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Poesie di Giosuè Carducci

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In morte di Giovanni Cairoli

O Villagloria, da Crèmera, quando
La luna i colli ammanta,
A te vengono i Fabi, ed ammirando
Parlan de' tuoi settanta.

Tinto del proprio e del fraterno sangue
Giovanni, ultimo amore
De la madre, nel seno almo le langue,
Caro italico fiore.

Il capo omai da l'atra morte avvolto
Levasi; ed improvviso
Trema su 'l bianco ed affilato volto
L'aleggiar d'un sorriso,

L'occhio ne l'infinito apresi, il fere
Da l'avvenire un raggio:
Vede allegre sfilar armi e bandiere
Per un gran pian selvaggio,

E in mezzo il duce glorioso: ondeggia
La luminosa chioma
A l'aure del trionfo: il sol dardeggia
Laggiù in fondo su Roma.

Apri, Roma immortale, apri le porte
Al dolce eroe che muore:
Non mai, non mai ti consacrò la morte,
Roma, un più nobil core.

Del cor suo dal bordel il venda un fallito
Cetégo la parola,
Eruttando che il tuo gran nome è un mito
Per le panche di scola:

Al divieto straniero adagi Ciacco
L'anima tributaria
Su l'altro lato, e dica "Io son vigliacco,
E poi c'è la mal'aria":

Per te in seno a le madri, ecco, la morte
Divora altri figliuoli:
Apri, Roma immortale, apri le porte
A Giovan Cairoli.

Egli, ombra vigilante e i dì novelli,
Il tuo silenzio antico
Abiterà co' Gracchi e co' Marcelli
E co 'l suo forte Enrico.

L'ali un dí spiegherà su 'l Campidoglio
La libertà regina:
Groppello, allor da ogni ultimo scoglio
De la terra latina,

E giù da l'Alpi e giù da gli Apennini,
Garzoni e donne a schiera
Verranno a te, fiorite i lunghi crini
D'aulente primavera.

E con lor sarà un vate, radioso
Ne la fronte divina,
Come Sofocle già nel glorioso
Trofeo di Salamina

Ei toccherà le corde, e de i fratelli
Dirà la santa gesta;
Né mai la canzon ionia a' dì più belli
Risonò come questa.

Groppello, a te co 'l solitario canto
Nel mesto giorno io vegno
E m'accompagna de l'Italia il pianto
E, nube atra, lo sdegno:

Nel mesto giorno che la quarta volta
Te visitò l

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Virgilio

Come, quando su' campi arsi la pia
Luna imminente il gelo estivo infonde,
Mormora al bianco lume il rio tra via
Riscintillando tra le brevi sponde;

E il secreto usignuolo entro le fronde
Empie il vasto seren di melodia,
Ascolta il viatore ed a le bionde
Chiome che amò ripensa, e il tempo oblia;

Ed orba madre, che doleasi in vano,
Da un avel gli occhi al ciel lucente gira
E in quel diffuso albor l'animo queta;

Ridono in tanto i monti e il mar lontano,
Tra i grandi arbor la fresca aura sospira:
Tale il tuo verso a me, divin poeta.



Giuseppe Mazzini

Qual da gli aridi scogli erma su 'l mare
Genova sta, marmoreo gigante,
Tal, surto in bassi dì, su 'l fluttuante
Secolo, ei grande, austero, immoto appare.

Da quelli scogli, onde Colombo infante
Nuovi pe 'l mar vedea mondi spuntare,
Egli vide nel ciel crepuscolare
Co 'l cuor di Gracco ed il pensier di Dante

La terza Italia; e con le luci fise
A lei trasse per mezzo un cimitero,
E un popol morto dietro a lui si mise.

Esule antico, al ciel mite e severo
Leva ora il volto che giammai non rise,
"Tu sol" pensando "o ideal, sei vero".



Mezzogiorno alpino

Nel gran cerchio de l'alpi, su 'l granito
squallido e scialbo, su' ghiacciai candenti,
regna sereno intenso ed infinito
nel suo grande silenzio il mezzodí.

Pini ed abeti senza aura di venti
si drizzano nel sol che gli penètra,
sola garrisce in picciol suon di cetra
l'acqua che tenue tra i sassi fluí.



Qui regna amore

Ove sei? de' sereni occhi ridenti
A chi tempri il bel raggio, o donna mia?
E l'intima del cor tuo melodia
A chi armonizzi ne' soavi accenti?

Siedi tra l'erbe e i fiori e a' freschi venti
Dài la dolce e pensosa alma in balía?
O le membra concesso hai de la pia
Onda a gli amplessi di vigor frementi?

Oh, dovunque tu sei, voluttuosa
Se l'aura o l'onda con mormorio lento
Ti sfiora il viso o a' bianchi omeri posa,

È l'amor mio che in ogni sentimento
Vive e ti cerca in ogni bella cosa
E ti cinge d'eterno abbracciamento.





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