I piccoli aeroplani di carta che tu
fai, volano nel crepuscolo, si perdono
come farfalle notturne nell'aria
che s'oscura, non torneranno più.
Così i nostri giorni, ma un abisso
meno dolce li accoglie
di questa valle silente di foglie
morte e d'acque autunnali
dove posano le loro stanche ali
i tuoi fragili alianti.
Con le guance di fuoco
e gli occhi ridenti
camminavi per una selva.
Il sole scherzava
con l'acqua
che fuggiva via.
C'erano il ginepro aromatico
e le grandi felci fiere
e i misteriosi licheni...
Sorse la luna chiara
fra i rami.
Coglierò per te
l'ultima rosa del giardino,
la rosa bianca che fiorisce
nelle prime nebbie.
Le avide api l'hanno visitata
sino a ieri,
ma è ancora così dolce
che fa tremare.
È un ritratto di te a trent'anni.
Un po' smemorata, come tu sarai allora.
Un cielo così puro
un vento così leggero
non so più dove sono
dove ero.
O gaggìa nuda,
bruna violetta
che nel calore fugace
appassisci...
Giorno che te ne vai
e non sai nulla di me e della violetta
a che tanto amo
e del ramo
nudo della gaggìa,
giorno, non andar via.
Un giorno amaro l'infinita cerchia
dei colli
veste di luce declinante,
e già trabocca sulla pianura
un autunno di foglie.
Più freddi ora dispiega i suoi vessilli
d'ombra il tramonto,
un chiaro lume nasce
dove tu dolce manchi
all'antica abitudine serale.