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Poesie di Aleksandr Aleksandrovi? Blok

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Turbini di neve

Turbini di neve
già cancellan l'orme.
Un'aurora lieve
sveglierà chi dorme.

Le celesti zone
luccican di lampi.
Molle la passione
dondola sui campi.

La fiumana stanca
sempre seguirò
e la Dama bianca
forse incontrerò.



Il piccolo prete dello stagno

Dalle pozzanghere chete
nelle sere di primavera
per la preghiera di sera
si affaccia un piccolo prete.

Sopra il gambo come su un piede
s'avvolge la tonaca nera,
puntolino che appena si vede.

Ma nella calma dei rossi bagliori
i demoni non escon più fuori;
gl'incantesimi crepuscolari
accarezzan con dita sottili:
i rumori si fanno più rari,
son tenuissimi fili.

Adagio egli prega,
sorride, si piega,
si toglie il cappello e saluta.

E alla ranocchia che ha male
con un'erba medicinale
egli fascia la zampa battuta.
La congeda e la benedice:
Torna a casa e vivi felice.

L'anima mia si contenta
d'ogni creatura violenta,
d'ogni serpente feroce
e di qualsiasi croce.

E nudo il capo e la chioma
adagio adagio egli prega
per un esile gambo che piega,
per una povera zampa di fiera
e per il Papa di Roma.

Del precipizio non aver paura:
ti salverà la sua sottana scura.



Là dove echeggia nelle lunghe sale

Là dove echeggia nelle lunghe sale
Il dolce volo delle pazze tròjke,
dove splendono i vini nei boccali,
sta per nascere adesso un ballo tondo.

Frusciando, tintinnando, biancheggiando,
volteggiano tracciando lenti cerchi.
E i violini, struggendosi e infiacchendo,
si abbandonano ai furiosi archetti.

Col braccio teso verso la caligine,
una esce fuori dal cerchio:
scelto l'amico destinato, lascia
cadere un fiore per terra.

Non raccattare quel fiore: v'è in esso
Il dolce oblío di tutti i giorni andati,
e tutta la frenetica allegria
della tua futura rovina!...

V'è tutto - il giuoco del fuoco e del fato,
solo nell'ora amara delle offese
da una lontananza irrevocabile
ne traluce un angelo accorato...



Comizio

Le sue parole a freddo taglio
ed i suoi occhi spenti
gettavan senza alcun barbaglio
scintille incandescenti.

E lo fissavano dal basso
mille pupille smorte:
ma non sentiva a lento passo
l'arrivo della morte.

Egli gestiva lentamente
con voce di violenza,
e la sua barba mollemente
cullavasi in cadenza.

Livido come il firmamento,
sapeva tutto bene.
Egli gemeva violento
come le sue catene.

Non comprendevano gl'indegni
né un numero né un nome:
non v'ha nessuno che lo segni
un marchio di passione.

Ma si sentì tremare un tuono
di fiamma che s'accende,
ed un rumore quasi suono
di tizzo che si spegne.

Come se in cielo uscisse un astro,
come se fosse un segno:
urlò la folla nel disastro,
urlò fuori di senno.

Si sentì un grido soffocato,
s'infranse una vetrata:
l'uomo cascò sul lastricato,
la testa crivellata.

Qualcuno allora con un sasso
colpì senza vergogna:
un fil di sangue sgorgò in basso,
giù lungo una colonna.

Ruppero i fischi ancora l'aria,
ululò l'urlo stesso:
giacque la spoglia solitaria
sul varco d'un ingresso.

E lampeggiaron nella porta
dei fuochi da un cortile,
ed echeggiaron nella volta
dei colpi di fucile.

Si rivelò in un raggio il volto
dell'uomo trucidato:
già due fucili sopra il morto
in croce hanno piantato.

I lineamenti più sbiancati
fece la barba nera:
si riordinarono i soldati
e chiusero la schiera.

Era sereno il dolce viso,
la calma vi regnava:
verso di lui dal Paradiso
un angelo volava.

Erano già pacificate
le sue pupille aperte:
su loro stavano incrociate
le bianche baionette.

Come se dietro a quelle gole
respirasse di già
anche in un mondo senza sole
venti di libertà.



L'accenno di un canto primaverile

Il vento portò da lontano
l'accenno di un canto primaverile,
chissà dove, lucido e profondo
si aprì un pezzetto di cielo.
In questo azzurro smisurato,
fra barlumi della vicina primavera
piangevano burrasche invernali,
si libravano sogni stellati.
Timide, cupe e profonde
piangevano le mie corde.
Il vento portò da lontano
le sue squillanti canzoni.





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Aleksandr Aleksandrovič Blok - Poeta e drammaturgo russo. Fu il più alto rappresentante della corrente decadente-simbolista e il poeta dagli accenti più sicuri e profondi. La sua originalità e freschezza di ispirazione non risentirono affatto degli studi platonici e religiosi che caratterizzarono il movimento dello "scitismo" cui anche Blok aderì negli anni antecedenti la rivoluzione. Opere: I versi della bellissima dama (1904); La maschera di neve, Faina, Pensieri liberi (1904-1908); Drammi: La baracca dei saltinmbanchi (1906), Il re sulla piazza (1907), La sconosciuta (1908), Le rose e la croce (1912); Poemi: Gli Sciti (1915), I dodici (1918); Saggi: Gli intellettuali e la rivoluzione (1918), Diario vol. I e II (1911-1921).