenti cerchi.
E i violini, struggendosi e infiacchendo,
si abbandonano ai furiosi archetti.

Col braccio teso verso la caligine,
una esce fuori dal cerchio:
scelto l'amico destinato, lascia
cadere un fiore per terra.

Non raccattare quel fiore: v'è in esso
Il dolce oblío di tutti i giorni andati,
e tutta la frenetica allegria
della tua futura rovina!...

V'è tutto - il giuoco del fuoco e del fato,
solo nell'ora amara delle offese
da una lontananza irrevocabile
ne traluce un angelo accorato...





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Aleksandr Aleksandrovič Blok - Poeta e drammaturgo russo. Fu il più alto rappresentante della corrente decadente-simbolista e il poeta dagli accenti più sicuri e profondi. La sua originalità e freschezza di ispirazione non risentirono affatto degli studi platonici e religiosi che caratterizzarono il movimento dello "scitismo" cui anche Blok aderì negli anni antecedenti la rivoluzione. Opere: I versi della bellissima dama (1904); La maschera di neve, Faina, Pensieri liberi (1904-1908); Drammi: La baracca dei saltinmbanchi (1906), Il re sulla piazza (1907), La sconosciuta (1908), Le rose e la croce (1912); Poemi: Gli Sciti (1915), I dodici (1918); Saggi: Gli intellettuali e la rivoluzione (1918), Diario vol. I e II (1911-1921).